Oss.03: il monumento continuo

Oss.03: il monumento continuo

Fortunatamente spesso le ossessioni sono condivise, sono fenomenologie collettive di alcuni momenti più o meno lunghi. E’ il caso di questa terza ossessione: il monumento continuo. Progetto teorico del gruppo di architetti Superstudio andato avanti tra il 1969 e il 1972.

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Un’ossessione condivisa, perché ultimamente (ma neanche troppo recentemente) è stato oggetto di nuove attenzioni da parte del mondo dell’architettura (ricercatori, architetti, urbanisti, studiosi della città), in tanti ne hanno riparlato e/o ridisegnato questo celebre monumento assolutista, in particolar modo da parte di architetti italiani, sicuramente spinti da quelli stranieri. (ci tengo a citare due colleghi: Gabriele Mastrigli il cui “La vita segreta del Monumento Continuo” è appena uscito nelle librerie per Quodlibet e Carmelo Baglivo i cui disegni, che sono dichiaratamente un omaggio/reinterpretazione, sono ormai stati esposti in diversi contesti tra cui l’ultima Biennale di Venezia).

Anch’io mi sono cimentato nel ridisegnare il reticolo di superficie quadrettata, in una forma leggera e ironica e mi è stato spesso chiesto, in particolare da colleghi stranieri, “ma perché rifai il monumento continuo?”.. “chissà forse voi italiani siete molto legati a quel progetto”

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Perché? Prima di tutto per il piacere spontaneo di farlo naturalmente, per avere la sensazione di reinventarlo (una strana sensazione di piacere dell’apprezzare un lavoro di altri che diviene soddisfazione personale di farlo proprio). Ma provando ad indagare su qualche ragione più costruttiva. Difficile rispondere per tutti. Provo a dare la mia interpretazione:

L’italia è un paese che ha difficoltà a stare al passo coi tempi. Un po’ perché è un paese complesso e difficile da governare, un po’ perché è un paese non troppo istruito rispetto alle grandi potenze internazionali , un po’ perché spesso assume un atteggiamento di pigrizia/presunzione verso le novità contemporanee dettata dal suo grande passato.

Ma non vorrei entrare in una querelle politica. Detto ciò, non credo sia in discussione che il monumento continuo nasca come una forte provocazione di un gruppo di giovani architetti appena laureati. Ecco una provocazione. Dovremmo aprire una bella parentesi sulla questione della provocazione. Quanta arte è provocazione? Fermo la parentesi.

Insomma, c’è chi questo monumento continuo l’ha subito digerito, fagocitato e riproposto (è ovvio che mi riferisco ad esempio a Koolhaas o Tschumi), c’è chi l’ha bannato come provocazione fine a se stessa e dunque eresia, c’è chi ha aspettato il successo degli altri (ad esempio i due sopracitati) per riproporlo.

Non voglio però entrare in una dinamica (tipica della becera comunicazione) delle opposte fazioni (della spigliata avanguardia contro la paludata accademia, che del resto porta a pensare che se davvero una ha sbagliato una volta non dando fiducia al futuro, cosa già di per sé a mio avviso un po’ ingenua,  l’altra sbaglia nel continuare a sottolinearlo, continuando a vivere nel passato e immaginando in forma consolatoria che c’è stato un bivio dopo il quale tutto è andato perso? come se ci fosse una verità sola e assoluta) ma piuttosto cercare di esternare dei pensieri (ricordo a chi legge che il fine di questi testi sulle ossessioni è terapeutico per me stesso). Può essere banalmente che qui da noi siamo lenti o addirittura (questa mi piace di più) ci piace guardare sempre indietro (io ambirei a rifare architetture di altri tempi al posto di quelle che vanno in questo momento!) e non è detto che sia un problema o che sia colpa di alcuni mentre gli altri avevano ragione.

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Insomma il monumento continuo nel rappresentare l’idea di oggetto artistico totale (appunto monumento) capace di sovrastare qualsiasi paesaggio, terrestre o anche extra, ma anche nel suo essere brutalmente pura infrastruttura diviene metafora senza mezzi termini di cosa sia diventata l’architettura oggi (almeno nell’idea culturale che dovremmo avere). E forse in un momento così difficile per l’architettura italiana di ritrovare forza in un contesto che l’ha un po’ messa da parte (causa non solo i problemi economici ma, soprattutto, la perdita di sicurezza culturale), non è poi così un caso che si ripensi a quel progetto di quei simpatici “bischeri”, finalmente liberati dal peso degli studi, capaci di immaginare questo grande e imponente monumento che invadeva le nostre città, le nostre campagne, le nostre teste… aaaaah, mi sento già un po’ meglio, mi fermo…

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