Oss.11: radical chic

Oss. 11: radical chic

Radical chic è uno dei termini più abusati degli ultimi anni. Una vera ossessione.
La storia vuole che il termine sia stato coniato da Tom Wolfe nel 1970 per descrivere una serata organizzata da Felicia Bernstein, moglie del direttore d’orchestra Leonard, in cui si raccoglievano fondi per dare aiuto legale al gruppo rivoluzionario marxista-leninista “Pantere nere”.
Dunque inizialmente ha avuto una grande diffusione per descrivere le contraddizioni delle persone di sinistra che però vivevano nel lusso. Nel tempo è dunque diventata una classica affermazione critica da affibbiare a chi predica bene ma razzola male (partendo quindi da un’accezione ideologica un po’ di destra, della cultura del fare piuttosto che del dire ma diventando poi un aggettivo cliché da affibbiare a certi comportamenti della società sempre più diffusi). In particolare, a mio avviso, l’abuso dell’espressione è esplosa nel connotare una certa generazione (la mia? diciamo di quelli nati negli anni ‘70), di “giovani viziati” abituati al vivere bene e incapaci di fare dei sacrifici (trovando in giro per il mondo vari sinonimi, tutti tesi a definire la stessa cosa: bo-bo ovvero Bourgeois-bohème; Salonbolschewist (bolscevico da salotto); Izquierda caviar (sinistra caviale) etc etc). La generazione che di fatto forse per colpa sua forse per colpa di altri si è ritrovata spesso a fuggire il posto fisso, senza che nessuno avesse intenzione di darglielo, criticata dalla società perché non sapeva essere concreta mentre assisteva imperterrita al dissolvimento di qualsiasi principio base di concretezza, capace di costruire splendidi curriculum rimanendo pur sempre precari, avendo quella capacità di passare in continuazione dalle stelle alle stalle come gli attori di Hollywood, interpretando sulla sua pelle i mutamenti dettati dall’avvento dei mass media, della società dello spettacolo etc. E’ anche, e lo dico non senza una grande tristezza, la generazione del Bataclan, ovvero la generazione nemica giurata dell’islamico radicale allevato nel paese dove i suoi genitori pensavano di aver trovato una nuova casa e una speranza per il futuro dei loro figli e che invece ha coltivato l’odio per un certo stile di vita dei suoi coetanei autoctoni.
Colpevole o non colpevole, sbagliato o giusto che sia, lo stato del radical chic da che elitario (vedi Bernstein) si è sempre più espanso, come condizione di una nuova ricchezza, capace di preservare non più dei valori ma dei comfort al costo però di saper vivere stagioni di povertà e insicurezza (appunto da veri bohemienne).
La condizione radical chic è diventata pop.
E la disciplina che più ha espresso questo personaggio sociale è forse proprio l’architettura, con un gran protagonista che è Rem Koolhaas, sicuramente l’architetto che ha avuto più influenza culturale sulla generazione citata, l’architetto che più di tutti esprime il radicalchicchismo, lavorando allo stesso tempo con Prada e con il governo della Nigeria, così come il giovane radical tiene aperte una scheda del suo browser su un sito porno e l’altra su un saggio di Naomi Klein.
E proprio guardando non tanto a Koolhaas ma all’avvento della cultura koolhaasiana sui giovani architetti, si nota come l’elitarismo di partenza si sia perso in una diffusione pop (sfera tanto cara all’architetto olandese, allievo teorico di Robert Venturi e adotatto dagli U.S.A. di New York). Oggi è l’essere architetto che passa attraverso l’essere radical chic, più che l’essere koolhaasiani, così come fu in altri tempi il credo assoluto per il cemento armato incarnato da Le Corbusier. Koolhaas non ha fatto altro (come fa sempre del resto, con un gran capacità di essere veloce a recepire) che assecondare i mutamenti già in atto. La condizione dell’architetto di essere “schiavo” delle economie capitaliste e allo stesso tempo portatore di valori di cultura underground  non può prescindere dal renderlo radical.
Il passetto in avanti (se c’è bisogno di doverlo trovare) è che, rispetto al prima citato cemento e Le Corbusier, il nuovo vangelo sia una condizione culturale e non più tecnologica.. Ma chissà se è davvero un passo in avanti?

wolfe_radical_chic

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