Le particelle rosse usano lo spazio in modo similare, al contrario di quelle bianche

Riflessioni a seguito dell’ottava puntata di Wild Radio (LINK), che è stata dedicata allo “Spazio Politico”, partendo dallo spunto della riflessione sempre utile intorno allo spazio pubblico, inteso come spazio demaniale ovvero di proprietà pubblica: abbiamo citato la pianta del Nolli del 1748 e la sua visione di una città dallo spazio pubblico espanso anche a spazi privati e chiusi, gli enclosure acts inglesi, i provvedimenti che portarono a recintare i terreni agricoli dei privati a sfavore dell’uso che ne facevano allevatori e coltivatori, o anche la grande spinta ottocentesca a costruire spazi collettivi etc.

In realtà ci troviamo in un momento storico particolarmente complicato da questo punto di vista. Forse va constatato amaramente che l’idea del bene pubblico ha perso la sua spinta propositiva efficace (quella ottocentesca fino agli ultimi tentativi di inizio novecento per l’appunto) avendo perso terreno davanti alla efficacia del privato per quel che riguarda in particolar modo la sua capacità gestionale decisionale. Il privato può permettersi di essere spietato, decisionista e questo ne agevola i compiti. Il pubblico non può permetterselo. Deve essere sempre inclusivo, democratico e partecipativo a vantaggio degli ultimi a svantaggio dei migliori e dei prestanti. E a questo riguardo, mi piace aggiungere che dobbiamo salvaguardare l’inerzia dello spazio pubblico. Tutelare il pubblico come spazio lento non competitivo e non prestante e respingere la litania di chi opera nel privato e vorrebbe assimilare la dimensione privata a quella pubblica. Sono due cose che non coincidono proprio ma anzi divergono.

E l’esemplificazione perfetta è quanto accade attraverso il web: non solo lo spazio virtuale che noi siamo soliti frequentare è sempre e comunque privato (i social) ma anche le attività interattive messe in moto dalle piattaforme social rivelano di portare gli spazi privati a fungere come spazi pubblici ma in altra forma (tutta l’attività delle case-vacanze o anche quella dello scambio di servizi tra cittadini).

E quindi se accettiamo di diventare ognuno di noi pubblici non possiamo sottrarci a dover occupare uno SPAZIO POLITICO e ad esporre una nostra ETICA PRIVATA in forma PUBBLICA.

Tutto non può essere ricondotto alla proprietà legale dello spazio ma a come questo stesso venga utilizzato!

La proprietà può essere un concetto superabile? O almeno relativizzabile? E soprattutto personalizzabile?

Perché non interessarsi di quello che avviene all’interno degli spazi?

Ad esempio le regole d’ingaggio di un social network non identificano esse stesse un approccio politico? Così come le regole d’ingaggio dell’affitto di un alloggio temporaneo non fanno altrettanto?

Ma non solo! Aggiungo che anche il nostro operare all’interno degli stessi è un atto politico. Ad esempio ci preoccupiamo della collettività o coltiviamo solo meri interessi personali attraverso la nostra comunicazione? Quante volte ci pensiamo quando facciamo un post?

O nell’uso del proprio consenso? Una volta che abbiamo accettato tutti di avere un profilo pubblico non è più possibile nasconderci dall’uso che ne vogliamo fare (addirittura anche se ne facciamo un solo uso passivo)? Abbiamo attivato proprio quello che definiamo uno spazio politico?

Come interagite con le piattaforme? Prendete una vostra posizione, personalizzate la vostra policy, o fate esattamente quello che vi viene detto di fare?

Ecco bisognerebbe partire da qui per avere un uso più consapevole di qualunque spazio si abbia occasione di utilizzare (nulla è scontato). 

E l’influenza dell’uso spasmodico dei social (pensiamo poi all’esplosione dello spazio virtuale durante la pandemia) non può non ripercuotersi nella società e nelle questioni degli spazi fisici e dei loro usi.