Oss.09 Neviges Pilgrimage Church, trascendenza dell’immagine architettonica

Oss. 09: Neviges Pilgrimage Church, trascendenza dell’immagine architettonica
Per il nuovo anno mi ero tenuto da parte questa perla del cosiddetto brutalismo o quella che appare come una tarda rievocazione dello spirito dell’espressionismo tedesco (vedi post su Poelzig).
La Pilgrim Church di Gottfried Böhm a Velbert- Neviges, Germania, 1965-68.

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Ma in che senso è un’ossessione un edificio che ci piace?
Non mi interessa la celebrazione di quel progetto ma bensì mi piacerebbe rifarlo oggi.
Immagino quell’edificio realizzato oggi anziché 30 anni fà e lo troverei molto più significativo di tanti altri che vengono realmente realizzati (a prescindere dal tempo da dove proviene)…
E’ una bella idea quella di riproporre vecchi progetti (irrealizzati ma anche sì) nella contemporaneità anziché essere sempre originali? A legittimare il fatto che non ha più senso l’originalità fine a se stessa ma bensì è molto più importante la passione verso qualcosa. A consacrare che la ricerca, l’attenzione a tempi vicini ma passati, anziché rimanere nelle sale delle biblioteche potrebbe avere degli esiti nel reale?

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Oggi in fondo con i fotomontaggi, i render, le simulazioni visive che i computer ci permettono di fare possiamo già immaginare mondi diversi, dei mondi/avatar, delle vere e proprie ucronie, storie parallele a quella nostra (immaginate ad esempio se al posto di Corviale ci fosse l’Unità di abitazione di Marsiglia o se al posto del MAXXI di Zaha Hadid ci fosse il Guggheneim di Frank Gehry? E se avessero realizzato il Danteum su Via dei Fori Imperiali anziché le Poste di Via Marmorata?
Immaginiamo i cambiamenti che sarebbero avvenuti nelle città se gli edifici fossero nati in altri posti anziché quelli che sappiamo o se gli iter dei progetti realizzati e non fossero andati in modo diverso..).
Eppure nel cambiamento per cui il mondo non è più plasmato dall’architettura ma è la vetrina per essa, non esiste più una città e i suoi legami ma esiste un grande serbatoio immaginario da comporre, ricomporre, scomporre, tentando di rilanciare ogni volta una nuova strategia mediatica culturale che tiene uniti i pensieri e i desideri di tanti. Voi immaginate se agli architetti, un po’ come agli artisti, fosse data sempre la possibilità di creare ogni proprio progetto, quanti problemi avremmo di eccesso di edifici e di continuo mutamento del paesaggio e della sua storia.
Anziché contrapporre la legge della realtà del realizzato all’utopia si potrebbe mescolare un po’ tutto, realizzato e sognato, trovato e immaginato, in un grande tempio del mondo architettonico dove ogni oggetto corrisponde a un valore che riesce a trascendere la sua reale appartenenza..

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