Oss.04: manfredo tafuri

Oss.04 manfredo tafuri

Ossessione architettonica letteraria, Tafuri a mio avviso è il grande architetto italiano degli anni ‘70. Sovrasta anche chi l’architettura l’ha fatta per capacità immaginifica.

A prescindere dalle idee di fondo, dai suoi punti di arrivo, sempre inferiori rispetto al come ci arriva (la sua castrazione/ambizione nell’essere organico al PCI), Tafuri è forse ad oggi l’unico vero grandissimo scrittore creativo dell’architettura, lui progettava scrivendo.

Nel connotare anche biograficamente il suicidio dell’architettura (l’amava tanto e in fondo rinuncia a farla) Tafuri, da questa grande rinuncia, riesce attraverso le sue parole ad estrapolare la poesia e l’essenza dell’architettura stessa.

Quando si deciderà a valutare con obiettività il lascito di Louis Kahn al dibattito architettonico internazionale, ci si accorgerà, forse, che i suoi effetti sono stati assai più distruttivi che costruttivi. O meglio: che essi, chiudendo ogni spazio alla mitologia dell’eterno ritorno dei “sacri principi” della tradizione del nuovo, hanno aperto lo spazio ineffabile della narrazione di una nostalgia. Nostalgia di un segno che ripercorre la propria vicenda, alla ricerca del momento, perduto nel labirinto di una storia indicibile, in cui ha smarrito il proprio referente; nostalgia di universi di discorso, che l’architettura non può più attraversare senza rinunciare alla propria presenza nel mondo; nostalgia di una relazione rassicurante fra norma e trasgressione, capace di far scaturire, dall’alambicco attraverso il quale si distillano rotture e lacerazioni, una “circolarità” della parola, una sua pienezza, una globalità derivante dalla coscienza dei propri limiti.

Eppure, tale ricerca della parola perduta si è risolta, necessariamente in una ulteriore perdita. Ciò che gli osservatori europei hanno quasi sempre sottovalutato, dell’opera di Kahn, è la profonda “americanità” del suo disperato tentativo di recupero della dimensione del mito. Che si trattasse di un mito senza fondazioni collettive è solo uno degli aspetti inquietanti dell’operazione kahniana. La quale, come in una sorta di rito compensatorio, ha proceduto – colmo del paradosso – a legare strettamente la rigenerazione della parola architettonica alla creazione artificiale di una mitologia dell’istituzione.

Questo è il folgorante inizio di “Les bijoux indiscrets” di Tafuri (testo apparso in più libri, cito il catalogo della mostra Five Architects di Officina, tenutasi a Roma nel 1977).

Ah che bello scrivere a cospetto delle scarne scritture obiettive dell’oggi. Pura trascendenza!

Tafuri parla in modo molto critico di Kahn, ma totalmente rapito e appassionato (viva viva), entrando nella dinamica della società americana e del protagonista, che non vi trasmette una gran voglia di rivedere i progetti di Kahn secondo quanto dice? A prescindere se ci piacciono o no?

Questo a mio avviso è l’eccezionalità del grande scrittore.

Molto meglio di Aldo Rossi, suo “rivale” nella scena di quegli anni che la professione la fa, Tafuri esprime, come pochi altri sono riusciti (forse Koolhaas), la bellezza della disciplina in particolar modo esplicitando la sconfitta della stessa.

Se Rossi in modo molto ambiguo e un po’ sempre tirata per i capelli cerca di tenere assieme una teoria pesante e morale ad una pratica pop e consumista (va detto l’ultimo vero italiano che ci è riuscito), Tafuri abbandona la pratica e riprogetta la teoria, così come fa OMA della stagione dei grandi concorsi persi (le due biblioteche di Parigi soprattutto).

Va detto che dopo Rossi e Tafuri che c’è rimasto? La banalissima diatriba tra professionista e accademico? E cosa ha portato? No vi prego..

Tafuri diventa e inventa il Piranesi letterato (oltre che scellerato). Vorrei conoscere chi contesta che la pianta di Campo Marzio è sbagliata o la veduta dell’Appia Antica fantasiosa?

Tié, da “L’architetto scellerato”: G.B. Piranesi, l’eterotopia ed il viaggio, La Sfera e il Labirinto, Einaudi, 1980:

Il Piranesi si limita per ora a esaltare le capacità dell’immaginazione a creare modelli, validi nel futuro come valori nuovi, e nel presente come contestazione immediata dell’ ”arbitrio di coloro che i tesori posseggono, e che si fanno credere a loro talento disporre delle operazioni.”

L’utopia come unico valore presente, dunque; come anticipazione positiva, come unico sbocco adeguato per un lavoro intellettuale che non voglia rinunciare ad assolvere a un impegno di prefigurazione.

Il tema dell’immaginazione entra quindi nella storia dell’architettura moderna in tutto il suo significato ideologico. Ciò che potrebbe sembrare una battuta d’arresto, o una rinuncia, si manifesta al contrario nel pieno del suo valore di anticipazione. L’invenzione, fissata e diffusa tramite l’incisione, rende concreto il ruolo dell’utopia, che è proprio nel presentare un’alternativa che prescinda dalle condizioni storiche reali, che si finga in una dimensione metastorica: ma solo per proiettare nel futuro l’irrompere delle contraddizioni presenti.

Oss.03: il monumento continuo

Oss.03: il monumento continuo

Fortunatamente spesso le ossessioni sono condivise, sono fenomenologie collettive di alcuni momenti più o meno lunghi. E’ il caso di questa terza ossessione: il monumento continuo. Progetto teorico del gruppo di architetti Superstudio andato avanti tra il 1969 e il 1972.

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Un’ossessione condivisa, perché ultimamente (ma neanche troppo recentemente) è stato oggetto di nuove attenzioni da parte del mondo dell’architettura (ricercatori, architetti, urbanisti, studiosi della città), in tanti ne hanno riparlato e/o ridisegnato questo celebre monumento assolutista, in particolar modo da parte di architetti italiani, sicuramente spinti da quelli stranieri. (ci tengo a citare due colleghi: Gabriele Mastrigli il cui “La vita segreta del Monumento Continuo” è appena uscito nelle librerie per Quodlibet e Carmelo Baglivo i cui disegni, che sono dichiaratamente un omaggio/reinterpretazione, sono ormai stati esposti in diversi contesti tra cui l’ultima Biennale di Venezia).

Anch’io mi sono cimentato nel ridisegnare il reticolo di superficie quadrettata, in una forma leggera e ironica e mi è stato spesso chiesto, in particolare da colleghi stranieri, “ma perché rifai il monumento continuo?”.. “chissà forse voi italiani siete molto legati a quel progetto”

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Perché? Prima di tutto per il piacere spontaneo di farlo naturalmente, per avere la sensazione di reinventarlo (una strana sensazione di piacere dell’apprezzare un lavoro di altri che diviene soddisfazione personale di farlo proprio). Ma provando ad indagare su qualche ragione più costruttiva. Difficile rispondere per tutti. Provo a dare la mia interpretazione:

L’italia è un paese che ha difficoltà a stare al passo coi tempi. Un po’ perché è un paese complesso e difficile da governare, un po’ perché è un paese non troppo istruito rispetto alle grandi potenze internazionali , un po’ perché spesso assume un atteggiamento di pigrizia/presunzione verso le novità contemporanee dettata dal suo grande passato.

Ma non vorrei entrare in una querelle politica. Detto ciò, non credo sia in discussione che il monumento continuo nasca come una forte provocazione di un gruppo di giovani architetti appena laureati. Ecco una provocazione. Dovremmo aprire una bella parentesi sulla questione della provocazione. Quanta arte è provocazione? Fermo la parentesi.

Insomma, c’è chi questo monumento continuo l’ha subito digerito, fagocitato e riproposto (è ovvio che mi riferisco ad esempio a Koolhaas o Tschumi), c’è chi l’ha bannato come provocazione fine a se stessa e dunque eresia, c’è chi ha aspettato il successo degli altri (ad esempio i due sopracitati) per riproporlo.

Non voglio però entrare in una dinamica (tipica della becera comunicazione) delle opposte fazioni (della spigliata avanguardia contro la paludata accademia, che del resto porta a pensare che se davvero una ha sbagliato una volta non dando fiducia al futuro, cosa già di per sé a mio avviso un po’ ingenua,  l’altra sbaglia nel continuare a sottolinearlo, continuando a vivere nel passato e immaginando in forma consolatoria che c’è stato un bivio dopo il quale tutto è andato perso? come se ci fosse una verità sola e assoluta) ma piuttosto cercare di esternare dei pensieri (ricordo a chi legge che il fine di questi testi sulle ossessioni è terapeutico per me stesso). Può essere banalmente che qui da noi siamo lenti o addirittura (questa mi piace di più) ci piace guardare sempre indietro (io ambirei a rifare architetture di altri tempi al posto di quelle che vanno in questo momento!) e non è detto che sia un problema o che sia colpa di alcuni mentre gli altri avevano ragione.

superstudio©
Insomma il monumento continuo nel rappresentare l’idea di oggetto artistico totale (appunto monumento) capace di sovrastare qualsiasi paesaggio, terrestre o anche extra, ma anche nel suo essere brutalmente pura infrastruttura diviene metafora senza mezzi termini di cosa sia diventata l’architettura oggi (almeno nell’idea culturale che dovremmo avere). E forse in un momento così difficile per l’architettura italiana di ritrovare forza in un contesto che l’ha un po’ messa da parte (causa non solo i problemi economici ma, soprattutto, la perdita di sicurezza culturale), non è poi così un caso che si ripensi a quel progetto di quei simpatici “bischeri”, finalmente liberati dal peso degli studi, capaci di immaginare questo grande e imponente monumento che invadeva le nostre città, le nostre campagne, le nostre teste… aaaaah, mi sento già un po’ meglio, mi fermo…

Oss.02: piante di architettura

Nuovo episodio “ossessioni”, come parlarsi addosso tentando di dare meno fastidio possibile. Ho inaugurato una nuova bacheca (così si dice) su Pinterest, che si chiama “Beautiful Plans”. 

Di nuovo cito Pinterest, devo dire che al momento è uno dei miei social preferiti assieme a WordPress e Youtube, un social che in questo periodo riesce ad essermi d’aiuto e ad apportare delle agevolazioni al mio lavoro. Insomma per capirsi nel mentre sto lavorando a un progetto con meticolosa attenzione alla pianta (e per questo non c’è niente di meglio che guardare e studiare con attenzione i progetti degli altri). Da sempre tra i disegni di architettura che preferisco ci sono le piante, perché a mio avviso sono l’iconografia del comporre l’architettura. Non che sia contrario a un progetto che nasce per fattori puramente estroversi (ad esempio l’impatto urbano/paesaggistico) e che poi risolva le piante in modo più canonico (vedi il post su Poelzig), ma rimango molto attratto dalla forza sintetica di una pianta e nel capirne, rintracciarne la sua forza nel concepire alcune soluzioni a seconda del programma dato.

Ho quindi creato questa bacheca dove sto collezionando alcune piante che più mi stimolano quanto detto prima. Va detto che questo tipo di approccio progettuale dove a mio avviso testa e disegno tecnico vanno di pari passo definisce una coerenza metodologica nella capacità compositiva/progettuale che ha un carattere scientifico, a prescindere dalle qualità degli autori e a prescindere dal momento storico in cui sono state ideate (per quanto per ora ho selezionato solo piante tra il periodo tardo moderno e oggi dove a mio avviso si è tentato, anche per la crescita delle scuole di architettura in tutto il mondo, di trovare sempre più una chiara metodologia in un tema borderline come la progettazione).

Per esplicitare questo ho selezionato alcune piante collezionate:

Sky house, Kiyonori Kikutake, 1958

sky house plan

Considero questa casa la madre spirituale dell’architettura giapponese contemporanea. Incredibilmente radicale nell’essere concepita come struttura, spazialità interna, la ritroviamo come un modello nei lavori di SANAA, Sou Foujimoto, e tutta la scuola giapponese, così ampia in particolar modo sul tema dell’abitare. Scuola che ambisco a dire porta avanti la grande modernità lecorbuseriana, depurata delle tentazioni artistiche del maestro, e tutta tesa verso una sorta di “estasi della forza del programma spaziale”.

Casa Antonio Carlos Siza, Alvaro Siza, 1976-78

casa antonio carlos siza plan

In una raccolta di piante non può mancare Alvaro Siza. A mio avviso, campione mondiale di concezione di pianta d’architettura. Modernamente ortodosso e antico nel concepirle, allo stesso tempo ironicamente post moderno nel saper scombinare il piano del linguaggio per un pubblico raffinato e di addetti ai lavori. E questa pianta, a mio avviso, è un capolavoro. Notare: la forma della pianta (casa) raggomitolata su se stessa intorno ad un anfratto di corte, il blocco servizio, elemento a sé che scardina la figura a “C”, alcuni tracciati visivi (aperture/finestre) che diventano segni, muri e nuove giaciture, alcuni elementi classici, direi ortodossi, come i bow window o il camino canna fumaria…. applausi.

Casa Esherick, Louis Kahn, 1961

casa esherick plans

Se c’è un grande maestro delle piante, o meglio del riconoscere nel disegno di una pianta un pensiero programmatico dell’attività ospitata, questo è Louis Kahn. Sì spazi serviti/spazi serventi ma non è sufficiente a farci capire il processo intrinseco di Kahn: ovvero il riflettere dell’architettura su se stessa nel momento dell’essere generata. Tutto nasce da se stessa e da un suo cercare e trovare delle regole per autolegittimarsi, paradossalmente senza neanche più confrontarsi con l’esterno. Da qui a mio avviso (ma non solo mio) è nata l’architettura contemporanea, l’architettura sanamente o no fine a se stessa.

E si guardi Ridolfi di casa Lina, pianta ossessiva, o il progetto del Museo del Cinema di Venezia di Steven Holl, rilettura cavernicola del centro congressi di Kahn sempre per Venezia, o ancora la “casa senza qualità” di O.M.Ungers…

Oss.01: Hans Poelzig

Percorsi non lineari tra ossessioni d’architettura.
Metodo di autodisciplina per la cultura delle immagini.

Per scrivere di architettura servono sempre delle immagini. Ma di certo sarebbe molto bello per un architetto riuscire a scrivere le immagini. Nell’indecisione di quali immagini usare: 2, forse 3 o meglio 4, ma ogni immagine un progetto (scelta che comporta di selezionare in modo sintetico una sola immagine per progetto, può una sola immagine raccontare un progetto?) comincio.

Non è che non conoscessi Poelzig, mi ricordo pure di essere andato in pellegrinaggio, in uno degli ortodossi e immancabili tour architettonici a Berlino, a vedere la casa della radio. Ma quando mi sono imbattuto sulla rete (devo, per correttezza, perché altrimenti mi infastidisce fare pubblicità ai social network, citare il social network Pinterest che tramite i suoi algoritmi alle volte riesce davvero a propormi cose che proprio volevo vedere) in un disegno di progetto (immagine 1) della Casa dell’Amicizia a Istanbul… Sono impazzito. L’embrione dell’ossessione si era ormai formato.

The “Haus der Freundschaft” Instanbul 1916

Poi dagli algoritmi è di nuovo spuntato Poelzig e la foto d’epoca della facciata laterale della Fabbrica di acido solforico, facente parte del complesso dell’industria chimica Milch&Co., presso Luban, 1911-12 (immagine 2).
Talmente forte da disturbarmi nel sonno. Inquietante? Megalitica? Megalomane? Anche ora se la guardo mi prende allo stomaco.

Industria chimica Milch&Co., presso Luban, 1911-12

Sempre più turbato ho detto che dovevo approfondire. Senza timori.
Sono andato a cercare alla biblioteca di Roma Tre (che ringrazio) le monografie su Poelzig prestabili.
Ne ho trovate due: una quella Electa, curata da Theodor Heuss e una curata da Marco Biraghi, edita da Arsenale Editrice.
Finché saltuariamente ti appaiono alcune immagini (prima nella forma di iconcine poi se clicchi a dimensione display smartphone o addirittura schermo pc) puoi anche tentare di essere vago e spostare l’attenzione su altro. Ma quando hai per le mani i libri. Beh. E come si fa? Ossessione totale. Un disegno dopo l’altro che si susseguono, creandoti quella sensazione di appagamento e allo stesso tempo speranza di trovare ancora di più e di meglio..
Cito ancora con l’intento di trovare l’autodisciplina nella cultura delle immagini, che è l’intento di questa categoria di post scritti sul conturbamento che possono provocare le immagini:

Immagine 3: (tra addetti conosciamo tutti le immagini degli interni cavernicoli) ma soffermatevi sulla facciata del Grosse Schauspielhaus di Berlino, 1919 e sula foto che vi propongo

Großes Schauspielhaus, Berlino, 1919

Immagine 4: Esemplificativa di varie tratte da un progetto inquieto e bellissimo: Il Palazzo dei festival Schauburg, 1932

Festspielhaus ‘Schauburg’, 1932

Immagine 5: Diga, Klingenberg, 1908. Contrapposizione di potenza all’impotenza.

Immagine 6: e con questa chiudo, magari poi ne riparleremo? il ritratto di Poelzig fatto da August Sander nel 1928 per la raccolta Das Antlitz der Zeit (ritratti dedicati a lavoratori e rappresentanti di ogni ceto e professione, Poelzig è l’architetto)