Una nuova serie (#modernismabuse):

Siamo sicuri che l’eredità moderna sia mai stata conclusa? Tra eredità raccolta e riproposta e riflessione sulla sua conservazione, la memoria del moderno è ancora salda e attiva nella nostra cultura.

E quindi analogamente è ancora forte la sua messa in crisi?

Lo spunto mi è stato dato dal caso del progetto del “Nid d’abeille” e “Sémiramis” di Casablanca, progettato all’interno del programma “Carrières Centrales” che prevedeva alcuni progetti di sviluppi urbani modernisti nella città marocchina, realizzati tra il 1951 e il 1952 dal team Atbat-Afrique, composto dagli architetti Georges Candilis, Shadrach Woods e Vladimir Bodianski.

E’ evidente la forza plastica di questi edifici che provano a reinterpretare in chiave moderna alcuni elementi tipologici tipici della cultura medio orientale (come i cortili, addirittura utilizzati su più livelli come specie di terrazze e alternati, e gli spazi distributivi/comuni “le strade all’aria”).

Ricordiamo che Canidilis e Woods provengono dallo studio di Le Corbusier e hanno lavorato all’Unité d’Habitation di Marsiglia ma anche che faranno parte del Team X che nasce all’interno del CIAM nel 1953 assieme agli Smithson, De Carlo, Bakema, Van Eyck, quindi interpreti di una eredità moderna ma anche i primi a provare a metterla in discussione cercando strade diverse.

Potremmo dire che il loro sguardo intravede il problema della modernità e il loro tentativo di praticare una modernità gentile in realtà non farà altro che scardinare una sorta di “naturale ribellione” della cittadinanza all’imprimatur dell’architettura sulle condizioni abitative dell’uomo.

Perché lo stravolgimento concettuale (più che formale) degli edifici nel corso degli anni diviene una sorta di “manifesto ideologico” del tema dell’appropriazione dell’edificio da parte di una comunità, tema nevralgico similare a quello tanto dibattuto della “esportazione della democrazia” per comprendere le differenze tra culture diverse inquadrate nell’ambito dell’architettura e dei suoi processi.

Sulla base di queste analisi ho prodotto alcuni collage digitali che tentano di porre lo stesso interrogativo sul “nostro patrimonio moderno”, provare ad indagare quale effetto estetico si otterrebbe se violassimo alcuni edifici iconici della storia di architettura contemporanea italiana?

collage digitale, dettaglio del corpo scala dell’edificio delle poste di via Marmorata a Roma di Adalberto Libera e Mario De Renzi, 1933-35 (base fotografica da Archidiap, foto di Marco Calvani)
collage digitale, veduta della testata dell’edificio delle poste di piazza Bologna a Roma di Mario Ridolfi, 1933-35 (base fotografica da Archidiap, foto di Giorgia Pietrantonio)
collage digitale, fronte su via Induno della casa della GIL di largo Ascianghi a Roma di Luigi Moretti, 1933-36 (base fotografica da Archidiap, foto storica anonima)
collage digitale, particolare delle bucature di una facciata della ex Casa del Fascio di Como di Giuseppe Terragni, 1932-36 (base fotografica da Archdaily, foto di Guillermo Hervia Garcia)
collage digitale, particolare del prospetto del Palazzo della Civiltà Italiana di Roma di Giovanni Guerrini, Ernesto Lapadula, Mario Romano, 1939-53 (base fotografica da Flickr, foto di FotoVisiva, 2016)