SCIATTCHIC

Bum in “Mulholland Drive” (David Lynch, 2001)

C’erano una volta i “Radical chic”.

Con la loro capacità di mischiare alto e basso ma a patto di avere posizioni politiche radicali, erano i paladini di un pensiero davvero libero e capace di spaziare in ogni direzione, facendo scalpore e catturando le critiche più disparate.

Ma ora basta! Il radicalismo ha abdicato nel momento che il conflitto politico si è infine spostato tra Alternative vs. Mainstream. Oggi fa sorridere chi ancora usa l’appellativo “radical chic” come forma di offesa. Perché in fondo lo siamo tutti, radical chic, almeno nel contesto occidentale, tutti privilegiati che si considerano vittime della società. Radicale è chi pretende che il pensiero sia “cristallino” non confuso, dunque inevitabilmente mainstream (un neomodernismo post postmodernismo). E quindi nella ricerca spasmodica di elementi di contrasto ma leganti tra consumo libero di ricchezza messo a contrasto con un approccio etico-primitivo della vita emerge, nella sua estremizzazione, la figura dello “SciattChic”: una figura libera che si inserisce nella società mediatica contemporanea per assumere le vesti di dissociato, dropout,  così da interpretare lui stesso (non più il suo pensiero) l’oggetto di riflessione per il suo stesso ambiente: ad esempio si pensi ai personaggi del film “The Square”, una sorta di commedia surreale che guarda caso ruota intorno al mondo dell’arte, dove ogni personaggio appare come un disadattato in una società (la nostra) dove non riesce ad esserci mai un vero conflitto (o meglio i conflitti sono ridotti ad un uso tutto mediatico che va dalla scena del furto combinato per strada, alla lezione dei due comunicatori sull’importanza del conflitto per catturare l’attenzione dei giornali, alla performance aggressiva dell’artista/gorilla) ma tutto scorre in un’apparente fluidità che fa ancor più paura per la sua assenza di realtà e una gran presenza di azioni inutili.

L’informale è oggi talmente dentro la società che ha anche una sua veste formale (mangiamo muffe, vestiamo alghe).

Quando la ruggine si insinua su una lama di rasoio, quando un muro inizia a ammuffire, quando il muschio cresce in un angolo di una stanza, arrotondando i suoi angoli geometrici, dovremmo essere contenti perché, insieme ai microbi e ai funghi, la vita si sta muovendo nella casa e attraverso questo processo possiamo diventare più consapevolmente testimoni di cambiamenti architettonici da cui abbiamo molto da imparare.” “Solo gli ingegneri e gli scienziati che sono in grado di vivere nella muffa e produrre muffa in modo creativo saranno i maestri di domani.” [Manifesto della muffa contro il razionalismo in architettura, Friedensreich Hundertwasser]

Potremmo dire che la società si differenzia tra chi persegue l’informale formalmente e chi lo persegue sostanzialmente. Ed è in questo binomio che sta lo sciattchic che contempla le estremizzazioni informali di una ostentazione estetica (il dropout) alla rivalsa sociale nel consumo/abuso del lusso (pratica da rapper).

Gucci Mane, rapper

Entrambe le due estremizzazioni sono dei messaggi sociali, rappresentano il dissidio più o meno armonico tra stati di fatto che proprio non si conciliano tra loro.

OMA, Galleria Department Store, Gwanggyo, South Korea, 2020

L’antierotismo del mainstream mediatico, che coltiva post-umanesimo ormai spintosi fino al non-umanesimo, spiana la strada all’alternative come unica pratica per riscoprirsi umani, troppo umani. Così perdenti e fallimentari ma così umani. Se appunto l’antierotismo appare come inglobato nel sistema che, nella sua assolutezza radicale, l’ha ormai assimilato (il successo del minimalismo, del monochrome, del vuoto), a contrastare il sistema sembra essere molto più adatto un erotismo malato, vero e proprio frutto del malessere del sistema, capace di evidenziare i suoi problemi dietro la sua facciata di perfetta efficienza.

Kohei Yoshiyuki, The Park

Ma un’immaginario omnicomprensivo non può che alimentarsi all’interno del contrasto tra mainstream e alternative costruendo un efficace contrasto estetico e sostanziale tra mondi inconciliabili, atteggiamento utile a coltivare un virtuoso dissidio della natura umana (una contraddizione esistenziale tra atteggiamenti elitari e atteggiamenti popolari, tenendo assieme nel proprio io le differenze inconciliabili che ogni situazione presenta).

Mac Mars (dal gruppo FB Boring Dystopia II)

TRASH-ENDERE

Il trash ha sostituito l’epifania!

L’epifania era già abbastanza trash nel suo comparire ma poi è diventata super trash nell’essere tramandata. Cosa c’è di più trash del presepe?

Ma cosa intendiamo per trash? Edulcorazione di cultura popolare? Estremizzazione sottoculturale? Forse l’ipotesi più accurata è il trascendere.. Il famoso trascendere.

Quell’esigenza tanto umana quanto inspiegabile, irragionevole. L’esigenza di andare oltre quello che si è. Di credere. Dei, miti, legende, identità parallele. L’esigenza di un surplus di valore.

E però se per lungo tempo a colmare questa esigenza era stato sufficiente inventare una di storia: Gesù, Giuseppe e la Madonna, oggi, nella costruzione di valori atei/materialisti, abbiamo sostituito alla necessità del trascendere ideologie (più o meno politiche) che poi abbiamo sconfitto anche perché il costrutto ideologico in realtà aveva ben poco di epifanico (rimaneva un approccio tutto mentale) per arrivare alla condizione post ideologica per cui la costruzione del proprio trascendere in modo direi customizzato (ognuno si fa il suo personale credo).

Il problema è che nella cultura contemporanea ancora facciamo resistenza al nostro trascendere così come al nostro trash. Tentiamo di sopprimerlo. O costruiamo delle narrazioni elitarie per cui certi comportamenti sociali siano “magicamente” esenti dal “trashendere”.

Scopare è trash? Mangiare è trash? Il conflitto è trash?

Il ricatto elitario porta a questo. Una sorta di restaurazione conservatrice alimentata dalla paura di soffrire e quindi accettare tutto. Anziché imparare a soffrire.

Oggi i social ci insegnano che si perde più tempo a costruire la fama di quello che si è fatto piuttosto che a fare quello che si sta facendo.

Il valore oggettuale, materialista è pari a zero mentre il plusvalore è tutto.

La profezia di Andy Warhol “nel futuro ognuno sarà famoso al mondo per 15 minuti” è ormai una frase datata. Oggi il tema è come essere famosi per più di 30 secondi (il tempo del refresh di una pagina social). Quello che è vero è che il problema vero del coltivare la notorietà non è più l’accedervi ma il mantenerla.

E se la fama sembra sempre più nascere nella maggiore capacità di sincerità nel porsi in mostra questo stesso aspetto pregiudica sempre più la costruzione di una competenza.

Mi spiego meglio:

oggi esistono i personaggi dello spettacolo e gli attori e sono due categorie diverse. I primi sono persone che accettano che la loro vita diventi pubblica, quella è la loro missione e diventa la loro professione (la dimensione del reality show) e poi c’è la dimensione dell’interprete (la visione classica dell’attore), colui che studia per assumere le sembianze di un altro personaggio per metterlo in scena nelle forme convenzionali della rappresentazione.

Forse non è una novità, ovvero la autocelebrazione esistenziale è un fatto da sempre esistito ma elitario (si pensi al successo della figura di Gesù e dei miti dei culti o alla costruzione narrativa delle famiglie reali) ma di sicuro la sua “democratizzazione” ad appannaggio di tutti è un fenomeno che si è fortemente sviluppato negli anni recenti con il diffondersi della comunicazione per tutti.

La cosa buffa è che tale scelta autocelebrativa conduce fortemente verso una cultura trash: ovvero metto in scena me stesso (che è essa stessa un’azione trascendente) come unica e sola mia chance sociale (un tributo pubblico) e l’inevitabile messa in scena di me mi porta ad essere un materiale trash.

Il social quindi ha decisamente enfatizzato la cultura trash, addirittura rendendola parte integrante della nostra vita sociale (a prescindere da un mero fattore stilistico, è lo stesso rendere pubblico il mio contenuto privato/intimo che è operazione fortemente trash).

L’idea che ci sia una buona creanza nel linguaggio social è un grande inganno che si racconta chi a tutti costi non vuole apparire trash, ma la verità è che come pubblichi (posti contenuti) immetti subito materiale trash nel vortice onnivoro della comunicazione.

Quindi, trashendete consapevolmente e buon TRASH a tutti!

Imparare a stare nel TRASH-MODERNO

Garmonbozia
Sostanza immaginaria che appare nel film Fuoco Cammina con Me (1992) di David Lynch.
Una sorta di crema di mais, nutrimento (droga) degli spiriti che abitano la loggia nera.

Istruzioni per sopravvivere all’era del Trash-Moderno si sovrappongono alla voglia di perdersi senza paracaduti di protezione. Il Trash-Moderno ha tre fattori scardinanti:

1- il meme “copia e incolla” diffuso

ricordate Picasso del “i buoni artisti copiano, i grandi artisti rubano”

BULLSHITS (stronzate)

è arrivato il web che ha confermato l’intuizione della teoria dei meme, come apparse nel “Gene egoista” di Richard Dawkins (1976) poi confermate da Susan Blackmore (1999).

La diffusione dei pensieri e delle idee avviene solamente tramite copia, non esiste nessun furto possibile. Il furto presupporrebbe che un’idea sia unica e sola mentre questo non succede mai. Un’idea se esiste significa che già esisteva da qualche parte.

Per questa ragione l’idea stessa è trash perché, perso il valore dell’originalità, l’idea si presenta sempre come un resto, un qualcosa di abbandonato, di scartato che viene recuperato, ripreso e rilanciato e ricollocato in un nuovo circuito. Non ha valore di per se stessa ma ne assume a seconda dei valori esterni a lei e al più potremo assistere ad idee che si copiano più facilmente e tendono a somigliarsi l’un l’altra o ad idee che hanno matrici identitarie maggiormente forti e si fa maggiore fatica a copiare. Ma è l’idea stessa dell’originalità che lascia il tempo che trova.

2- il relativismo accelerato

Viviamo in uno stato diffuso di relativismo oggi riscontrabile in moltissime attività umane (dalla politica all’arte, dalla scienza all’economia).
Viviamo dunque davvero in continue aperture di “gate” che permettono dei passaggi intertemporali che oggi sembrano smentire quella tensione usuale e univoca a guardare al futuro, come baluardo di un ottimismo dell’ignoto, ma invece permettono di viaggiare in modo più libero (wild) tra passato, presente e futuro (“vivere senza tempo” dicevano i situazionisti) tramite percorsi paralleli e sconnessi tra loro come le traiettorie tracciate nello spazio-tempo curvo della teoria della relatività generale.

Questo approccio relativista ci impone la faticosa attività del porsi delle gabbie di certezze per poi smantellarle e poi ricostituirle.

Relativismo = vivere in uno stato di perenne crisi.

La crisi alimenta il trash. Come il maiale all’alentejana, piatto della regione portoghese che gli da il nome, che accosta carne di maiale alle vongole, oggi sono le posizioni univoche, senza contrasti, ad essere fuori luogo.

3- il disturbo schizoide o bipolare sociale

L’accessibilità della follia e la sua legittimazione sociale (vedi Foucault, Storia della follia o Sorvegliare e punire o anche gli effetti della società post Van Gogh) come unico modo per un reale processo di reinserimento/integrazione.

La schizofrenia è dunque un metodo, oramai diffuso e non di pochi, per tollerare e gestire il relativismo. In realtà oggi è la società stessa ad essere duplice (dai due volti).

Logiche surrealiste e pratiche o derive situazioniste racchiudono il potenziale per far emergere il subconscio, la materia preferita del trash. La “società dello spettacolo” di debordiana memoria o la vita in diretta (da grande fratello) che ormai è fondatamente insediata nella società contemporanea non può più nascondere l’inconscio trash che plasma quindi l’immaginario sociale.