Collage Paesaggio Urbano

fotocollage#01 Paesaggio urbano (Kollhoff, Postdamer e Leipziger Platz; Passi, Studio per un’incisione di architettura; Chipperfield Area dei Fori Imperiali; Caruso St John, Facciata) © mattia darò

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Facciata Scultura

Nuova Scuola Secondaria di 1° grado Pizzigoni, Milano, 2019 (concorso)

Tavola 4 – Qualità percettiva
Prospetto laterale posteriore dove si trova il restringimento del vuoto creato dallo spazio comune

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Modernism Abuse

Una nuova serie (#modernismabuse):

Siamo sicuri che l’eredità moderna sia mai stata conclusa? Tra eredità raccolta e riproposta e riflessione sulla sua conservazione, la memoria del moderno è ancora salda e attiva nella nostra cultura.

E quindi analogamente è ancora forte la sua messa in crisi?

Lo spunto mi è stato dato dal caso del progetto del “Nid d’abeille” e “Sémiramis” di Casablanca, progettato all’interno del programma “Carrières Centrales” che prevedeva alcuni progetti di sviluppi urbani modernisti nella città marocchina, realizzati tra il 1951 e il 1952 dal team Atbat-Afrique, composto dagli architetti Georges Candilis, Shadrach Woods e Vladimir Bodianski.

E’ evidente la forza plastica di questi edifici che provano a reinterpretare in chiave moderna alcuni elementi tipologici tipici della cultura medio orientale (come i cortili, addirittura utilizzati su più livelli come specie di terrazze e alternati, e gli spazi distributivi/comuni “le strade all’aria”).

Ricordiamo che Canidilis e Woods provengono dallo studio di Le Corbusier e hanno lavorato all’Unité d’Habitation di Marsiglia ma anche che faranno parte del Team X che nasce all’interno del CIAM nel 1953 assieme agli Smithson, De Carlo, Bakema, Van Eyck, quindi interpreti di una eredità moderna ma anche i primi a provare a metterla in discussione cercando strade diverse.

Potremmo dire che il loro sguardo intravede il problema della modernità e il loro tentativo di praticare una modernità gentile in realtà non farà altro che scardinare una sorta di “naturale ribellione” della cittadinanza all’imprimatur dell’architettura sulle condizioni abitative dell’uomo.

Perché lo stravolgimento concettuale (più che formale) degli edifici nel corso degli anni diviene una sorta di “manifesto ideologico” del tema dell’appropriazione dell’edificio da parte di una comunità, tema nevralgico similare a quello tanto dibattuto della “esportazione della democrazia” per comprendere le differenze tra culture diverse inquadrate nell’ambito dell’architettura e dei suoi processi.

Sulla base di queste analisi ho prodotto alcuni collage digitali che tentano di porre lo stesso interrogativo sul “nostro patrimonio moderno”, provare ad indagare quale effetto estetico si otterrebbe se violassimo alcuni edifici iconici della storia di architettura contemporanea italiana?

collage digitale, dettaglio del corpo scala dell’edificio delle poste di via Marmorata a Roma di Adalberto Libera e Mario De Renzi, 1933-35 (base fotografica da Archidiap, foto di Marco Calvani)
collage digitale, veduta della testata dell’edificio delle poste di piazza Bologna a Roma di Mario Ridolfi, 1933-35 (base fotografica da Archidiap, foto di Giorgia Pietrantonio)
collage digitale, fronte su via Induno della casa della GIL di largo Ascianghi a Roma di Luigi Moretti, 1933-36 (base fotografica da Archidiap, foto storica anonima)
collage digitale, particolare delle bucature di una facciata della ex Casa del Fascio di Como di Giuseppe Terragni, 1932-36 (base fotografica da Archdaily, foto di Guillermo Hervia Garcia)
collage digitale, particolare del prospetto del Palazzo della Civiltà Italiana di Roma di Giovanni Guerrini, Ernesto Lapadula, Mario Romano, 1939-53 (base fotografica da Flickr, foto di FotoVisiva, 2016)

Save Architecture

Nuova serie #savearchitecture il rinnovato interesse per la brutalità dell’architettura corrisponde alla continua e indefessa perdita di legittimità della disciplina stessa: oggi le tendenze dell’architettura provano in tutti i modi a camuffare l’architettura con altro (ipogei, colorini, smaterialiazzazioni, dettaglismo etc). Ma l’architettura è un atto di coraggio! Lo è sempre stata e sempre lo sarà. E in sintonia con questo allora meglio recuperare la “vecchia” architettura che costruirne di nuova insulsa, con una sensibilità verso una nuova dimensione di simbiosi tra costruito e naturale. Questo lo spirito di questi nuovi disegni.

Qui disegnando con rispetto e pathos su una foto del New Haven Veterans Memorial Coliseum di Kevin Roche (tecnica mista, digitale e matita).

#redrawing kevin roche new haven veterans memorial coliseum

Ridisegnare è un modo per reinventare. La reinterpretazione critica è una forma di nuovo pensiero creativo. Nella serie #savearchitecture si tenta proprio questo. Come un remake cinematografico o una cover musicale, #remakearchitecture tenta di rifare l’architettura attraverso il disegno e reinventandola. Nei post precedenti avevo cominciato ridisegnando su di una foto del New Haven Veterans Memorial Coliseum di Kevin Roche

#redrawing2 kevin roche new haven veterans memorial coliseum

In questo secondo disegno di #savearchitecture #remakearchitecture (ridisegnare per reinventare), ho provato a ridisegnare su di una foto della Stadt des Orion, opera land art dell’artista Hannsjörg Voth, costruita tra il 1980 e il 2003 nella pianura di Marha in Marocco.Il ridisegno digitale a fil di ferro (wireframe) bianco su sfondo nero trasforma il suo aspetto, così materico, in una sorta di costruzione per elementi a fasce orizzontali segnate da forature piccole e puntuali, lineari, dando l’impressione di un paesaggio metropolitano molto denso e anche molto artificiale. Contrasti poetici tra fonte ed esito.

#redrawing hannsjörg voth, stadt des orion

In questo ridisegno, per la serie #savearchitecture, la sintesi volumetrica di questo interessante edificio per abitazioni dell’architetto Luigi Canina realizzato nel 1840 in via Ripetta a Roma. Ne emerge la soluzione plastica che scava, con una grande cavità impostata su un triangolo, il prospetto principale su cui poi è innestata una grande terrazza all’ultimo piano (dove sono previste anche finestre a tutta altezza). #remakearchitecture, ridisegnare per reinventare.

#redrawing luigi canina edificio per abitazioni in via ripetta, roma

Ridisegno l’antro immaginato da Junya Ishigami (2013) per questa tipologia ibrida, combinazione tra una casa e un ristorante, tentando di comprendere meglio la sfida poetica di “costruire un’architettura che è come una roccia” (Ishigami) quasi a suggerire che l’architettura si formi in modo naturale come una roccia; e per scongiurare l’ “effetto-disney” dell’artefatto, la realizzazione prevede di scavare nel terreno una serie di buchi per poi riempirli di calcestruzzo cosicché successivamente si crea in negativo (come un calco) un paesaggio artificiale ma dal sapore naturale. #remakearchitecture, ridisegnare per capire.

#redrawing junya ishigami house and restaurant in yamaguchi

Qui, nella serie #savearchitecture, ho ridisegnato una delle “macchine” di Daniel Libeskind presentate alla Biennale di Architettura di Venezia nel 1985: un “intreccio-catasta” di elementi in legno che simboleggia l’arcaico procedimento dell’ingegnoso costruire così come una condizione alienata metafisica, in sintesi un oggetto proveniente da un passato remoto del futuro, #remakearchitecture, ridisegnare per capire.

daniel libeskind the machines, biennale di venezia, 1985

#savearchitecture qui ho ridisegnato uno scorcio del progetto di Valerio Olgiati, Pearling Site Visitor Center di Muharraq, Bahrein per mettere in evidenza la bella relazione tra la struttura di copertura (+10m sopra il suolo), con il suo sistema di bucature e pilastri, e la costruzione a forma di blocco sottostante ed ermetica #remakearchitecture ridisegnare per reinterpetare

valerio olgiati, pearling site visitor center, muharraq, bahrain, 2019

Ecco qui invece ho ridisegnato (per la serie #savearchitecture) la proposta di Dom-Komuna di Mikhail Barshch and Vladimir Vladimirov (Stroikom) datata in torno al 1928-1930 per tentare di approfondire il concetto spaziale di “Condensatore Sociale”, il disegno dello spazio per influenzare i comportamenti collettivi delle persone. #remakearchitecture ridisegnare per reinventare

mikhail barshch and vladimir vladimirov, dom-komuna, 1928-1930

Qui ho ridisegnato l’ampliamento della Customs House, estensione del Post Office a Manama nel Bahrein, progettata dallo studio Anne Holtrop, 2019. Infatuato del volume massiccio e compatto dalle “forme meteoritiche” sovrapposte a un disegno di facciata regolare.

studio anne holtrop, customs house, post office, manama, bahrain, 2019

#savearchitecture ridisegno dell’installazione “Life” di Olafur Eliasson realizzata quest’anno alla Fondazione Beyeler di Riehen (Basel). L’allagamento dello spazio espositivio mi sorprende e mi convince dell’importanza di ripensare il suolo come elemento architettonico, anche nelle preesistenze, per permettere una maggiore integrazione con la natura.

olafur eliasson, “life”, fondation beyeler, riehen/basel, 2021

SCONFIGGERE IL NEO MODERNO GLOBALISTA (da IKEA alla WEB identity alla casa AIRBNB)

Me lo ricordo perché ero all’inizio del mio percorso universitario (primi anni ’90). La crisi del linguaggio postmoderno per quello decostruttivista (la mostra al MOMA di Johnson e Wigley “Deconstructivist Architecture” è del 1988) era in atto.

deconstructivist architecture, 1988

Imparai che in architettura possono esserci battaglie feroci in nome del linguaggio. La battaglia ebbe sicuramente un vincitore, il decostruttivismo prevalse ma poi scoprimmo (come ci dissero gli osservatori più attenti) che era solo un altro modo (meno gentile e pacifico) di essere postmoderni. Anziché timpani, colonne e architravi ci piacevano i pilastri storti, gli angoli obliqui, i muri sbilenchi.

Se l’ironia colta del “postmoderno storico” (Venturi) aveva preso in giro e spazzato via il linguaggio modernista, l’ironia feroce del “postmoderno pulp o grunge” (Koolhaas) (tendenza da considerarsi sorella delle tendenze culturali legate alla musica, il cinema e la letteratura) spazzò via il linguaggio postmoderno.

Si creò però questo cortocircuito curioso per cui, per quanto come approccio semiotico si era tutti postmoderni (ovvero si scimmiottava qualcos’altro), mentre il “postmoderno gentile” guardava a una dimensione lontana nel tempo (la storia sedimentata) con il duplice effetto di essere alle volte troppo colto e alle volte troppo kitsch, il “postmoderno cattivo” guardava più da vicino, all’alba del secolo (ovvero alle avanguardie).

Questo aspetto, che quindi conferma una metodologia ma ne diverge per un piccolo particolare, come sappiamo, ha prodotto un’incredibile rivoluzione linguistica.

E così siamo al topic del mio intervento: è successo poi che, superati gli eccessi del decostruttivismo, quello che infine rimase e diventò un obiettivo, che pare ancora a galla, era recuperare il linguaggio delle avanguardie, e quindi IKEA era la soluzione linguistica che metteva tutti d’accordo: innovativa (nel guardare alla modernità come pratica low cost di accedere ad un linguaggio accettato da tutti).

ikea store

La sfida era dunque convincere tutti che i “ghiri gori” fossero di per sé un difetto, totalmente inutili. Paradossalmente quando Portoghesi, animatore della stagione “postmoderna gentile” diceva “l’architttura postmoderna propone la fine del proibisionismo, l’opposizione al funzionalismo, la riconsiderazione dell’architettura quale processo estetico, non esclusivamente utilitario; il ritorno all’ornamento, l’affermarsi di un diffuso edonismo” non poteva aspettarsi che questo processo avrebbe portato nuovamente ad affermarsi la “caccia alla decorazione” ma in chiave postmoderna, ovvero tramite una dittatura del linguaggio essenzial-minimale (neo moderno per l’appunto). Processo che trovò il beneficio dell’appoggio totale di tutto il mercato globale, nel modo di esprimersi, in particolar modo potremmo soffermarci su tutta la produzione di loghi, brand, corporate identity, etc etc, dove sarebbe facile ripercorrere una sempre più consolidata uniformità del linguaggio visivo verso alcuni stilemi più propri delle avanguardie.

brand logos

E’ successo quindi che si affermasse come “linguaggio indiscutibile” il linguaggio IKEA globalizzato, o anche l’idea della spersonalizzazione del linguaggio (che in realtà non è mai vera ma è pur sempre una scelta).

In architettura è interessante constatare come, dal decostruttivismo, che era forse il massimo della personalizzazione con le sue sgrammaticature, si sia arrivati in poco tempo a inseguire questa ricerca indefessa della spersonalizzazione, come dire rimanete sì “avanguardisti” ma solo per imporre un linguaggio totale e totalizzante, togliete invece tutto ciò che ha a che vedere con provocazioni, ironia, occorre perseguire il dogma del “neo modernista doc” (ricordo che il linguaggio moderno si impose allo stesso modo dalle istanze delle avanguardie).

E così ci troviamo in una sorta di stallo in cui temiamo di personalizzare il nostro linguaggio (così come chi ambisce ad una unica lingua e all’estinzione dei dialetti). I designer dei segni (quando si parla di linguaggio è difficile distinguere tra grafici, architetti, illustratori, artisti) hanno accettato di astenersi dalle loro sbornie, dalle loro fissazioni, dai loro traumi formativi, dagli innamoramenti visivi. Hanno accettato che il linguaggio non fosse materia loro ma materia data, dalla collettività totalizzata (un unico grande cliente dittatoriale).

Forse una situazione del genere non era mai successa: un consenso così piatto per un unico linguaggio.

airbnb & ikea

Per avere un parametro evidente di quanto sto sostenendo, credo che non ci sia nulla di più emblematico della navigazione sul sito/piattaforma di AIRBNB: è indiscutibile che oggi esista un preciso format di casa AIRBNB. Che spesso sia realizzata proprio in cooperazione con gran parte di quello che offre IKEA e che trovi nella foto da pubblicare in internet la principale bussola da seguire (esattamente come l’etica INSTAGRAM per i giovani): pulizia, luminosità/chiarezza, evocazione del lusso (apparente), un senso di modernità che allude a un sempre nuovo; quello che va evitato invece è il polveroso, l’oscuro, il consumato/usato e uno stile che sembra povero o antico (che ormai non fanno differenza ma sono assimilabili). Fa resistenza solo per un pubblico tendenzialmente circoscritto ai paesi dell’Est (Russia in primis) uno stile postmodernista di lusso, tra Versailles e un new decò che non fa differenza, e che quindi, in una sorta di legittimazione dell’ignoranza per il linguaggio, si mette sullo stesso piano del linguaggio asettico.

Si sono abbattute le sottigliezze e le differenze; il confronto è ormai dilaniato tra asettico e decorativo, che sembrerebbe voler creare una dicotomia tra vita e artificio. Come si accennava prima, discernere tra antico e povero non è così importante, se è decorato è da buttare. Oggi siamo di nuovo come alla stagione del proibizionismo di cui parlava Portoghesi.

Si pensi ad esempio al “delitto delle librerie”. Oggi assistiamo alla celebrazione della libreria senza libri. Come se il libro, a prescindere se poi lo si legga o meno (non è questo il tema dibattuto) non abbia una sua forza estetica o figurativa (polveroso, antico, consumato).

libreria di design mikado

L’idea estetica che ci siamo fatti della casa AIRBNB è che debba essere spersonalizzata così da disturbare il meno possibile, perché ci fa paura l’idea che ci sia stata una presenza, un’ombra, una storia in quella casa, dobbiamo avere a tutti i costi l’impressione che quella casa sia stata fatta per noi e solo per noi (figuriamoci ora in pieno post Covid).

Di nuovo la dittatura del neo moderno ci ha fatto suoi. 😱

[…]

street view architectures (odhams walk)

Bisognerà rivedere tutti i manuali di storia dell’architettura.. ridefinire i criteri di giudizio e le attitudini descrittive per valutare le architetture del mondo, a maggior ragione dopo l’esperienza anti-sociale e/o della crisi degli spazi fisici, che ha rivalutato come fatto non così malsano la misantropia, del Covid-19.

Del resto Google, nel presentare il servizio Street View, dice proprio Street View di Google Maps è una rappresentazione virtuale del mondo che ci circonda su Google Maps che fa a venire alla mente l’opera magna di Schopenauer “Il mondo come volontà e rappresentazione”.

Insomma che il mondo sia rappresentazione è una scoperta che viene da lontano. Forse il vero tema in realtà è quale dei tanti mondi rappresentati ha più efficacia degli altri.

In ogni caso questa nuova riflessione è semplice. Come cambierebbe la storia dell’architettura se giudicassimo le opere da street view? Mi sembra già evidente che avverrebbe una micro rivoluzione teoretica. Perché alcune opere amplificano le loro qualità mentre altre non riescono a trovare la loro giusta dimensione espressiva.

odhams walk satellite map

Ecco questa riflessione nasce con il caso molto interessante di Odhams Walk, opera del 1979 progettata e realizzata dal Greater London Council a Londra, che si rivela essere molto adatta alla visita in modalità street view, opera versatile proprio in relazione al suo essere attraversata, guardata (che offre sempre scenari inediti e diversi), capace di intercettare la piacevolezza del suo attraversamento come spunto progettuale.

QU3#18 Nuove Architetture Urbane

QU3 – I QUADERNI DI UrbanisticaTre / NUOVE ARCHITETTURE URBANE

QU3 #18

A cura di Mattia Darò, Flavio Graviglia, Milena Farina

Edizioni Quodlibet

U3#18

La città contemporanea, costruita nel corso degli ultimi decenni, appare oggi come una somma di edifici-eccezione, apparentemente autoreferenziali e incapaci di entrare in dialogo tra loro. Negli ultimi anni alcune rilevanti figure del panorama architettonico hanno proposto una visione alternativa dello spazio urbano, fondata su alcuni caratteri tipici della città europea: il ruolo centrale assegnato all’architettura nella costruzione dello spazio urbano, la funzione della facciata come elemento in grado di conferire carattere e forma alla città, l’equilibrio tra uniformità e variazione architettonica, sono gli aspetti qualificanti di un modello spaziale e figurativo radicato nel senso comune. La ricerca di una continuità con la città storica e la rielaborazione dei temi tradizionali della facciata urbana si traduce in architetture dal carattere rigoroso e seriale che sembrano porsi in alternativa alle architetture singolari caratteristiche del passaggio al nuovo millennio. Tuttavia queste Nuove Architetture Urbane, pur ricercando una continuità estetica e percettiva con la città storica, finiscono per emergere come singoli oggetti autoriali, configurandosi come una delle tante espressioni dell’articolato panorama della cultura postmoderna.

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Nuova Scuola Secondaria di 1° grado Pizzigoni, Milano, 2019

Nuova Scuola Secondaria di 1° grado Pizzigoni, Milano, 2019
Competition organization: Comune di Milano, Concorrimi
Year: 2019
Project: Mattia Darò

1. FATTORI CONTESTUALI

Le istanze progettuali relative al contesto tengono conto principalmente di due fattori:

1- Un aspetto decisivo per garantire la qualità dello spazio pubblico dell’area di concorso è tenere assieme gli edifici pubblici coinvolti nell’area: la Biblioteca Villapizzone; la scuola dell’infanzia; la scuola primaria Console Marcello; la scuola secondaria di primo grado Via Pizzigoni). Si propone dunque di conciliare i lavori per la nuova scuola con la creazione di un “Parco Civico” dove i 4 plessi siano immersi in un vero e proprio parco alberato così che la qualità dell’area diventi elemento primario a garanzia della qualità delle funzioni pubbliche.

2- La morfologia del plesso della scuola secondaria di Via Pizzigoni tiene conto degli assi urbani plasmando le sue forme in relazione agli assi urbani principali:

l’asse urbano percettivo primario è quello di via Rosina Ferrario Grugnola che determina l’ingresso ricavato in una spaccatura dell’edificio che si presenta come un monolite compatto.

l’asse urbano percettivo secondario è quello di Via Giuseppina Pizzigoni per cui un l’ingresso alla scuola è evidenziato da uno slittamento del corpo della scuola a evocare la spaccatura dell’ingresso descritta nel precedente punto.

Sarà garantito un asse stradario, realizzato non in asfalto ma in materiale lapideo carrabile all’occorrenza (ad esempio solo negli orari di apertura delle scuole) e lì dove necessario l’utilizzo di recinzioni vegetali.

I due assi percettivi definiscono il fronte del plesso scolastico in particolar modo caratterizzando in un caso l’ingresso-apertura e nell’altro costruendo una sorta di quinta visiva.

2. FATTORE ORIENTAMENTO

L’orientamento è un fattore decisivo nel disegno del progetto della scuola che si sposa all’idea del monolite cementizio all’interno del quale si aprono gli spazi della scuola.

La scuola infatti si plasma in relazione al soleggiamento prevedendo di illuminare tutte le aule, con luce riflessa dal muro cementizio chiaro del corpo dell’auditorium/palestra, e dando vita ad uno spazio/cavità al suo interno coperto con una struttura in vetro apribile, capace di funzionare anche da effetto serra per accumulare calore quando necessario.

La copertura dello spazio comune è completamente apribile così come le vetrate delle aule che sono progettate con un sistema “a fisarmonica” che ne permette il completo impacchettamento quando necessario (ad esempio nelle stagioni più calde) e per garantire un’ottima areazione.

Anche per la biblioteca, situata al di sopra dello spazio dell’auditorium, è previsto un lucernario capace di fornire luce indiretta agli spazi dedicati.

Sistema delle vetrate che si richiudono a fisarmonica impacchettandosi in modo da eliminare la soglia e permettere di organizzare un grande spazio fluido.

3. QUALITA’ PROGRAMMATICA

La morfologia del plesso scolastico modellata secondo i criteri precedentemente illustrati accoglie il programma funzionale in modo tipologicamente ben definito con alcuni aspetti di variabilità e flessibilità dell’uso degli spazi.

Le aule infatti sono dei rettangoli 6x9m (54mq) raggruppate a tre e separate da una pannellatura mobile che permette dunque l’aggregazione di uno o due moduli aula così da avere spazi più grandi (fino a 9x18m) a seconda delle necessità.

Lo spazio comune rimane uno spazio capace di avere una sua identità precisa nello svolgimento delle attività scolastiche (tempo libero, ricreativo etc.) ma anche capace di essere utilizzato aggregato agli spazi funzionali (aule e/o palestra, auditorium) attraverso il sistema delle aperture delle aule (le vetrate “impacchettabili”) e le aperture dell’auditorium e della palestra (porte cementizie rotanti a grande dimensione).

Schemi tipo di funzionamnto variabile delle aule: 1) schema standard con aule da 54mq 2) schema con aula grande (per più classi, tipo esami) da 108mq e aula standard da 54mq 3) schema aula maxi per eventi speciali (tipo concerto) da 162mq

4. QUALITA’ PERCETTIVA

Gli aspetti percettivi ed estetici dell’oggetto architettonico sono trattati dal progetto mediante una proposta coerente con le scelte descritte nei punti precedenti, prediligendo la soluzione di un intero organismo monolitico, che si apre nel punto dell’ingresso principale con una grande vetrata che apre sullo spazio comune che determina l’organismo tipologico del plesso scolastico. Questa scelta predilige una scelta materica cementizia dal di fuori contrapposta dalle facciate interamente vetrate delle aule che sono la parte figurativamente debole ma assai funzionale ad assimilare luce, aria e modifiche tipologiche, vedi punto seguente.

Prospetto laterale posteriore dove si trova il restringimento del vuoto creato dallo spazio comune.

5. SPAZI COMUNI/VARIABILI FUNZIONALI

Punto nodale del progetto è la sua capacità di variabili tipologiche determinate da alcune scelte importanti sulla definizione delle soglie che permettono allo spazio comune di divenire una risorsa in più nell’organizzazione delle attività, anche con l’ausilio di un sistema di arredi funzionali a rendere gli spazi facilmente modificabili tipologicamente:

-il sistema di vetrate delle aule “impacchettabili” così da permettere una fluidità dello spazio tra spazi comuni e spazi definiti quando necessario.

-il sistema delle “grandi porte cementizie rotanti” che permettono una contiguità degli spazi dell’auditorium e della palestra con lo spazio comune.

La flessibilità dello spazio dato attraverso alcune soluzioni riguardanti le soluzioni relative alle soglie degli spazi destinati alle funzioni più legate all’attività scolastica permette di immaginare usi diversi del plesso pubblico come addirittura un pranzo sociale per il quartiere.

TAVOLE DI PROGETTO