(concorsi di architettura) agitazione culturale, confessioni retroattive

Per me, non è possibile agire nelle dinamiche gestionali della città in chiave culturale senza attivare processi insurrezionali.

Ovvero senza agire attraverso un approccio agit prop (di agitazione politica).

La cultura si spegne se edulcorata o istituzionalizzata. O meglio ritrova la sua identità nei confini dati dal suo ambito settoriale, parla di trasgressione solo a chi sa leggerla come tale. Non sborda più. E la politica ritrova il suo baricentro.

Per essere ancora più semplificanti, è l’artista che prende possesso del potere anziché esserne servo, come solitamente invece deve fare.

Questo è stato l’approccio alla mia esperienza di agit-prop dei concorsi di progettazione attraverso l’animazione (coordinamento agitato) dell’ufficio concorsi dell’Ordine degli Architetti di Roma che ha affiancato l’amministrazione capitolina tra il 2018 e il 2021.

Ci tengo a sottolineare che non era mai successa una tale esperienza così forte di sodalizio tra i due enti pubblici (ricordo 10 concorsi realizzati, o meglio la totalità delle procedure che l’amministrazione ha bandito o promosso ricorrendo al concorso di progettazione da codice).

Esperienza nata quasi per caso, da un confronto davanti a un caffè tra me e Alessandro Ottaviani, che poi ha visto concretizzare le sue possibilità in due fatti istituzionali: il successo alle elezioni del consiglio dell’Ordine della lista “Pro Architettura in Movimento”, la capacità di Flavio Mangione e di Andrea Iacovelli, presidente e consigliere dell’ordine, di intravedere la concreta possibilità fattiva nel far nascere questa iniziativa, la disponibilità di Luca Montuori, divenuto assessore all’urbanistica nella giunta 5 stelle, ad avviare questo discorso di partnership dell’amministrazione con l’Ordine.

A seguire sono subentrare altre persone fondamentali a dare linfa al progetto: in primis cito Francesca Del Bello che per prima ha avuto l’intuizione che l’opportunità di attivare da un piccolo ufficio tecnico una procedura di qualità con l’ausilio dell’ufficio dell’ordine che ha partecipato con il secondo municipio all’individuazione dei temi delle pedonalizzazioni di importanti spazi pubblici del territorio da porre a concorso, ha scritto il documento di indirizzo alla progettazione, ha svolto il ruolo di coordinamento di tutto il concorso, ospitando la commissione alla Casa dell’Architettura, e promuovendo eventi per la diffusione degli esiti come mostre e convegni.

Molto più faticosa è stata la vicenda del concorso del Centrale del Foro Italico. Un lungo braccio di ferro tra amministrazione e il CONI, che partiva da una distanza importante che si era creata con la decisione della mancata candidatura alle Olimpiadi. Ma la decisione di fare il concorso (anziché una gara) venne infine presa e fu, per il nostro ufficio, un momento importante di messa alla prova che ci portò ad apportare delle modifiche al disciplinare di concorso per portare la procedura più vicina ad alcuni meccanismi delle gare piuttosto che a quelle del concorso di progettazione classico. In particolar modo nel meccanismo di poter trovare in caso di passaggio al secondo grado i requisiti speciali che rassicurassero la stazione appaltante sugli assegnatari dell’incarico, fatto che ha poi condizionato i nuovi modelli di disciplinare proposti dal Consiglio Nazionale degli Architetti.

Subito a seguire inizio il sodalizio con il “bellicoso” primo municipio, rappresentato da una figura combattiva come la presidente Sabrina Alfonsi e un personaggio chiave come il direttore tecnico Chiara Cecilia Cuccaro, che ha sposato appieno la causa dei concorsi d’architettura. Da queste forze è nato il concorso di progettazione per l’area Paolo Caselli di Testaccio e, verso la conclusione dell’esperienza di tutti (per motivi diversi e personali), il concorso di Angelo Mai, come una sorta di eredità per chi sarebbe succeduto. Sottolineo che non era mai successo che temi di trasformazione urbana venissero affrontati in prima persona dalle strutture territoriali dell’amministrazione (a proposito del tanto decantato decentramento).

A quel punto sono arrivati i concorsi di Roma Capitale (la trilogia del Nuovo Mercato San Giovanni di Dio, il Polo Civico Flaminio, il Centro Culturale Tor Marancia). Sicuramente i concorsi che hanno avuto dietro la maggiore forza (in termini di risorse organizzative e proposizione). E qui l’ufficio dell’ordine, che si è interfacciato con un ufficio specifico dell’amministrazione dove voglio ricordare Sara Lo Cacciato e Oscar Piricò (entrambe figure già della squadra poiché una era la responsabile del procedimento dei concorsi del secondo municipio e il secondo già membro della commissione concorsi dell’ordine, molto attiva nel momento iniziale di attivazione dell’ufficio), ha coordinato una serie di servizi di supporto all’amministrazione curando dai rilievi, alle analisi vegetazionali, alle traduzioni in lingua inglese ma soprattutto direi il lavoro di immagine coordinata del concorso (dai loghi all’elaborazione visiva della documentazione di gara) che ha aggiunto un fattore di qualità e riconoscibilità alla procedura che ha anche trovato nel suo meccanismo una maggiore chiarezza e definizione: nelle sole 3 procedure oltre 160 progetti pervenuti.

Assieme al Centrale del Foro Italico, uno dei progetti più importanti per la città è stato quello per piazza dei Cinquecento, concorso bandito da Grandi Stazioni Rail. Anche in questo caso, il ruolo dell’assessorato all’urbanistica è stato nevralgico nel voler scegliere la procedura concorsuale. E l’ufficio si è fatto trovare pronto e ha svolto tutto il coordinamento del concorso che, oltre all’importanza del tema, ha avuto un profilo procedurale di altissimo livello (conclusosi solo questa settimana in tutte le verifiche formali) così come di alto profilo è stata la composizione della commissione (cito il presidente Patricia Viel, Alfonso Femia, Francesco Cellini e Orazio Carpenzano, anche lui già partner collaudato nel sostenere l’attività dell’ufficio).

Rimane il fatto che le incursioni “agit prop” non potrebbero essere tali se non arrivassero ad una loro conclusione. O meglio, essendo in qualche modo performative non possono poi pensare di essere sistemiche. Il sistemico appartiene alla politica che infatti ha il compito di mediare, l’architettura, come tutte le arti, ha il compito di radicalizzare il proprio fallimento. Addirittura nel momento in cui tutto intorno cambiava (nuova amministrazione, nuovo consiglio dell’ordine) è arrivato anche il decimo concorso (quello con la Sovrintendenza Capitolina della Cisterna delle Sette Sale), una sorta di applauso finale, di “bis”.

Quanto successo in questa esperienza sono state delle vere e proprie incursioni, nulla di sistemico. Delle “finestre temporali” nel sistema di potere, avvenute per capacità di esserci, di cogliere le possibilità, di buttarsi a capofitto in un’avventura. La sua forza è sempre stata l’avere coscienza che la finestra era stretta e che nulla di predeterminato  c’era anche lì dove ci si immaginerebbe che invece fosse tutto precisamente determinato: quella che mi piace chiamare “pura immanenza”.