sulla (de)formazione

già sulla formazione (cambiato e corretto il 6 Maggio 2020)

prime riflessioni per avviare un confronto sulle esperienze anadidattiche aperte

Siamo troppo spesso abituati a considerare il tragitto formativo come univoco dall’alto verso il basso. Per tanti motivi che per ora tralascio, non sono d’accordo. L’insegnamento è orizzontale. Spazia da chi insegna a chi apprende con continue e vicendevoli scambio dei ruoli. A mio avviso, non è ammissibile mai, in nessuna circostanza, abbandonare questo principio perché si perde la natura più importante della pratica formativa che non è circostanziabile anagraficamente ma rimane invece una pratica in cui bisogna accettare di essere disponibili a praticare (a prescindere dal momento in cui si vuole fare), per alcuni è una pratica che non si abbandona mai. E’ vero che poi nel “gioco della scuola” esistono anche i ruoli perché aiutano a darsi i compiti ma non sono mai da considerare come univoci nel processo ma sempre ribaltabili. Sarebbe infatti utile, come già si sta avviando, che i giudizi siano sempre interscambiabili, ma non solo ad esempio in quello praticato in cui anche gli studenti giudicano il professore ma anche che si giudichino gli studenti tra loro, così come si attribuisca dei compiti anche il professore (cos’altro è una lezione ad esempio se non un compito?). Tutto questo relativizzerebbe molto di più il giudizio che in fondo è una parte minima dell’esperienza di un corso e che troppo spesso è visto come l’obiettivo univoco di un’esperienza molto più ampia, posto e visto alla fine come obiettivo unico, ma che invece non è detto poi che l’esito positivo, anziché negativo, si riveli poi davvero un momento formativo importante.

Purtroppo va detto con onestà che le scuole sono ancora oggi uno dei luoghi più autoritari che esistano “dispositivo educativo” direbbe Foucault.

Aggiungo che una formazione aperta e orizzontale e non soggetta al premiare solo i migliori permette un grado di coinvolgimento di tutti gli attori che compongono una classe infinitamente più alta di un normale corso lineare.

Mi riallaccio ad alcune esperienze recenti (all’incirca 3 anni fa quando ho intrapreso il corso di Storia dell’Architettura Contemporanea presso lo IED e il Laboratorio di Progettazione Urbana presso la Facoltà di Architettura di Roma Tre) in cui ho potuto sperimentare questo approccio didattico:

  1. L’approccio teorico >> Storia dell’Architettura Contemporanea presso lo IED a.a.2017/18 [LINK]; a.a. 2018/19 [LINK]; a.a. 2019/20[LINK]; Design 4 presso lo IED a.a.2018/19 [LINK]; a.a.2019/20 [LINK]: in questo primo esperimento mentre ragionavo su come preparare questo corso mi rendevo conto come fosse impossibile in un corso di 30 ore poter affrontare in modo interessante tutto l’arco temporale (che solitamente si intende da metà del XVIII secolo fino ad oggi) ma dall’altra parte mi interessava poter sfruttare un repertorio di opere ampissimo. Questa riflessione fa scaturire una domanda: “è più importante l’obiettivo di impartire nozioni più precise possibili o di proporre una metodologia per guardare le cose con uno sguardo personale?” ho scelto la seconda strada. Questa scelta si porta avanti che sia impossibile un percorso lineare e coerente nell’interpretazione temporale ma si asseconda un percorso che possa “viaggiare nel tempo” in modo totalmente libero tramite associazioni tematiche.
  2. L’approccio progettuale >> Laboratorio di Progettazione Architettonica e Urbana presso Roma Tre a.a.2017/18 [LINK]; Atelier Design IV presso il PDTA La Sapienza a.a. 2018/19 [LINK1 ; LINK2]: essendo un corso progettuale inizialmente avevo difficoltà nel capire come strutturare l’esperienza didattica in modo realmente aperto (un progetto tende la maggior parte delle volte a volersi chiudere). Partendo da questo spunto ho capito che sarebbe stato utile, anziché immaginare molteplici progetti, immaginarne uno solo o meglio tendere verso uno solo, così che si riducessero il più possibile le variabili. Questo approccio inevitabilmente fa scaturire uno sforzo contrario inevitabile nell’esercitare la capacità di trovare spazi personali da parte dei singoli studenti/progettisti all’interno delle maglie molto precise del programma di progetto.

“..l’istituzionalizzazione dei valori conduce inevitabilmente all’inquinamento fisico, alla polarizzazione sociale e all’impotenza psicologica: tre dimensioni di un processo di degradazione globale e di aggiornata miseria. Spiegherò come questo processo di degradazione si acceleri quando bisogni non materiali si trasformano in richieste di prodotti, quando la salute, l’istruzione, la mobilità personale, il benessere o l’equilibrio psicologico sono visti soltanto come risultati di servizi o di “trattamenti”… ho scelto come paradigma la scuola, e non mi occupo quindi se non indirettamente degli altri organismi burocratici del coroporate state: la famiglia consumistica, il partito, l’esercito, la chiesa, i media. Ma dall’analisi del programma occulto della scuola dovrebbe risultare con chiarezza che, come l’istruzione pubblica trarrebbe giovamento dalla descolarizzazione della società, così alla vita familiare, alla politica, alla sicurezza collettiva, alla fede e alle comunicazioni gioverebbe un processo analogo.” (Ivan Illich)

Come non condividere il pensiero di Ivan Illich (Descolarizzare la scuola, una società senza scuola è possibile?, 1971)?

La scuola è il primo strumento di controllo e di potere della società (l’aveva già detto qualcuno ma non mi ricordo..) che ci porta a dire FUCK THE SCHOOL..

Si può essere disobbedienti? Ribelli? A scuola?

La poetica artistica non può essere oppressa dall’ “istituzione scuola” in nessun modo ma contiene in sé la necessità di essere contro anche se si svolge nelle sedi della formazione, per esplorare in modo pieno una ricerca indefessa del suo potenziale di unicità (vedi anche Infinite Text paragrafo “Il processo dell’arte come processo emancipatore”).

Questo obbligo/necessità dell’arte di essere contro è perfettamente sintetizzata dalla definizione di mondo rovesciato di Friedrich Nietzsche (La volontà di potenza) “Si è artisti al prezzo di considerare e sentire come contenuto, come la “cosa stessa”, ciò che tutti i non artisti chiamano “forma”. Certo: così si appartiene a un mondo rovesciato, perché il contenuto diventa una mera formalità – compresa la nostra vita.”

Apro una piccola parentesi relativa alla necessità dell’anti autoritarismo, dell’ anti potere, dell’anti stato, la sensazione che tutti noi possiamo provare in alcuni frangenti che spesso ci porta a preferire la benevolenza di un sistema privato rispetto a quello pubblico (dove il ruolo di spersonalizzazione dell’uomo in favore del suo ruolo ne fa assumere in modo prevalente solo il suo carattere formale ovvero quello relativo al potere acquisito): l’attesa di poter accedere ad uno sportello pubblico per parlare con un funzionario pubblico, l’attesa di essere visitati da un medico pubblico, l’attesa del momento del giudizio (nelle scuole così come nei tribunali).

Nella situazione di emergenza Covid-19 in cui ho iniziato a scrivere questo testo si sono susseguite alcune curiose provocazioni ai danni delle autorità impegnate più del normale ad eseguire controlli che hanno evidenziato l’insofferenza delle persone per una situazione repressiva, come l’esempio delle immagini che seguono:

L’unica vera possibilità rimane ed è la CONTROSCUOLA. Torno a questo passaggio espresso qualche riga più su “Aggiungo che una formazione aperta e orizzontale e non soggetta al premiare solo i migliori permette un grado di coinvolgimento di tutti gli attori che compongono una classe infinitamente più alta di un normale corso lineare.”. Ecco pensateci un attimo, la scuola (istituzionale) orienta tutta la sua programmazione sulla base di un 20% di alunni che sono quelli che meritano. Tutto passa dal giudizio di questi e ne conseguono i programmi, le direzioni politiche, le modalità didattiche. Come se poi nella società attiva ci trovassimo di fronte a solo meritevoli (e infatti è tipico dell’insegnante lamentarsi di quelli che dirigono le cose e di come lo fanno.. ma come tu non te ne sei occupato? ti sei occupato sempre e solo di quel 20%?).

Ecco immaginate invece una scuola dove si inverti questo perverso meccanismo: è l’80% a costituire il modello su cui conformare il programma, una modalità diciamo molto più aperta che contempla quindi un range molto maggiore di problematiche e di diversità da affrontare (il restante 20%, quello più capace, tra l’altro è quello che ce la fa da solo e che aggiungerà sicuramente qualcosa che non era stato previsto), un modello che sconfigge quell’orripilante visione formativa per cui bisogna occuparsi di chi eccelle, dei picchi, della meritocrazia (orrendo).

E ancor più spingendo in termini pratici in realtà dovremo arrivare a contraddire lo spirito iniziale dell’orizzontalità teoretica, o meglio prevedere l’asservimento della scuola (o controscuola) al mercato (confronto reale impuro). Seguire le tracce del “Manifesto Accelerazionista” di Alex Williams e Nick Srnicek, di cui cito il punto 03.13 e 03.14:

“13. E’ tempo di lasciarsi alle spalle la tendenza a privilegiare la democrazia come-processo. Il feticismo dell’apertura, dell’orizzontalità e dell’inclusione, tipico di gran parte dell’ “estrema” sinistra attuale, è una ricetta d’insuccesso. Anche la segretezza, il verticismo e l’esclusione meritano un posto (ovviamente non esclusivo) in una lotta politica efficace.

14. La democrazia non può essere definita solo attraverso i suoi strumenti: non è semplicemente voto, dibattito, assemblee. La democrazia reale è definita dal suo obiettivo: la padronanza di sé collettiva. E’ un progetto che deve allineare la politica al lascio dell’Illuminismo: è solo facendo leva sulla nostra capacità di comprendere sempre meglio noi stessi e il nostro mondo (sociale, tenico, economico, psicologico) che arriveremo all’autogoverno. Se non vogliamo ritrovarci schiavi di un tirannico centralismo totalitario o di un volubile ordine emergente che sfugga al nostro controllo, dobbiamo creare una legittima autorità verticale sotto controllo collettivo, in aggiunta a forme di socialità orizzontali e distribuite. La direzione del Piano deve coniugarsi all’ordine estemporaneo della Rete.”

Serve far parte del sistema mettendo in gioco un vortice cinematico che porti al suo superamento. Trovo esperimenti molto interessanti quelli in cui sono coinvolto di tesi dove il tema e l’obiettivo sono plasmati direttamente tramite il coinvolgimento di un’azienda reale, dove è possibile replicare il “meccanismo perverso” del sistema permettendone un’effettiva possibile esplorazione di ambiti di “accelerazione” per aprire a nuove strade (davvero dunque mettendosi in gioco in tentativi di ricerca veri e non protetti) >> LINK

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