fotocollage accelerazionisti

In questa serie di collage digitali si è tentato di “accelerare il pensiero attraverso le immagini”. In che senso? Nel senso letterale, ovvero tentando di costruire una serie di collage che “vomitassero” o se volete esplicitassero le connessioni di pensieri diversi e diffusi che, nel momento stesso della loro produzione, passavano nella mia mente.

Ha senso? L’unico senso è il fatto che non ne abbia, ovvero che sia un esercizio, quasi come un recettore elettronico di impulsi, per radiografare connessioni cerebrali sparse e/o influenzate da letture, pensieri, connessioni, scambi, influenze esterne le più varie.

Su ognuna di esse si potrebbero aprire tutte nuove storie ma è pur sì vero che accelerando il tempo si riduce.

fatti di cronaca concomitanti a Roma: a seguire l’arresto dello street artist Geco, lo sgombero del Cinema Palazzo nel quartiere San Lorenzo avviene negli stessi giorni dell’inaugurazione del nuovo centro commerciale Maximo su via Laurentina, mentre comincia il dibattito sulle prossime candidature per il governo della città che in particolar modo vede il sindaco attuale Virginia Raggi e Carlo Calenda, ex ministro, contrapporsi, qui ritratti in fotografie particolari.

Influenzato dai testi di Nick Land (è da poco uscita la traduzione di una serie di suoi testi nella raccolta “Collasso”, Luiss University Press) ho tentato di mettere assieme robotica (un amico mi ha parlato del suo recente acquisto, l’oculus quest2) ad una grafica accelerazionista di un articolo del The Guardian e un’immagine di un negozio Gucci con le bandiere comuniste in Cina, ma mi mancava uno sfondo di ambientazione e non so perché mi è venuto in mente “Déjeuner sur l’herbe” di Edoard Manet (c’è anche il personaggio di Twin Peaks, mia ossessione da sempre, Ronette Pulaski quando viene rinvenuta dopo la notte dell’omicidio di Laura Palmer).

Anche in questo caso il collage risente dal mondo accelerazionista landiano: il numogramma appare negli esperimenti theory -fiction della CCRU (Cybernetic Culture Research Unit), il gruppo fondato e diretto tra gli altri da Nick Land attivo dal 1995 al 1997. Il numogramma è l’esempio più evidente di iperstizione filosofica, uno dei concetti più importanti di Land. Per costruire questo numogramma ho tradotto la parola aporia in cinese (il cui significato è “problema le cui possibilità di soluzione risultano annullate in partenza dalla contraddizione”), ho pensato intensamente all’immaginario così iconico di Tron (la versione del 1982) per cui ho usato un fotogramma, ho poi inserito alcune immagini/diagrammi spesso associati al numogramma landiano, inserito un’immagine femminile tratta dall’archivio di immagini DIS e infine poppizzato il collage con l’inserimento del doppio Elvis warholiano.

Di nuovo influenzato dalla cronaca di Roma dove alcuni adolescenti si sono dati appuntamento al Pincio per dare vita a delle risse e dalle successive discussioni critiche e l’associare il fatto ai problemi dettati dalle restrizioni sociali del momento storico a causa del Covid e dell’uso deviato e compulsivo dei social media in una sorta di vita in diretta continua, ho ripescato nella memoria riflessioni e iconografie cinematografiche. Sicuramente James Dean di “Rebel without a cause” che da nome al collage così come Brad Pitt di “Fight Club”. La statua di Leonardo da Vinci con mascherina contestualizza il tema del collage.

Ancora influenzato da questa vita perennemente on line, rafforzata ancor di più dalle restrizioni sociali dettate dall’emergenza sanitaria Covid, questo collage si basa sulla scoperta dell’ASMR (autonomous sensory meridian response) una pratica di “massaggi mentali” che ha avuto una sua maggiore diffusione mediatica con l’ausilio della diretta streaming dove un medium (l’ASMR artist) produce effetti sonori tali da produrre delle vere e proprie sedute di terapia negli ascoltatori che possono trovare ausilio in problemi di stress, ansia, insonnia. Il collage ingloba inoltre un’immagine iconica virata in rosso di una “scimmia astronauta”, omaggio alle sperimentazioni pioniere dei primi lanci nello spazio, assieme al personaggio T-1000 (Terminator Serie 1000) che appare nel film Terminator2, un androide assassino mutaforma composto da una lega mimetica di metallo liquido che gli permette di assumere la forma di altri oggetti, una delle rare foto di Nick Land e la protagonista con il suo grande cuore del videoclip del brano “Another Chance” del dj Roger Sanchez.

Questo collage prende spunto da una nuova notizia di cronaca particolarmente dibattuta durante i giorni della sua produzione, ovvero il mancato scioglimento del sangue di San Gennaro, fenomeno religioso che avviene tre volte l’anno nella cappella del Tesoro di San Gennaro, dove è custodito in due ampolle. La scena del mancato scioglimento è posta in forte contrasto con una delle installazioni performative dell’artista/fotografo Spencer Tunick, solito fotografare grandi assembramenti di nudi umani in luoghi iconici (come davanti ai monumenti delle città del mondo). La scena è stata poi ambientata nel dipinto di Giorgione “La Tempesta” nella quale sono stati inserite, come fossero dei body guard, alcune figure di cyborg. Questo collage ha avuto problemi con le policy di Facebook ed Instagram a causa dei nudi presenti, esiste anche una versione con i sessi oscurati.

Questo collage, totalmente visivo, nasce dall’immagine iconica di Neo, il protagonista della serie cinematografica Matrix, interpretato da Keanu Reeves, in un fotogramma celebre in cui il personaggio, convinto dei suoi poteri dettati dalla rivelazione del film per cui il mondo in cui vive è solo una rappresentazione virtuale, riesce a controllare gli eventi che succedono, come bloccare e controllare le pallottole sparate contro di lui dagli agenti che gli danno la caccia. Il collage è completato da un’illustrazione psicoartistica di una donna, con stilemi legati alla stagione hippy degli anni ’70, il volto della donna che appare nel film “Un chien andalou” di Louis Bunuel prima della scena cult del taglio dell’occhio, e due insegne neon tipiche dei sexshop, una “Adult”, che da nome al collage, e sexshop mentre sullo sfondo compare un fotogramma tratto dai titoli di testa di Saul Bass del film Vertigo (La donna che visse due volte) di Alfred Hitchcock.

Oss.15: minimalismo radicale

Oss.15: minimalismo radicale

Il minimalista ha sempre pagato nei confronti del bulimico una sorta di remissione al “di più”.
Per gli architetti basti pensare a Venturi che ironizzava con il famoso assioma miesiano “less is more” ribattendo “less is a bore”.
Esiste però un altro tipo di minimalismo che non è affatto noioso, che mi piace definire il minimalismo radicale.
Ha una chiara origine nel periodo delle grandi provocazioni culturali del movimento dell’architettura radicale. Si pensi al Monumento Continuo dei Superstudio; la No Stop City di Archizoom; il progetto di tesi di laurea presso l’Architectural Association “Exodus or the voluntary prisoners of architecture”  di Rem Koolhaas, Madelon Vreisendorp, Elia Zenghelis, and Zoe Zenghelis; alcuni progetti del gruppo dei metabolisti giapponesi (il monumento per le vittime di Hiroshima di Kenzo Tange, il progetto Clusters in the Sky di Arata Isozaki, la torre Nakagin Capsule di Kisho Kurokawa etc.).

 

Un’origine che fonda nel controllo del progetto attraverso un unico segno forte (per l’appunto radicale) dai pochi orpelli e che vedrà anche fiorire il filone delle macrostrutture. Del resto così come per i radicali il loro padre putativo è Yona Friedman, della Ville Spatiale, i cui primi studi datano la fine degli anni 50 e l’idea delle megastrutture come realizzazione dell’utopia dell’architettura di immaginare nuovi mondi possibili influenzerà non solo le sperimentazioni (da Archigram a Haus Rucker) ma anche le architetture costruite (si pensi al Centre Pompidou di Piano e Rogers, alla corrente brutalista, la scuola di São Paulo in Brasile sotto l’influenza del tardo modernismo di Niemeyer etc).

 

Nella contemporaneità, essendosi imposto l’atteggiamento radicale, il minimalismo radicale è diventato uno stile architettonico. In particolar modo penso alle influenze della scuola giapponese e portoghese: da Toyo Ito a SANAA, da Siza a Carrilho de Graça.
Il minimalismo di alcuni stilemi, il bianco assoluto, il purismo formale, si intreccia alla radicalità delle opzioni progettuali: nulla come un confronto visivo può rendere quello che voglio dire:

CONFRONTO VISIVO ESEMPLIFICATIVO TRA STUDIO SANAA E CARRILHO DE GRACA

 

Oss.14: nichilismo italiano

Oss. 14: nichilismo italiano

L’interpretazione moderna del paesaggio italiano, inteso in particolar modo come l’immaginario della città moderna italiana ha sposato sempre più una cultura votata al nichilismo, o anche all’esistenzialismo intellettuale.

Qui elenco alcuni passaggi storici a mio avviso sintomatici del cambiamento avvenuto:

-Piranesi è il padre dei nichilisti, inventore della coscienza critica del nostro paesaggio, architetto, vedutista e infine visionario, apre al pensiero disegnato, dunque all’architetto intellettuale che non costruisce ma pensa senza togliersi il piacere di farlo progettando.

Risultati immagini per piranesi ritratto
Felice Polanzani, Ritratto di Giovanni Battista Piranesi, 1756

-insieme a Piranesi l’influenza dei francesi a Roma (Villa Medici in particolare con il Prix de Rome): si pensi a Jean Jacques David, che odia Roma, perché ci si vive male (leggendo i suoi diari sembra di ripercorrere già i temi e i problemi della Roma contemporanea), ma poi riesce a cogliere nel suo paesaggio culturale linfa per la sua arte per parlare della Francia: i valori rivoluzionari dell’uguaglianza, libertà e fraternità nella rilettura della Roma antica.

Jacques-Louis David, Autoritratto, 1794

 

-l’architettura del momento storico in cui l’Italia diviene uno stato è un racconto sintomatico di un passaggio/opportunità che poteva essere nevralgico per ridisegnare le città italiane eppure invece segna un totale flop, denunciando la mancanza di vere e forti motivazioni per fare questo e dunque un’incapacità di fondo di trovare una poetica comune, immaginando che si potesse assolvere alla propria identità con fantomatiche costruzioni scenografiche echeggianti valori classici (vedasi in particolar modo le architettura di Roma Capitale, dal Vittoriano ai Ministeri)

Giuseppe Sacconi e Eugenio Maccagnani, Monumento Nazionale a Vittorio Emanuele II, disegno di concorso (II), 1881

-Aldo Rossi raggiunge l’apice del nichilismo del paesaggio italiano facendo sua la poetica della “casetta”, la “sintesi brandizzata” del paesaggio delle città italiane che avrà come conseguenza la nascita dello stile post-moderno, ironica trasposizione degli stilemi classici in forma moderna. E però proprio questa operazione “suicida” fa nascere la vera scuola italiana contemporanea dell’architettura, capace di accettare il grado zero (o anche la morte dell’architettura) come massimo sforzo ideale alla conservazione del paesaggio italiano stesso.

Aldo Rossi, Il teatro del mondo, Venezia, 1979

-L’esperienza all’interno del movimento di architettura radicale finalizza questo passaggio attraverso l’ideazione del monumento continuo, allo stesso tempo mitizzazione e negazione dell’architettura stessa. Solo in questo passaggio infatti è possibile cogliere la coerenza di Adolfo Natalini (leader dei Superstudio) di passare dalla provocazione del Monumento Continuo alla realizzazione di edifici in pieno spirito post-moderno, con tanto di capitelli e colonne.

Superstudio, Salvataggi di centri storici italiani (Italia vostra), Firenze, 1972

A questo proposito l’affermazione in tutto il mondo dei principi contenuti dalle riflessioni emerse nell’architettura radicale confermano l’inattualità dell’architettura in un paese come l’Italia che già di suo deve fare i conti con un paesaggio “bello per statuto” e quindi dove è possibile solo la “contemplazione intellettuale” alla De Chirico, per dirla in modo radicale.

Giorgio De Chirico, Piazza d’Italia, 1959

Oss.13 Franklin D. Roosevelt Four Freedoms Park

Premesso che non ne sapevo nulla!

Ma che bello!

Lo scrivevo in questo precedente post: mi sembrava un’idea bellissima quella di costruire alcuni progetti a distanza di tempo, ripescandoli nella memoria e ripresentandoli nella loro attualità..

Ebbene lo hanno fatto! Guarda caso a New York, guarda caso il progetto di un grande maestro come Louis Kahn per il memoriale di Franklin D. Roosevelt nell’area della punta della Roosevelt Island, nell’East River tra Manahattan e il Queens.

Commissionato a Kahn nel 1972, è uno degli ultimi suoi lavori prima della morte (1974), ecco un suo disegno:

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Progetto portato avanti dopo la morte di Kahn dallo studio Mitchell | Giurgola Architects, che rispettarono le intenzioni del maestro, l’istituto Franklin and Eleanor Roosevelt si impegnò a collezionare fondi e a preservare il progetto nella sua idea iniziale finché, non senza litigi e problemi e dopo l’impegno anche della scuola di arte e architettura Cooper Union nel riportare attenzione al caso, il memoriale ha inaugurato il 24 Ottobre del 2012.

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I had this thought that a memorial should be a room and a garden. That’s all I had. Why did I want a room and a garden? I just chose it to be the point of departure. The garden is somehow a personal nature, a personal kind of control of nature. And the room was the beginning of architecture. I had this sense, you see, and the room wasn’t just architecture, but was an extension of self.

(Louis Kahn al Pratt Institue nel 1973)

Ovviamente questo è un bell’esempio di memoria storica e attenzione di alcune istituzioni nei confronti di un progetto di un architetto patrimonio dell’architettura. Ma quello che mi intriga è che in realtà è interessante anche come strategia progettuale, come riflessione dei progettisti stessi sulla non sempre valida necessità di ripensare da capo un progetto (davanti allo sconfinato oceano di progetti realizzati e non di cui disponiamo).

 

 

Oss.12: la mitizzazione dell’architettura (deadarchitecturewalking)

Oss. 12: la mitizzazione dell’architettura (deadarchitecturewalking)

Mi riallaccio a un tentativo di racconto della recente storia contemporanea dell’architettura che trovate qui ma vedi anche un altro post “ossessioni” sul confronto Tafuri/Koolhaas. Mentre negli anni ‘70 un approccio critico e teorico sancisce la morte dell’architettura disciplinare (vedi Tafuri e le agitazioni culturali radicali) negli stessi anni l’architettura costruita si affida all’espressività del cemento dando vita alla corrente del brutalismo. E difatti spesso si è detto che il brutalismo ha rappresentato il superamento del movimento moderno, lì dove esso ha edulcorato le caratteristiche del materiale per eccellenza che aveva rivoluzionato il mondo delle costruzioni, dando appunto vita alla grande stagione del MM. Il cemento è così diventato pura “estetica” a prescindere dalla sua praticità, economicità etc etc. Da lì si è intuito che l’architettura cementizia, da che era ragione intrinseca di una rivoluzione tecnolgocica, poteva diventare pura estetica senza troppi convenevoli e via col postmoderno. Ma allo stesso tempo alcuni progetti realizzati, così come quelli teorici già ambiguamente sostenevano, vennero attaccati fortemente per la loro carica ideale determinista e assolutista (vedi la storia di Corviale a Roma e le Vele di Scampia o Robin Hood Garden a Londra).

Ebbene oggi insieme ai revival radicali (le continue riflessioni su monumenti continui etc etc) a latere esiste anche un continuo ritornare a riguardare l’architettura brutalista. Segnalo tra tanti il blog tumblr fuckyeahbrutalism o architecture of doom e/o i gruppi facebook utilitarian architecture o the brutalism appreciation society.

Cosa c’è nella venerazione architettonica di guardare queste architetture con grande desiderio.. Desiderio che, nel mio caso, si pone in bilico tra una grande curiosità per quelle architetture e l’esigenza di rifarle mie come progettista, desiderando riprogettarle come ex novo.

Segnalo ad esempio queste mie ossessioni iconografiche su pinterest:

Forse, in era di grande crisi per l’architettura (crisi sia economica che di linguaggi) e dopo che si è tentati di rinvigorirla teorizzando la leggerezza e/o la decostruzione di forme (si pensi agli anni a cavallo tra i ‘90 e i duemila), oggi, smascherata l’ambiguità di quell’architettura leggera o decostruita (sempre pesante e costruita l’architettura sarà) in realtà assistiamo a una nostalgica cerimonia di mitizzazione di una disciplina che, datala per morta più di 30 anni fà, non ha più paura di recitare la parte di un morto vivente all’interno delle nostre città, perché sì è vero che forse non è più necessario costruire un oggetto che insegua uno stile ma è pur vero che nessuno potrà fare a meno di quella che già esiste in abbondanza..

Oss.11: radical chic

Oss. 11: radical chic

Radical chic è uno dei termini più abusati degli ultimi anni. Una vera ossessione.
La storia vuole che il termine sia stato coniato da Tom Wolfe nel 1970 per descrivere una serata organizzata da Felicia Bernstein, moglie del direttore d’orchestra Leonard, in cui si raccoglievano fondi per dare aiuto legale al gruppo rivoluzionario marxista-leninista “Pantere nere”.
Dunque inizialmente ha avuto una grande diffusione per descrivere le contraddizioni delle persone di sinistra che però vivevano nel lusso. Nel tempo è dunque diventata una classica affermazione critica da affibbiare a chi predica bene ma razzola male (partendo quindi da un’accezione ideologica un po’ di destra, della cultura del fare piuttosto che del dire ma diventando poi un aggettivo cliché da affibbiare a certi comportamenti della società sempre più diffusi). In particolare, a mio avviso, l’abuso dell’espressione è esplosa nel connotare una certa generazione (la mia? diciamo di quelli nati negli anni ‘70), di “giovani viziati” abituati al vivere bene e incapaci di fare dei sacrifici (trovando in giro per il mondo vari sinonimi, tutti tesi a definire la stessa cosa: bo-bo ovvero Bourgeois-bohème; Salonbolschewist (bolscevico da salotto); Izquierda caviar (sinistra caviale) etc etc). La generazione che di fatto forse per colpa sua forse per colpa di altri si è ritrovata spesso a fuggire il posto fisso, senza che nessuno avesse intenzione di darglielo, criticata dalla società perché non sapeva essere concreta mentre assisteva imperterrita al dissolvimento di qualsiasi principio base di concretezza, capace di costruire splendidi curriculum rimanendo pur sempre precari, avendo quella capacità di passare in continuazione dalle stelle alle stalle come gli attori di Hollywood, interpretando sulla sua pelle i mutamenti dettati dall’avvento dei mass media, della società dello spettacolo etc. E’ anche, e lo dico non senza una grande tristezza, la generazione del Bataclan, ovvero la generazione nemica giurata dell’islamico radicale allevato nel paese dove i suoi genitori pensavano di aver trovato una nuova casa e una speranza per il futuro dei loro figli e che invece ha coltivato l’odio per un certo stile di vita dei suoi coetanei autoctoni.
Colpevole o non colpevole, sbagliato o giusto che sia, lo stato del radical chic da che elitario (vedi Bernstein) si è sempre più espanso, come condizione di una nuova ricchezza, capace di preservare non più dei valori ma dei comfort al costo però di saper vivere stagioni di povertà e insicurezza (appunto da veri bohemienne).
La condizione radical chic è diventata pop.
E la disciplina che più ha espresso questo personaggio sociale è forse proprio l’architettura, con un gran protagonista che è Rem Koolhaas, sicuramente l’architetto che ha avuto più influenza culturale sulla generazione citata, l’architetto che più di tutti esprime il radicalchicchismo, lavorando allo stesso tempo con Prada e con il governo della Nigeria, così come il giovane radical tiene aperte una scheda del suo browser su un sito porno e l’altra su un saggio di Naomi Klein.
E proprio guardando non tanto a Koolhaas ma all’avvento della cultura koolhaasiana sui giovani architetti, si nota come l’elitarismo di partenza si sia perso in una diffusione pop (sfera tanto cara all’architetto olandese, allievo teorico di Robert Venturi e adotatto dagli U.S.A. di New York). Oggi è l’essere architetto che passa attraverso l’essere radical chic, più che l’essere koolhaasiani, così come fu in altri tempi il credo assoluto per il cemento armato incarnato da Le Corbusier. Koolhaas non ha fatto altro (come fa sempre del resto, con un gran capacità di essere veloce a recepire) che assecondare i mutamenti già in atto. La condizione dell’architetto di essere “schiavo” delle economie capitaliste e allo stesso tempo portatore di valori di cultura underground  non può prescindere dal renderlo radical.
Il passetto in avanti (se c’è bisogno di doverlo trovare) è che, rispetto al prima citato cemento e Le Corbusier, il nuovo vangelo sia una condizione culturale e non più tecnologica.. Ma chissà se è davvero un passo in avanti?

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Oss.10 personal architect (serenity)

Oss. 10: personal architect (serenity)

Pensavo a questa idea, tra una bolletta e l’altra da pagare…
Lanciare il personal architect ovvero, dopo il personal coach, il personal shopper, il personal stylist, è giunto il momento del personal architect.
Contro l’idea dell’architetto tecnico che fa le cose per bene (che poi si scopre che non è vero), si offre l’architetto per l’occasione. L’architetto a tempo. L’architetto a consumo.
Che fa le cose esclusivamente per sognare! E però poi i sogni fuggono via..
Immaginate la scena topica di Cenerentola (lei che fugge dal ballo perché sta per ridiventare stracciona).
Descriviamo la possibile situazione:
Dovete fare una festa? Chiamate il vostro personal architect.
Lui vi sceglie la location, ve l’allestisce e mette le luci, creando una super atmosfera, poi vi seleziona gli invitati, sceglie la musica, imbastisce il buffet, balla e si diverte, e poi proprio quando vi siete quasi innamorati di lui cessando quel sentimento di pentimento per averlo chiamato, effettivamente sparisce.
Rimane l’idea che tutto è sporco, che tutto è da rimettere in ordine, che la festa sì bella ma che fatica, che il prossimo anno non lo so se la rifaccio, che ora riprendere con la quotidianetà è più complicato di prima, che mannaggia a me che mi faccio prendere…
E il personal architect?
Dove è finito?
Evanescente come l’aria.. Sublime come il momento che te lo dimentichi..
Torna la serenità (in sottofondo ascolti serenity).
Serenità quasi inquietante, la linea del battito cardiaco senza mai un picco, il registro della tranquillità dell’apatico trascorrere del tempo lineare…

No perditempo, solo referenziati.

Oss.09 Neviges Pilgrimage Church, trascendenza dell’immagine architettonica

Oss. 09: Neviges Pilgrimage Church, trascendenza dell’immagine architettonica
Per il nuovo anno mi ero tenuto da parte questa perla del cosiddetto brutalismo o quella che appare come una tarda rievocazione dello spirito dell’espressionismo tedesco (vedi post su Poelzig).
La Pilgrim Church di Gottfried Böhm a Velbert- Neviges, Germania, 1965-68.

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Ma in che senso è un’ossessione un edificio che ci piace?
Non mi interessa la celebrazione di quel progetto ma bensì mi piacerebbe rifarlo oggi.
Immagino quell’edificio realizzato oggi anziché 30 anni fà e lo troverei molto più significativo di tanti altri che vengono realmente realizzati (a prescindere dal tempo da dove proviene)…
E’ una bella idea quella di riproporre vecchi progetti (irrealizzati ma anche sì) nella contemporaneità anziché essere sempre originali? A legittimare il fatto che non ha più senso l’originalità fine a se stessa ma bensì è molto più importante la passione verso qualcosa. A consacrare che la ricerca, l’attenzione a tempi vicini ma passati, anziché rimanere nelle sale delle biblioteche potrebbe avere degli esiti nel reale?

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Oggi in fondo con i fotomontaggi, i render, le simulazioni visive che i computer ci permettono di fare possiamo già immaginare mondi diversi, dei mondi/avatar, delle vere e proprie ucronie, storie parallele a quella nostra (immaginate ad esempio se al posto di Corviale ci fosse l’Unità di abitazione di Marsiglia o se al posto del MAXXI di Zaha Hadid ci fosse il Guggheneim di Frank Gehry? E se avessero realizzato il Danteum su Via dei Fori Imperiali anziché le Poste di Via Marmorata?
Immaginiamo i cambiamenti che sarebbero avvenuti nelle città se gli edifici fossero nati in altri posti anziché quelli che sappiamo o se gli iter dei progetti realizzati e non fossero andati in modo diverso..).
Eppure nel cambiamento per cui il mondo non è più plasmato dall’architettura ma è la vetrina per essa, non esiste più una città e i suoi legami ma esiste un grande serbatoio immaginario da comporre, ricomporre, scomporre, tentando di rilanciare ogni volta una nuova strategia mediatica culturale che tiene uniti i pensieri e i desideri di tanti. Voi immaginate se agli architetti, un po’ come agli artisti, fosse data sempre la possibilità di creare ogni proprio progetto, quanti problemi avremmo di eccesso di edifici e di continuo mutamento del paesaggio e della sua storia.
Anziché contrapporre la legge della realtà del realizzato all’utopia si potrebbe mescolare un po’ tutto, realizzato e sognato, trovato e immaginato, in un grande tempio del mondo architettonico dove ogni oggetto corrisponde a un valore che riesce a trascendere la sua reale appartenenza..

Oss.08 Sfida al copyright: l’ossessione di essere artefice di se stessi o anche impossessarsi delle idee degli altri e farle proprie

Oss. 08 Sfida al copyright: l’ossessione di essere artefice di se stessi o anche impossessarsi delle idee degli altri e farle proprie

C’è la famosa frase di Picasso: “un bravo artista copia, un grande artista ruba”.
In realtà l’oppportunità di un mondo super artistico e super comunicativo come quello presente offre ancora più opportunità.
In un grande serbatoio di idee, così come si presenta il mondo contemporaneo, si pesca di qua e di là, anche senza pensarci, e anche senza capire i motivi del trarre uno spunto o un altro.
Solo dopo può avvenire un tentativo di ristabilire qualche motivo (a posteriori) del nostro operare in una maniera che si potrebbe definire auto terapia.
Essendo oggi negato ogni principio estetico assolutista a cospetto di una ricercata apertura a 360 gradi verso qualsiasi forma di estetizzazione possibile, i valori estetici alternano il loro diritto di esistere tra i titoli che gli danno dignità di esistere e il tentativo di imporsi all’attenzione dell’immaginario di chi fruisce, si crea così l’opportunità implicita del passare attraverso.
Che cosa si intende? La possibilità di surfare tra cose diverse, impossessandosi delle cose altrui per rivomitarle proprie, senza neanche tentare il furto di cui parla Picasso, ma legittimando questa modalità di operare come processo di attenzione verso le cose di altri che hanno destato la nostra attenzione. Sfidare il sistema dei copyright e dei diritti come artista off constatando quanto poi la questione dell’originalità sia uno stretto confine nel quale l’artista si sente protetto ma anche imprigionato (si veda il grande successo di un artista senza identità come Bansky le cui opere nascono come illegali e al di fuori del sistema, hanno un enorme successo e quindi inevitabilmente rientrano in un sistema di mercato, vengono plagiate o addirittura il nome di Bansky viene usato impropriamente per opere in realtà non sue ma che potrebbero benissimo esserlo) a conferma della profonda destabilizzazione del mondo dell’arte contemporanea.

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Oss.07 La necessità dell’artista inutile

Oss. 07 La necessità dell’artista inutile

Ossessione stimolata dalla lettura del nuovo testo di Mario Perniola, L’arte espansa, ed. Einaudi Torino 2015.
Questo post è difficile. Personale e consolatorio. Spietato e paradossale.
Da una parte si potrebbe dire che nella società dello spettacolo finché non hai successo non hai alternative all’inutilità. E ciò legittima la necessità dell’inutilità.
Dall’altra mi piacerebbe immaginare, posizione molto personale, che la vera nuova forma di un artista sia proprio quella di tentare ossessivamente di sfuggire a questo suo oggi scontato destino, in un percorso che lo porta a scoprire la sua artisticità in un modo totalmente diverso da quello che pianifica e aveva immaginato.
Si apre dunque nella contemporaneità l’opportunità dell’artista che combatte contro se stesso e questo suo definirsi tale, che diviene solo una catena sotto la quale pesa una grande palla di ferro. L’artista è il primo nemico di se stesso, processo inteso come unico modo dato di ridefinire il concetto stesso di arte anziché come sua artisticità intrinseca.
Un po’ come lo scrivere questi testi sulle ossessioni, pratica terapeutica inutile e volta verso se stessi, meno verso gli altri, a constatare che in opposizione all’impossibilità di avere successo c’è solo lo sfuggire volontariamente al successo; un po’ come il profilo di un social network (la proiezione di se stessi), per fare un esempio a cui siamo oggi molto abituati.
Contro il successo? Potremmo dire? Tentativi multipli di sfidare il destino ingrato.
Ma c’è un’altra possibile lettura, ovvero lo sviluppo del fare teoria/critica dando esclusivamente a se stessi (la condizione espansa a cui fa riferimento Perniola) l’oggetto delle proprie attenzioni. Non sono l’artista ma il critico di me artista. L’arte che faccio dunque vale solo come oggetto delle critiche che gli devo fare (auto terapia), anche in questo caso serve solo a me e non al mondo esterno, alimentando così l’opportunità di dare vita a un’idea di artista, un artista inutile, che si chiama con il mio nome, che ha fatto sì gli studi formativi giusti, che esercita sì un’attività artistica nella realtà ma che in realtà è solo l’oggetto delle mie stesse attenzioni e il frutto dei miei desideri, quelle sì molto più importanti.
Non sono un artista ma solamente la proiezione dell’idea di esserlo, creazione e necessità delle mie riflessioni…

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Oss.06 cinismo appassionato vs. suicidio romantico

Oss.06 cinismo appassionato vs. suicidio romantico

Koolhaas vs. Tafuri, con Superstudio a fare da trait d’union?

The continual references to catalogue and inventories and the definitely didactic nature of the publication constitute the affirmation of the wish to testify to one of the most logical acts that an intellectual can commit today: suicide. (Better still if it is suicide committed in public).
The new role of the intellectual will be born only after all the moralisms, aspirations and pretentions of his present role have vanished, perhaps violently. The architect’s suicide and the disappearance of archcitecture are two equivalent phenomena: to work towards the one or the other is only a question of quantity.
In both cases, it means eliminating the formal structures connected to artificial scale of values.
In this sense, our work has used the instruments of architecture in a contrary fashion, gradually, through absurdity, showing its uselessnes, its falsity and its immorality.
[Adolfo Natalini, SUPERSTUDIO, AA School of Architecture lecture, 3 March 1971 tratto da Peter Lang, Suicidal Desires in Peter Lang, William Menking, Superstudio, life without objects, Skira, Milano, 2003]
Insomma la tentazione eroica e reiterata al suicidio è parte intrinseca della disciplina stessa.
E’ l’eredità del ventesimo secolo che denuncia la conquista della laicità anche nei confronti di un’infatuazione intellettuale. L’amore per l’architettura dunque non può non trascendere in una ricerca ossessiva per la sua negazione, per la denuncia della sua morte: dunque, come si diceva, il suicidio “He was a lifelong prisoner on the island of himself” (così dice Jonhatan Franzen riferendosi all’amico suicida David Foster Wallace nel racconto a lui dedicato Farther Away).
Tafuri si suicida come architetto progettista portando con sé tutti gli altri architetti, nessuno escluso (o quasi), e inventa l’architetto scrittore, vedi anche il post a lui dedicato.
Koolhaas assorbe la stessa dinamica ma la capovolge: lui cinicamente diventa l’architetto imprenditore di una disciplina appena suicidatasi ma allo stesso tempo tanto amata.
E tra di loro si inserisce Superstudio che coglie che l’architettura è un monumento funebre di se stessa, rivendicandone da un lato l’inutile autonomia, dall’altra svelando l’impotenza dell’architetto su di essa (vedi il post sul monumento continuo).
Pur sempre in nome di una grande passione dunque, vediamo che uno sceglie il suicidio e la denuncia, l’altro sceglie di interpretare l’assassino impegnato, e un terzo irride il paradosso che i due prima interpretano.
Due (tre) modus? Nel mezzo tanta roba sempre e comunque contenuta tra le due posizioni descritte: tanti cinici imprenditori che si allenano a prendere le distanze così da riuscire ad essere operativi e dall’altra parte tanti eroici kamikaze pronti a morire in nome del proprio amore.
Non vedo migliore trascrizione architettonica della contemporaneità, o almeno di un passato molto recente, di una continua e inesauribile battaglia tra concretezza e idealismo e derisione del tutto.
Così questa lettura di una storia recente (e la necessità terapeutica dello scrivere) mi porta a immaginare un futuro post ideologico (vedi il post precedente)  composto invece da personalità sempre più bipolari (il disturbo bipolare porta l’individuo a soffrire di brusche variazioni dell’umore, alternando stadi di forte depressione a fasi ipomaniacali o maniacali). L’architettura non potrà fare a meno di produrre architetti bipolari, caratterizzati da “psicosi maniaco-depressiva”: ossessivi e maniacali quando devono operare, funerei e depressi quando devono riflettere su quello che fanno, sempre pronti a smaterializzarsi in un surreale ghigno esistenzialista…

kamikaze-giapponese

Oss.05: post ideologismo

Oss. 05 post ideologismo

Non so se è un’ossessione architettonica. Dapprima pensavo che i temi di cui mi sarei occupato sarebbero stati prevalentemente legati alla “mia disciplina”, ma essendo un tema più generico in parte lo è anch’esso.
Si parla molto di post ideologia, in politica, in ambito culturale.. Ma che significa?
Provo a darne una mia interpretazione in questo mio “scrivere terapeutico”.. Serve a non attaccarsi a un principio ma a una contingenza, dandosi la possibilità di vedere sempre le cose anche dall’altra prospettiva senza che questo pregiudichi il portare avanti la propria idea.
Un aiuto tra l’altro a non cadere nella trappola del litigio, dell’arroccamento sulla propria posizione ma tutt’al più sulla capacità di saper difendere una posizione, che non è detto che sia l’unica o la migliore ma la propria, valida, condivisibile e anche no.
Contro la polemica, in salsa talk show televisivo o commenti di Facebook, fine a se stessa e tesa alla necessità inutile di far prevalere una posizione piuttosto che un’altra, ma già serenamente comprensiva di essere una posizione con dei limiti, direi soggettiva, e però capace nel suo formularsi di problematicizzare le questioni di cui si parla.
Per esplicitare torno all’architettura, ho scelto 2 progetti molto simili fatti per la stessa occasione ma di autori, che nella critica architettonica sono considerati così distanti:
Siamo nel concorso internazionale per la risistemazione di Les Halles a Parigi, 1979/80.
da una parte Raimund Abraham, architetto di origine e formazione austriaca poi trasferitosi a New York, considerato uno dei protagonisti della stagione dei “radicali” può essere considerato un architetto sperimentale e di rottura e dall’altra Antonio Monestiroli, architetto milanese laureato con Franco Albini, allievo di Aldo Rossi, accademico e professore presso l’università che invece si inscrive in un percorso direi più legato alla tradizione e alla continuità.
L’ “architetto alternativo” in opposizione all’ “architetto istituzionale”?

abrahammonestiroli
Boh, eppure guardando i progetti si somigliano così tanto, almeno formalmente, che il contesto, il clima culturale dello spirito di quegli anni possa avvicinare anche persone diverse e all’apparenza distanti? O forse non erano così distanti come l’ideologia preferirebbe che fossero?
In una società ideologica dovremmo scegliere o uno o l’altro, in una post ideologica si può stare con entrambi o con nessuno, giudicando i progetti per quello che sono e non le dinamiche attorno alle persone..
Ecco, a mio avviso, forse, la post ideologia si nutre nel prendere distanza (che sia temporale o sentimentale) da quello che si giudica.