(Luglio 2022) Mattia Darò, architetto/designer/teorico, dottore di ricerca in architettura, è un libero professionista che qui tenta una riflessione sul proprio operato per meglio capire il mondo che vive.

Viviamo nella Grande Accelerazione.

E se ci viviamo da tempo (si dice dal 1950) in realtà ne cominciamo a parlare con consapevolezza da poco.

Quindi Io vivo nell’era dell’Antropocene a causa della Grande Accelerazione prodotta dal sistema terra.

Cosa ne deduco nella mia attività? Tento di avvisare alcune piccole percezioni culturali che sicuramente incidono sulla mia vita pubblica di architetto.

Produrre non è più un bene a prescindere. Produrre e consumare può essere un male. E qui c’è una frattura netta con la generazione dei boomer (dei padri). Immettersi nel sistema del fare è la causa dei mali dell’accelerazione (da una parte conseguenza inevitabile data dal grande sforzo teso ad un’idea aurea del progresso negli ultimi 70 anni, dall’altra la causa di tutte le principali preoccupazioni per il nostro futuro).

Dunque viviamo un totale bipolarismo culturale.

Se l’eroismo della generazione boomer ha tentato di proporsi a tutto tondo dando vita ad un modello culturale tendenzialmente legato alla rivendicazione della sfera iconica/mediatica tout court e quindi anche alla liberalizzazione intellettuale del mercato ma diciamo con un’azione sintetizzabile chiaramente: da giovani si fa ricerca e a seguire si fa gli imprenditori innestandosi nel mercato e conquistandolo. Potremmo dire una confortante via di mezzo tra eroismo e voglia di benessere: la comfort zone del politicamente corretto, capitalizzo ma faccio pensare. Modalità che la consapevolezza accelerazionista in realtà non ammette più: si chiede maggiore radicalizzazione all’interno del proprio fare.

E infatti oggi, per le nuove generazioni, non è più così. Chi fa ricerca è condannato a fare ricerca, spingendo sempre più sui limiti del sistema a inglobare la ricerca (il fallimento delle scuole e università è emblematico, essendo inevitabilmente sistema non fanno più ricerca ma applicazioni). Chi produce è totalmente compreso nel sistema, alimenta l’accelerazione e sfugge a qualsiasi eroismo culturale. La produzione è oggi totalmente dentro al mercato: funziona meglio lo studio che investe di più, il capitale muove il capitale.

Tra i produttori non esistono eroi ma piuttosto bravissimi manager di piccole attività che hanno una sufficiente acculturazione per aggiungere un quid di poesia al loro prodotto, che poi significa fare un prodotto similare ad altri che sono già piaciuti.

Gli eroi si muovono da outsider della disciplina, nei suoi punti di rottura, elaborando anti prodotti, mettono continuamente in crisi la disciplina scoprendo nuove frontiere di improduttività, di un senso comune del “sarebbe bello ma non è fattibile”, in definitiva autoflagellandosi.

E anche Io sono dilaniato da questo bipolarismo.

Alterno fasi psicoesistenziali e fasi di attività esattamente corrispondenti alle due descrizioni precedenti, alternando puro spirito accelerazionista a immanenza critica diffusa. Constatando in entrambi i casi la vacuità dei entrambe le modalità. Se ne può estrapolare una poetica:

Al contrario della generazione precedente lo sforzo è quello di contenere maggiormente il contenuto signico, ovvero la necessità primaria dell’era passata ma ancora attuale di farsi riconoscere a tutti i costi iconicamente. Al contrario oggi lo sforzo deve essere quello contenutistico: rimettere al centro i contenuti a cospetto di una società totalmente in balia dell’etere. La normalità del mondo vive di pulsioni mediatiche, le nuove prospettive del pensiero devono invece sfidare la consuetudine del mettersi in mostra per essere ancor più capaci di intercettare il reale, ma senza l’ansia di ostentarlo ma anzi coltivando il segreto, fatto che nessuno sembra più desiderare nella società della dittatura della trasparenza.

Questo comporta che l’Io si presta agli altri senza esigenza di sovrastare. Il prodotto si plasma totalmente su chi ne vuole usufruire. Non è più il momento dell’artefice che si impone nella sua artisticità (che del resto si è normalizzata). Si apre l’era dell’astensione come metodo. Astenersi dall’imporre il proprio io fluidifica la voglia di emersione degli altri io. Fatto che crea una forza di contrapposizione, non va inteso come rinuncia ma anzi come atto estremo di preservare davvero l’io sincero. L’unicità è nel non esporsi, nella coltivazione del segreto.

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