Il trash ha sostituito l’epifania!

L’epifania era già abbastanza trash nel suo comparire ma poi è diventata super trash nell’essere tramandata. Cosa c’è di più trash del presepe?

Ma cosa intendiamo per trash? Edulcorazione di cultura popolare? Estremizzazione sottoculturale? Forse l’ipotesi più accurata è il trascendere.. Il famoso trascendere.

Quell’esigenza tanto umana quanto inspiegabile, irragionevole. L’esigenza di andare oltre quello che si è. Di credere. Dei, miti, legende, identità parallele. L’esigenza di un surplus di valore.

E però se per lungo tempo a colmare questa esigenza era stato sufficiente inventare una di storia: Gesù, Giuseppe e la Madonna, oggi, nella costruzione di valori atei/materialisti, abbiamo sostituito alla necessità del trascendere ideologie (più o meno politiche) che poi abbiamo sconfitto anche perché il costrutto ideologico in realtà aveva ben poco di epifanico (rimaneva un approccio tutto mentale) per arrivare alla condizione post ideologica per cui la costruzione del proprio trascendere in modo direi customizzato (ognuno si fa il suo personale credo).

Il problema è che nella cultura contemporanea ancora facciamo resistenza al nostro trascendere così come al nostro trash. Tentiamo di sopprimerlo. O costruiamo delle narrazioni elitarie per cui certi comportamenti sociali siano “magicamente” esenti dal “trashendere”.

Scopare è trash? Mangiare è trash? Il conflitto è trash?

Il ricatto elitario porta a questo. Una sorta di restaurazione conservatrice alimentata dalla paura di soffrire e quindi accettare tutto. Anziché imparare a soffrire.

Oggi i social ci insegnano che si perde più tempo a costruire la fama di quello che si è fatto piuttosto che a fare quello che si sta facendo.

Il valore oggettuale, materialista è pari a zero mentre il plusvalore è tutto.

La profezia di Andy Warhol “nel futuro ognuno sarà famoso al mondo per 15 minuti” è ormai una frase datata. Oggi il tema è come essere famosi per più di 30 secondi (il tempo del refresh di una pagina social). Quello che è vero è che il problema vero del coltivare la notorietà non è più l’accedervi ma il mantenerla.

E se la fama sembra sempre più nascere nella maggiore capacità di sincerità nel porsi in mostra questo stesso aspetto pregiudica sempre più la costruzione di una competenza.

Mi spiego meglio:

oggi esistono i personaggi dello spettacolo e gli attori e sono due categorie diverse. I primi sono persone che accettano che la loro vita diventi pubblica, quella è la loro missione e diventa la loro professione (la dimensione del reality show) e poi c’è la dimensione dell’interprete (la visione classica dell’attore), colui che studia per assumere le sembianze di un altro personaggio per metterlo in scena nelle forme convenzionali della rappresentazione.

Forse non è una novità, ovvero la autocelebrazione esistenziale è un fatto da sempre esistito ma elitario (si pensi al successo della figura di Gesù e dei miti dei culti o alla costruzione narrativa delle famiglie reali) ma di sicuro la sua “democratizzazione” ad appannaggio di tutti è un fenomeno che si è fortemente sviluppato negli anni recenti con il diffondersi della comunicazione per tutti.

La cosa buffa è che tale scelta autocelebrativa conduce fortemente verso una cultura trash: ovvero metto in scena me stesso (che è essa stessa un’azione trascendente) come unica e sola mia chance sociale (un tributo pubblico) e l’inevitabile messa in scena di me mi porta ad essere un materiale trash.

Il social quindi ha decisamente enfatizzato la cultura trash, addirittura rendendola parte integrante della nostra vita sociale (a prescindere da un mero fattore stilistico, è lo stesso rendere pubblico il mio contenuto privato/intimo che è operazione fortemente trash).

L’idea che ci sia una buona creanza nel linguaggio social è un grande inganno che si racconta chi a tutti costi non vuole apparire trash, ma la verità è che come pubblichi (posti contenuti) immetti subito materiale trash nel vortice onnivoro della comunicazione.

Quindi, trashendete consapevolmente e buon TRASH a tutti!