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Libri disordinati, vita turbolenta

Non c’è miglior metafora del disordine dei libri sulla propria scrivania (disordine fisico, concettuale, metodologico..), libri che si tenta di leggere, che si prova a dominare, confidando di non riuscirci mai (perché altrimenti che delusione il compiuto, il finito..).

Ecco metafora! Sì perché in fondo altro non è che il riflesso del proprio stare al mondo. Instabili, incapaci di direzionarsi e direzionare davvero. Pieni di questa instabilità, di ricerche indefesse e irrivelabili di instabilità con cui tentare di (non) risolvere la matassa giornaliera, scoprendo poi il giorno dopo di non esserci riusciti fino in fondo, ma di esserci illusi nuovamente. Ecco. Così.

Se vuoi raggiungere la pace dellanimaabbi pur fedema se vuoi esser un discepolo della veritàallora indaga” (F. Nietzsche, lettera alla sorella, 1865)

Lo stile non esiste

Arthur Schopenauer, ritratto di Jules Lunteschütz

Spesso ci si sofferma sullo stile delle opere. Credo di poter affermare che lo stile non esiste. Se esiste è perché ce ne facciamo persuadere. E’ quindi al massimo un’esistenza fittizia, un’esistenza artificiale. L’espressione, l’espressività può sì arrivare a definire un certo stile (questo ci racconta la lettura critica delle cose) ma lo stile è sempre un effetto secondario all’oggetto dell’espressione. Esiste una sola eccezione, ma che non cambia la sostanza, ovvero della ricerca dello stile, del tentativo di assumere un certo stile. Ma anche in questo caso in realtà il tentativo è tutto cerebrale, uno sforzo di replicare un certo modello, spogliandosi, consapevolmente (consciamente o inconsciamente il processo è lo stesso, tendere ad un modello e non al proprio modo di espressione), del proprio essere, del proprio io di cui forse si ha paura o almeno paura di renderlo visibile.

Sarebbe più corretto dunque poter affermare che tutto è stile, tutto possiede stile. E’ per come se ne parla, per come viene comunicato che differisce. Esistono stili che non sono neanche conosciuti dai più, perché non c’è stato tempo per metabolizzarli, per definirli.

La prima regola, e forse l’unica, del buono stile è che si abbia qualcosa da dire: con questa regola si va lontano! (A.Schopenauer, Sul mestiere dello scrittore e sullo stile, 1890)

L’altro problema è l’arte come status symbol

Sigmund Freud nella famosa foto di Max Halberstadt, 1921

Oggi come oggi non dovremmo stupirci della diffusione del desiderio di essere artisti nella popolazione delle società occidentali. Lo ritengo un inevitabile destino messo in atto dall’emancipazione dell’individuo (l’emancipazione atea e non quella religiosa).

Detto questo, è vero che assistiamo a questa espansione e/o diffusione artistica come fosse una pratica fine a se stessa. L’arte come arte. Che in realtà non fa altro che svilire tutto. O almeno ne inaridisce di qualsiasi virtù eccezionale, traducendola in normalità.

Ma perché succede questo? Perché si diffonde un’idea dell’artista che in realtà non è quella che ne ha da sempre alimentato la sua aura mitica. L’arte come forma espressiva principe, da sempre, o meglio è sempre stato e sempre sarà così. E invece si è diffusa l’idea dell’artista come status symbol. Come venditore di merce. L’arte è solo una delle tante cose fattibili e anzi è una delle più probabili in una società dei super consumi, del tempo libero, della società dello spettacolo eccetera eccetera. Per Freud l’arte (intesa nella sua dimensione creativa) è un potente strumento per la liberazione di tensioni e conflitti inconsci. L’arte come sublimazione dell’atto creativo per eccellenza (la riproduzione, dunque la vita). Ecco invece oggi l’arte si confonde tra l’attività quotidiana, nel “mero lavoro”, tende a normalizzarsi e a non eccellere. Perché deve assecondare le nuove necessità del mercato. Che chiede prodotti “simil-artistici” ma che in realtà tratta come pane e pesci ma persuadendoci che siamo tutti eccezionali. E’ il tipico effetto diabolico della società capitalista (la venerazione oggettuale), convincerti, allo scopo di portare avanti i propri interessi, di essere meglio di quello che sei. Di inseguire un immagine di sé piuttosto che cercare dentro di sé. E quindi se artista vuoi essere artista ti faremo. Mentre in realtà (e Freud ce l’ha già detto) l’arte come forma pura di espressività (quella che viene dall’Es e che non vuole essere imbrigliata ma liberarsi dalle forme repressive della società) è esattamente nel suo “essere ribelle” che fonda le sue basi. Non esiste arte di sistema. O meglio non riesce a fungere il suo esercizio.

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