#caudodainumeri

Ideazione e realizzazione della campagna #caudodainumeri del candidato sindaco alle primarie di centro-sinistra di Giovanni Caudo.

(con Martina Cardelli e Giovanni Caudo)

#Caudodainumeri Roma ha 150 anni, nel 1871 aveva 170 mila abitanti, Napoli allora ne aveva quasi 500 mila. Oggi Roma ha 2,8 milioni di abitanti. Non c’è nessuna città europea che è cresciuta così tanto in così poco tempo.
#Caudodainumeri Roma ha 2.856.000 abitanti (2019). Dal 1971 sono +116.000, ma città consolidata -800.000 abitanti, mentre quartieri intorno al GRA +800.000. Teniamone conto quando parliamo di Roma, mobilità, accesso ai servizi. Il 50% dei Romani ci abita. Non è periferia, è Roma.
#Caudodainumeri Il territorio di Roma Capitale si espande per 128.530 ha. Oltre il 28% di questa superficie circa 51.729 ha è costituita da terre agricole. Leghiamo il ciclo dell’urbano a quello agricolo e facciamo di Roma una città a natura d’uomo. #RomaAgricola #CaudoSindaco
#Caudodainumeri 50 mila ettari è il suolo agricolo di Roma, di questi 18 mila ettari sono immobili pubblici: una grande responsabilità per costruire Roma Agricola. #RomaAgricola #CaudoSindaco
#Caudodainumeri Roma ha 2200 abitanti ogni km2, Parigi circa 9000. Teniamone conto quando parliamo di trasporti o di città dei 15 minuti. Per Roma è un vantaggio: si possono realizzare interventi di rigenerazione urbana sostenibili, di forestazione urbana per riduzione Co2.
#Caudodainumeri Non tutte le strade (e ferrovie) portano a Roma allo stesso modo. Ogni giorno 684.000 persone entrano a Roma. Il 26% viene dai Castelli, il 16% dall’Aurelia, 14% dalla Pontina, 12% da Tiburtina e Casilina, 9 % dalla Salaria, 8% dalla Flaminia, 4% dalla Cassia. È forse il caso di prolungare la metro A da Anagnina fino all’A1 e fare lì un bel parcheggio di scambio gomma-ferro e alleggerire così Anagnina e soprattutto il GRA?
#Caudodainumeri Ogni giorno a Roma diamo da mangiare a 144.000 bambine e bambini delle scuole d’infanzia statali e comunali. Sono circa 13 milioni di pasti ogni anno scolastico, una montagna di rifiuti organici. Non sarebbe il caso di trattarli con le tecniche di compostaggio per trasformarli e aumentare così la differenziata ed evitare di inviarli in giro per l’Italia? Risparmieremmo, anche, quasi 500 euro a tonnellata.
#Caudodainumeri Oggi #Roma ha lo stesso numero di abitanti del 1971 (50 anni fa): circa 2,8 milioni. Il numero di famiglie, invece, nello stesso periodo si è moltiplicato, con un aumento del 65% (da 826.990 a 1.368.269, dato 2017). Per questo, nonostante la popolazione di Roma sia ormai stabile da anni, c’è però bisogno di più case. Non da costruire ex novo, ma da realizzare attraverso il recupero di immobili esistenti non residenziali e con il frazionamento degli appartamenti più grandi. Ecco un punto importante del programma di governo: favorire il riuso dell’esistente e il cambiamento radicale di parti della città costruite male durante la febbre edilizia del dopoguerra, con materiali scadenti e senza il rispetto delle norme antisismiche.
#Caudodainumeri Nel 2019 le famiglie composte da una sola persona erano 605 mila, il 45% del totale (1.359.000). Nei municipi 1 e 2 più del 50%. Le politiche sociali, sulla casa, i tributi locali (TARI), tutte le politiche pensate per la famiglia tengono conto di questo dato? No, per questo una volta al governo di Roma bisognerà fare un provvedimento che rimoduli tutti i tributi, gli aiuti e le politiche sulla base della effettiva composizione familiare.
#Caudodainumeri A chi appartiene il suolo di Roma? 14.170 ettari sono di Roma Capitale (11%). Gli altri soggetti pubblici (Stato, Regione, società, enti pubblici) possiedono 19.591 ha (15,2%). Oltre 1/4 del suolo e degli edifici sono di proprietà pubblica, 33.762 ha (26,2%). Si tratta di una condizione ideale per ridisegnare il volto della città. È l’eredità di Roma Capitale, che va rinnovata anche per poter dare un nuovo significato all’essere Capitale.
#Caudodainumeri Il 3 febbraio Roma Capitale ha compiuto 150 anni. A quel tempo l’urbanizzato si estendeva per 383 ettari e il Colosseo era periferia. Oggi l’urbanizzato di Roma si estende per 50.710 ettari. Nessuna capitale europea è cresciuta tanto e in così poco tempo.
#Caudodainumeri A Roma ci sono 1.250 alberghi, ora quelli aperti sono 50 (170 a giugno). A Fiumicino nel 2020 i passeggeri totali sono stati 8,6 mln, nel 2019 43,4 mln (-80%). Il solo vaccino non basterà, serviranno politiche nuove per un nuovo modello di sviluppo economico.
#Caudodainumeri A Roma si vive e si lavora in gran parte attorno al #GRA. Il 50% dei posti di lavoro in imprese private di Roma sono per lo più intorno al GRA, dove vivono circa 1,2 milioni di romani. Il Sacro GRA oggi è l’unica forma urbis di una città senza più forma. Per me Roma riparte da lì, dall’ultima città costruita. 2026 e 2025, due scadenze: i fondi del recovery plan e il giubileo per dare forma all’ultima città costruita dove vive e lavora la maggior parte dei romani. Mettiamoci al lavoro.
#Caudodainumeri #1marzo I dipendenti del comune di Roma sono 23.483, dal 2009 al 2019 sono diminuiti del 9,2% (-2.367). I dirigenti sono 163, (-40,5%), cioè meno di un dirigente ogni 100 dipendenti. Milano ha 10,2 dipendenti ogni 1.000 abitanti, come Bologna, Venezia e Torino (9,8). Per avere lo stesso rapporto di Milano, Roma dovrebbe assumere 5.000 nuovi dipendenti, e tra questi centinaia di dirigenti. I dati mostrano un esercito sempre meno numeroso e senza generali. Basta, la si smetta con la retorica che il Comune di Roma ha troppi dipendenti: affermazione non vera che ha fatto malissimo alla nostra città. I numeri dicono che Roma ha meno dipendenti di tutte le altre città.
#Caudodainumeri #8Marzo Nel 2019 le donne entrate in contatto con i centri antiviolenza a Roma sono state 1.767, di cui il 40% erano coniugate. Servono case rifugio, case per la ripartenza che possano ospitare donne sole o con minori.
#Caudodainumeri I beni immobili confiscati alle mafie a Roma sono 447. È un indicatore della pervasività delle mafie a Roma: oltre 90 clan e circa 100 piazze di spaccio. La mafia prende forza nei territori dove l’economia legale si indebolisce e nei quartieri più poveri sostituendosi al welfare pubblico e ingaggiando i giovani come manovalanza criminale. Controllo del territorio, più investimenti nel sociale e rilancio di un modello di sviluppo economico sostenibile e duraturo. Questo serve per combattere le mafie a Roma.

PostCovid City

Scenari, considerazioni, speculazioni su come cambierà la città a seguito degli effetti della pandemia del Covid ma che può essere anche visto come un manifesto per la campagna elettorale che precede le elezioni amministrative italiane del prossimo autunno. Sulla scia di una theory-fiction che diventi progetto.

Alcuni strani fatti da valutare attentamente:

nella disperazione dell’ “alienazione da lockdown” in realtà a molti di noi è piaciuto tanto riscoprire la nostra città deserta, spettrale, in particolar modo quella del centro storico, senza turismo di massa, senza trasformazione in un mall per lo shopping, senza movida senza controllo.

fontana di trevi, roma, 2019|2020

Eppure tutto questo si è verificato a discapito di tante economie (servizi per il turismo, attività commerciali, ristorazione, attività per il tempo libero): solo relativamente al turismo si parla di un calo del 74% di visitatori nel 2020 con una conseguente stima del WTTC di una perdita di 62 milioni di posti di lavoro. Ed è chiaro che a distanza di un anno oggi appare chiaro che esiste un problema molto serio riguardo alcuni settori che sembrano non riuscire a riprendersi e su cui l’interrogativo sembra essere: ma siamo sicuri che il problema sia solamente il Covid? Siamo sicuri che alcuni modelli sociali che non sembravano più essere così vitali siano stati sì danneggiati dalla pandemia ma in realtà, fatto ancor più importante, è un certo tipo di modello di città ad essere, da tempo, in discussione?

In realtà abbiamo scoperto molte cose (di cui un po’ ne sapevamo ma non pensavamo che potevamo farne così tanto uso): ci possono consegnare tutto a casa, anche da mangiare, anche le prelibatezze del ristorante, abbiamo molta più offerta di intrattenimento tramite i device che nei luoghi deputati della città (la multisala è decisamente inadeguata rispetto a qualsiasi piattaforma di streaming così come un luna park rispetto ad una console di videogiochi), abbiamo poi scoperto anche che lavorare a casa è un’operazione molto fattibile, insomma oggi come oggi è più facile che sia la città a venire a casa tua che tu ad andare nella città.

Se la congestione metropolitana ancora inseguiva fisicamente nuove ambizioni esistenziali oggi i luoghi non possono più competere con l’infinito spazio del web, la costruzione del luogo/simbolo si sposta nella nostra testa e a noi non rimane che riscoprire i luoghi per quello che sono o per quello che sono rimasti, tra modernità disillusa e natura ferita.

Sia chiaro che questa “scoperta” (che forse non avremmo mai voluto scoprire) sta invertendo i valori in modo fortissimo. Non significa che non ci piacciono più i luoghi. Anzi, forse ci piacciono molto di più. Ma non ci piacciono più come prima. Ci piacciono i luoghi veri, dove sia piacevole lo stare e non i simulacri dei luoghi, i luoghi travestiti da loro stessi che però assolvono ad altre necessità (consumare, divertirsi, intrattenersi).

Spinti dall’emergenza sociale della pandemia ma anche da un riflusso per una eccessiva e forse inutile massificazione dell’occupare i luoghi, spesso gli stessi senza mai differenziare, oggi sembriamo più attenti e più onesti nel rapportarci con il concetto stesso di luoghi cosicché sia possibile riottenere una certa armonia, serenità, e allo stesso tempo ridefinire il giusto valore del luogo stesso.

Oggi, nel dibattito politico, il problema che più desta preoccupazioni è senz’altro quello economico. Come spesso accade, dopo una grande depressione, è difficile ripensare il presente-futuro, rimetterlo in marcia. La domanda però cruciale che mi faccio è questa: nel rilancio del consumo, inteso in senso lato, siamo sicuri che tornare al prima sia la soluzione? Faccio fatica a pensarlo. Sono abituato che proprio il consumo sia la causa principale della necessità di rinnovarsi e di reinventarsi a seguito delle sue cicliche fasi critiche. Fare finta di niente può diventare il più clamoroso degli autogol. Mettiamo che il Covid sia finito, pensiamo che questo fatto epocale non si porterà dietro degli strascichi psicologici sulle persone? E che le persone quindi alimenteranno lo stesso desiderio della “vita precedente” (dei weekend in giro per il mondo o dei sabato negli shopping mall, della festa/evento continuo)?

Mi chiedo invece, anziché rimpiangere, se non sia più necessario re-immaginare e reinventare il desiderio post covid che già cova dentro di noi. Cogliere l’occasione indesiderata per domandarsi nel profondo come vorremmo che cambiassero alcune cose in un’ottica diversa che non sia un’invecchiata idea di futuro, che ci ha accompagnato negli scorsi anni, ma sia piuttosto un’idea di vita diversa da quella che è stata prima di questa sciagura globale.

camere di sorveglianza in spiaggia

La visione/incubo (ipotesi 1): l’idea di fare a meno del luogo fisico del resto viene da lontano. E tanta letteratura cyborg ne ha già trattato ampiamente. Cosa potrebbe succedere? Potremmo istituire le “zone” (gialle, arancioni e rosse) come un nuovo approccio urbanistico: prenotare l’aperitivo a Piazza Navona (i luoghi della città non possono più sopportare masse incontrollate, per ragioni sanitarie, etiche ed estetiche) i luoghi devono mantenere un grado di vivibilità e piacevolezza dettata anche dal numero di persone che il luogo può ospitare, anche questa sarà la nuova frontiera della società del controllo digitale (la naturale evoluzione delle ZTL e delle pedonalizzazioni, la realizzazione di una città elitaria e non populista). I centri storici (potremmo chiamarle Zone Speciali) sono luoghi che trascendono qualsiasi appartenenza, deve avvenire infine la totale de-residenzializzazione (modello Venezia) così da lasciare che i luoghi siano delle vere e proprie scenografie svuotate, in fondo è il riadattamento della downtown in chiave “città europea/storica”. Un grande distretto produttivo (in realtà dirigenzial/rappresentativo), per lo più automatizzato, che permetta visite limitate e fortemente controllate. Lo spazio pubblico non è più disponibile come l’abbiamo sempre immaginato ma solo sotto sorveglianza e per tempo limitato. I luoghi “zona” sono controllati e regolamentati. Il mondo digitale prevede una personalizzazione delle attività iperspecifica così da poter assemblare e prevedere le necessità di ogni individuo/cittadino. Nulla può essere più lasciato al caso, la georeferenziazione diviene il nostro mantra quotidiano indicandoci le nostre mete e dettando i nostri spostamenti anzi suggerendoli direttamente magari in correlazione con il nostro sentimento. E nella zona avviene infine una disumanizzazione facendo nascere la città automatizzata. Droni, robot, macchine distributrici di beni, veicoli elettrici per spostarsi, l’umano è un estraneo all’interno di dispositivi automatici che curano e mantengono la città scenografica.

Ponte di Einstein-Rosen o cunicolo spazio-temporale, detto anche wormhole

La visione/l’aiuto alieno (ipotesi 2): Forse solo un intervento alieno ci permette di trovare una soluzione possibile al prossimo futuro. La possibilità di attivare dei wormhole con altre dimensioni che non siano assimilabili all’interiorità umana ma piuttosto alle dimensioni scientifiche sconosciute.

(Oggi è sicuramente più credibile immaginare gli alieni piuttosto che le intrinseche meraviglie della propria anima).

Nel film del 2014 di Christoher Nolan Interstellar, ad esempio, si ipotizza che qualcuno (presumibilmente degli alieni o meglio gli stessi uomini del futuro che riescono a viaggiare nel tempo) abbia fatto comparire un wormhole dalle parti di Saturno per permettere agli esseri umani di trovare un passaggio intergalattico che li porti in salvo dalla invivibilità del pianeta terra. Essendo le storie di fantascienza le metafore perfette della vita del presente, in realtà una delle interpretazioni possibili è proprio il fatto che l’invivibilità nel nostro pianeta (tempeste di sabbia o pandemie globali che siano) ci spinge a trovare delle possibili via di fuga. Spesso l’uomo ha cercato all’interno di se stessi, rinchiudendosi in percorsi di “fede” o di “introspezione psicologica”, la “soluzione aliena” rimane invece una soluzione altamente pratica e paradossalmente la più scientifica, fatta salva la possibilità concreta di praticare la soluzione stessa, potremmo dire di superare le zone oscure (ignote) che in realtà non ci permettono davvero, ad esempio, di navigare in un wormhole.

Oggi potremmo addirittura ambire come soluzione, in pieno spirito retromania, ad un passaggio interspaziale e intertemporale che ci porti indietro nel tempo, acquisire tempo rallentando l’accelerazione verso la fine che incombe sulle nostre coscienze (riscaldamento globale, insostenibilità del pianeta terra); così come un film di fantascienza che parla del nostro presente, il vero problema potrebbe essere accorgersi della veridicità della profezia di William Gibson “il futuro è già qui, solo che non è equamente distribuito”.

Sarebbe dunque interessante che anche noi ci accorgessimo che viviamo già in un mondo in cui qualche presenza dal futuro è già tra noi che tenta di aiutarci continuamente a prendere coscienza (senza andare dallo psicanalista) a prendere decisioni migliori, non direi neanche quelle più giuste.

Piccolo passo indietro alle premesse:

Ribadisco la domanda, dato che il capitalismo insegue sempre un desiderio di massa (l’Anti Edipo di Deleuze e Guattari insegna) mi chiedo se in realtà il prossimo desiderio “capitalista” di massa sarà semplicemente tornare allo stato di prima e quindi sarà sufficiente ricominciare a viaggiare ad uscire e a fare baldoria.

Ho dei dubbi, penso invece che cercheremo qualcosa di nuovo. Il desiderio si colma e si esaurisce, il suo fascino è che si muove in modo imprevedibile in relazione ai tanti fattori che lo plasmano. Non esisterebbe desiderio se fosse facile individuarlo. Per questa ragione ha sempre e costantemente bisogno di essere alimentato e rigenerato.

Credo addirittura che anche le calamità (ma soprattutto la modalità di reagire ad esse) siano paradossalmente il frutto di un “desiderio” di spostamenti in atto della società e anche il capitalismo e le masse si adatteranno a qualcos’altro, come spesso accade, la crisi come metodologia per rilanciare.

E quindi mi domanderei che cosa cominciamo a desiderare di nuovo? In realtà siamo di fronte ad un concretizzarsi di un processo involutivo. Forse tutto il XX secolo ha dato vita ad un processo involutivo (relatività, distruzioni di massa, aberrazione della ragione, diffondersi dell’empirismo)? La scoperta dell’energia oscura, dell’antimateria come ipotesi esistenziale alternativa che nulla deve avere a che vedere con l’ostinazione raziocinante dell’inseguimento di un segno positivo.

Post Covid Selfie, collage digitale

La visione/incubo (ipotesi 1b): La crisi del flaneur. Il flaneur baudelairiano è il pioniere del successo dello shopping. Oggi che lo shopping migliore e più pratico si fa surfando online il flaneur non serve più (il binomio “passeggiata e compere” vacilla). Questo non può che comportare dei cambiamenti importanti nella città post-Covid. Gli elementi che caratterizzeranno la prossima città saranno sempre più:

Controllori di ingressi (a metà strada tra varchi ztl, checkpoint d’ingresso che ricordano Berlino, sistemi veloci di chiusura delle strade, monitoraggio continuo).

Negozi front office (finti, con funzione più di showroom che di retail, praticamente inaccessibili, al più ingressi filtrati come le gioiellerie o le banche che rimandano ad acquisti online o via app).

La massificazione, come detto, non sarà più permessa mentre sarà permessa la “città esclusiva”, pensata per pochi a dimensione umana. Basti pensare alle nuove strategie già in atto: isole Covid free, concerti/eventi tutti tamponati, passaporti sanitari…

Un darwinismo della “selezione innaturale”, ovvero essendo la terra non adatta all’uomo sopravvive solo chi può permettersi di snaturarsi (adattandosi all’invivibilità).

Spazio Politico

Le particelle rosse usano lo spazio in modo similare, al contrario di quelle bianche

Riflessioni a seguito dell’ottava puntata di Wild Radio (LINK), che è stata dedicata allo “Spazio Politico”, partendo dallo spunto della riflessione sempre utile intorno allo spazio pubblico, inteso come spazio demaniale ovvero di proprietà pubblica: abbiamo citato la pianta del Nolli del 1748 e la sua visione di una città dallo spazio pubblico espanso anche a spazi privati e chiusi, gli enclosure acts inglesi, i provvedimenti che portarono a recintare i terreni agricoli dei privati a sfavore dell’uso che ne facevano allevatori e coltivatori, o anche la grande spinta ottocentesca a costruire spazi collettivi etc.

In realtà ci troviamo in un momento storico particolarmente complicato da questo punto di vista. Forse va constatato amaramente che l’idea del bene pubblico ha perso la sua spinta propositiva efficace (quella ottocentesca fino agli ultimi tentativi di inizio novecento per l’appunto) avendo perso terreno davanti alla efficacia del privato per quel che riguarda in particolar modo la sua capacità gestionale decisionale. Il privato può permettersi di essere spietato, decisionista e questo ne agevola i compiti. Il pubblico non può permetterselo. Deve essere sempre inclusivo, democratico e partecipativo a vantaggio degli ultimi a svantaggio dei migliori e dei prestanti. E a questo riguardo, mi piace aggiungere che dobbiamo salvaguardare l’inerzia dello spazio pubblico. Tutelare il pubblico come spazio lento non competitivo e non prestante e respingere la litania di chi opera nel privato e vorrebbe assimilare la dimensione privata a quella pubblica. Sono due cose che non coincidono proprio ma anzi divergono.

E l’esemplificazione perfetta è quanto accade attraverso il web: non solo lo spazio virtuale che noi siamo soliti frequentare è sempre e comunque privato (i social) ma anche le attività interattive messe in moto dalle piattaforme social rivelano di portare gli spazi privati a fungere come spazi pubblici ma in altra forma (tutta l’attività delle case-vacanze o anche quella dello scambio di servizi tra cittadini).

E quindi se accettiamo di diventare ognuno di noi pubblici non possiamo sottrarci a dover occupare uno SPAZIO POLITICO e ad esporre una nostra ETICA PRIVATA in forma PUBBLICA.

Tutto non può essere ricondotto alla proprietà legale dello spazio ma a come questo stesso venga utilizzato!

La proprietà può essere un concetto superabile? O almeno relativizzabile? E soprattutto personalizzabile?

Perché non interessarsi di quello che avviene all’interno degli spazi?

Ad esempio le regole d’ingaggio di un social network non identificano esse stesse un approccio politico? Così come le regole d’ingaggio dell’affitto di un alloggio temporaneo non fanno altrettanto?

Ma non solo! Aggiungo che anche il nostro operare all’interno degli stessi è un atto politico. Ad esempio ci preoccupiamo della collettività o coltiviamo solo meri interessi personali attraverso la nostra comunicazione? Quante volte ci pensiamo quando facciamo un post?

O nell’uso del proprio consenso? Una volta che abbiamo accettato tutti di avere un profilo pubblico non è più possibile nasconderci dall’uso che ne vogliamo fare (addirittura anche se ne facciamo un solo uso passivo)? Abbiamo attivato proprio quello che definiamo uno spazio politico?

Come interagite con le piattaforme? Prendete una vostra posizione, personalizzate la vostra policy, o fate esattamente quello che vi viene detto di fare?

Ecco bisognerebbe partire da qui per avere un uso più consapevole di qualunque spazio si abbia occasione di utilizzare (nulla è scontato). 

E l’influenza dell’uso spasmodico dei social (pensiamo poi all’esplosione dello spazio virtuale durante la pandemia) non può non ripercuotersi nella società e nelle questioni degli spazi fisici e dei loro usi.

EXTRA POLITICA

[traccia di messaggio all’uscita del palazzo]


Direttive: fuggire il più velocemente possibile dalla politica!
Questo è l’obiettivo che arriva dai mutamenti in atto 

** fondare immediatamente l’EXTRAPOLITICA**

E non c’è neanche molto tempo.. direttive immediate da rendere attive prima ancora di averle ricevute.
Velocissimamente! Fast Fast Very Fast!
Strappare, rimuovere ogni possibile cordone ombelicale con la politica che sta tornando onnivora.
Intraprendere nuove strade perdute e sconosciute. Senza timor alcuno.

Questo messaggio come letto si autodistrugge.. 3, 2, 1..
Non lascia traccia alcuna, ma deve impiantarsi nei neuroni e partire per il progetto extrapolitico (immettere la velocità iperspaziale).
Esigere massima riservatezza (comunicazione per pochi)

SCONFIGGERE IL NEO MODERNO GLOBALISTA (da IKEA alla WEB identity alla casa AIRBNB)

Me lo ricordo perché ero all’inizio del mio percorso universitario (primi anni ’90). La crisi del linguaggio postmoderno per quello decostruttivista (la mostra al MOMA di Johnson e Wigley “Deconstructivist Architecture” è del 1988) era in atto.

deconstructivist architecture, 1988

Imparai che in architettura possono esserci battaglie feroci in nome del linguaggio. La battaglia ebbe sicuramente un vincitore, il decostruttivismo prevalse ma poi scoprimmo (come ci dissero gli osservatori più attenti) che era solo un altro modo (meno gentile e pacifico) di essere postmoderni. Anziché timpani, colonne e architravi ci piacevano i pilastri storti, gli angoli obliqui, i muri sbilenchi.

Se l’ironia colta del “postmoderno storico” (Venturi) aveva preso in giro e spazzato via il linguaggio modernista, l’ironia feroce del “postmoderno pulp o grunge” (Koolhaas) (tendenza da considerarsi sorella delle tendenze culturali legate alla musica, il cinema e la letteratura) spazzò via il linguaggio postmoderno.

Si creò però questo cortocircuito curioso per cui, per quanto come approccio semiotico si era tutti postmoderni (ovvero si scimmiottava qualcos’altro), mentre il “postmoderno gentile” guardava a una dimensione lontana nel tempo (la storia sedimentata) con il duplice effetto di essere alle volte troppo colto e alle volte troppo kitsch, il “postmoderno cattivo” guardava più da vicino, all’alba del secolo (ovvero alle avanguardie).

Questo aspetto, che quindi conferma una metodologia ma ne diverge per un piccolo particolare, come sappiamo, ha prodotto un’incredibile rivoluzione linguistica.

E così siamo al topic del mio intervento: è successo poi che, superati gli eccessi del decostruttivismo, quello che infine rimase e diventò un obiettivo, che pare ancora a galla, era recuperare il linguaggio delle avanguardie, e quindi IKEA era la soluzione linguistica che metteva tutti d’accordo: innovativa (nel guardare alla modernità come pratica low cost di accedere ad un linguaggio accettato da tutti).

ikea store

La sfida era dunque convincere tutti che i “ghiri gori” fossero di per sé un difetto, totalmente inutili. Paradossalmente quando Portoghesi, animatore della stagione “postmoderna gentile” diceva “l’architttura postmoderna propone la fine del proibisionismo, l’opposizione al funzionalismo, la riconsiderazione dell’architettura quale processo estetico, non esclusivamente utilitario; il ritorno all’ornamento, l’affermarsi di un diffuso edonismo” non poteva aspettarsi che questo processo avrebbe portato nuovamente ad affermarsi la “caccia alla decorazione” ma in chiave postmoderna, ovvero tramite una dittatura del linguaggio essenzial-minimale (neo moderno per l’appunto). Processo che trovò il beneficio dell’appoggio totale di tutto il mercato globale, nel modo di esprimersi, in particolar modo potremmo soffermarci su tutta la produzione di loghi, brand, corporate identity, etc etc, dove sarebbe facile ripercorrere una sempre più consolidata uniformità del linguaggio visivo verso alcuni stilemi più propri delle avanguardie.

brand logos

E’ successo quindi che si affermasse come “linguaggio indiscutibile” il linguaggio IKEA globalizzato, o anche l’idea della spersonalizzazione del linguaggio (che in realtà non è mai vera ma è pur sempre una scelta).

In architettura è interessante constatare come, dal decostruttivismo, che era forse il massimo della personalizzazione con le sue sgrammaticature, si sia arrivati in poco tempo a inseguire questa ricerca indefessa della spersonalizzazione, come dire rimanete sì “avanguardisti” ma solo per imporre un linguaggio totale e totalizzante, togliete invece tutto ciò che ha a che vedere con provocazioni, ironia, occorre perseguire il dogma del “neo modernista doc” (ricordo che il linguaggio moderno si impose allo stesso modo dalle istanze delle avanguardie).

E così ci troviamo in una sorta di stallo in cui temiamo di personalizzare il nostro linguaggio (così come chi ambisce ad una unica lingua e all’estinzione dei dialetti). I designer dei segni (quando si parla di linguaggio è difficile distinguere tra grafici, architetti, illustratori, artisti) hanno accettato di astenersi dalle loro sbornie, dalle loro fissazioni, dai loro traumi formativi, dagli innamoramenti visivi. Hanno accettato che il linguaggio non fosse materia loro ma materia data, dalla collettività totalizzata (un unico grande cliente dittatoriale).

Forse una situazione del genere non era mai successa: un consenso così piatto per un unico linguaggio.

airbnb & ikea

Per avere un parametro evidente di quanto sto sostenendo, credo che non ci sia nulla di più emblematico della navigazione sul sito/piattaforma di AIRBNB: è indiscutibile che oggi esista un preciso format di casa AIRBNB. Che spesso sia realizzata proprio in cooperazione con gran parte di quello che offre IKEA e che trovi nella foto da pubblicare in internet la principale bussola da seguire (esattamente come l’etica INSTAGRAM per i giovani): pulizia, luminosità/chiarezza, evocazione del lusso (apparente), un senso di modernità che allude a un sempre nuovo; quello che va evitato invece è il polveroso, l’oscuro, il consumato/usato e uno stile che sembra povero o antico (che ormai non fanno differenza ma sono assimilabili). Fa resistenza solo per un pubblico tendenzialmente circoscritto ai paesi dell’Est (Russia in primis) uno stile postmodernista di lusso, tra Versailles e un new decò che non fa differenza, e che quindi, in una sorta di legittimazione dell’ignoranza per il linguaggio, si mette sullo stesso piano del linguaggio asettico.

Si sono abbattute le sottigliezze e le differenze; il confronto è ormai dilaniato tra asettico e decorativo, che sembrerebbe voler creare una dicotomia tra vita e artificio. Come si accennava prima, discernere tra antico e povero non è così importante, se è decorato è da buttare. Oggi siamo di nuovo come alla stagione del proibizionismo di cui parlava Portoghesi.

Si pensi ad esempio al “delitto delle librerie”. Oggi assistiamo alla celebrazione della libreria senza libri. Come se il libro, a prescindere se poi lo si legga o meno (non è questo il tema dibattuto) non abbia una sua forza estetica o figurativa (polveroso, antico, consumato).

libreria di design mikado

L’idea estetica che ci siamo fatti della casa AIRBNB è che debba essere spersonalizzata così da disturbare il meno possibile, perché ci fa paura l’idea che ci sia stata una presenza, un’ombra, una storia in quella casa, dobbiamo avere a tutti i costi l’impressione che quella casa sia stata fatta per noi e solo per noi (figuriamoci ora in pieno post Covid).

Di nuovo la dittatura del neo moderno ci ha fatto suoi. 😱

[…]

Il concorso: mito e leggenda

Ieri, 3 Marzo 2020, è stato presentato il quaderno, edito da Fondazione MAXXI, che raccoglie i contributi di 23 autori, sul tema “Verso una legge per l’architettura, principi, regole e processi per la qualità dello sviluppo urbano in Italia” [LINK], che segue una serie di incontri/seminari avvenuti nel 2018 promossi e ospitati dal Museo del MAXXI sotto il coordinamento scientifico di Margherita Guccione, Simone Capra, Claudia Maria Clemente e Alberto Iacovoni, dove dibattere e confrontarsi sul tema dell’architettura e delle migliori procedure per raggiungere la qualità auspicata.

Ho avuto il piacere di partecipare a questo lavoro, intervenendo ad una conferenza e scrivendo un testo per questo quaderno. Il mio contributo vuole essere un omaggio al concorso come strumento che ha la forza di intendere il progetto come un alto momento culturale, significativo della capacità di redarre un progetto preservando la sua vocazione autoriale (quella che siamo abituati a riconoscere agli scrittori, agli artisti, ai musicisti), parlando dell’importanza dei progetti che hanno perso e non di quelli che hanno vinto i concorsi ma sono divenuti celebri e rappresentano dei momenti salienti della storia e della cultura dell’architettura (in particolare ho citato il progetto provocazione, Adolf Loos nel concorso del Chicago Tribune del 1922; il progetto teorico degli Smithson per il concorso del Golden Lane a Londra, 1952; il progetto manifesto di Rem Koolhaas/OMA per il concorso della Trés Grand Biblioteque a Parigi, 1989; l’esercizio di bravura nel progetto di Steven Holl per il concorso del Palazzo del Cinema di Venezia, 1990).

E cerco di spiegare meglio: non credo che l’incentivazione del concorso sia solo un problema di “procedura ideale” per gli architetti per ottenere l’incarico secondo il progetto che loro hanno fatto ma più che altro perché è una procedura che mette in gioco il pensiero progettuale di molti, creando una sorta di micro comunità con tutti coloro che partecipano per il periodo di tempo di gestazione del progetto, una partecipazione collettiva che riflette sul tema di una trasformazione del territorio/paesaggio. Insomma non è mai una questione di mero mercato o di incarichi ma sempre di progetto e il concorso lo celebra ogni volta.

“Per affermare l’importanza del concorso di progettazione per l’architettura sono convinto che piuttosto che parlare dei progetti che vincono bisogna ricordare gli eroici progetti che perdono.

Questo perché ricondurre il valore del concorso alla procedura di affidamento dell’incarico non è sufficiente a far emergere i reali motivi per cui l’architettura non può fare a meno dei concorsi.

La procedura concorsuale infatti rappresenta un momento unico di confronto e di ricerca progettuale pura. Immaginate un’area, immaginate di poter pensare alla sua trasformazione, pensate di avere una risposta collettiva sul tema, dove ogni progettista tenta di dare la sua particolare visione, la sua particolare strategia, la sua particolare invenzione, la sua particolare narrazione per rispondere al tema dato.”

Studi sui confini di Roma Sud e Roma Nord

O forse storia dei conflitti geosociali tra differenti classi sociali (che rivendicano la loro appartenenza con filosofie esistenziali) [sotto titolo aggiunto ad aprile 2020]

Abbiamo abbattuto i muri ma i confini sono ancora forti… ricerca urbana, con declinazioni socio antropologiche, dei confini tra Roma Sud e Roma Nord per evidenziare quello che non si vede ma si sente…

Questo lavoro visivo indaga la “dimensione mitologica contemporanea” della differenza antropica delle due aree di Roma. Sulla base dei materiali forniti dalla rete (mappe, foto aeree, fotografie panoramiche da strada) si riflette sulla definizione fisica di possibili confini percettivi.

Rilevare, oggi più che mai, non si limita a riportare i dati dello stato di fatto, ma a comprendere l’indicibile dei luoghi.

È vero che il mondo è ciò che noi vediamo, ed è altresì vero che nondimeno dobbiamo imparare a vederlo”. [Maurice Merleau Ponty, Il visibile e l’invisibile, 1964]

(REPOST di Timia Edizioni >> LINK)

[Aggiornamento Agosto 2019]

approfondimenti:

LINK Corriere

Le Coliche “Essere poveri a Roma Nord”
Uno sketch “dialetti romani” di Pilar Fogliati
I Cani “I pariolini di 18 anni”

I pariolini di diciott’anni comprano e vendono motorini,
Danno le botte di cocaina,
Fanno i filmini con le quartine
Perché anche se non fosse amore
Non per questo è da buttare
Com’è logico che sia

Loro sono gli ultimi veri romantici
Loro sono gli ultimi veri romantici

Rilevare dati che più che fisici sono socio-antropologici in realtà ci pone anche di fronte al fatto che il confine lineare potrebbe in realtà trasformarsi in confini “ad isola”, ovvero delle enclave all’interno delle aree geografiche della città che presentano le condizioni cercate. Si ipotizzano delle esemplificazioni:

mappa dei confini con l’ “enclave Roma Sud” di montesacro
mappa dei confini con l’ “enclave Roma Nord” di mostacciano

[Aggiornamento Ottobre 2019]

Questo invece un esempio che propone l’invenzione dell’idea di “edificio enclave di Roma Sud“, in questo caso la famosa casa convenzionata di Viale XXI Aprile di Mario De Renzi, vita del sud in un quadrante nord:

una scena del film “una giornata particolare” di ettore scola (1977) girata sulle terrazze della casa federici

O il caso del “sistema di villette, enclave di Roma Nord” nel quadrante dell’EUR.

Come Villa Cavazza di Adalberto Libera del 1961-64

scena del finale del film “L’ultimo bacio” di Gabriele Muccino, 2001, girato in gran parte nel distretto delle ville dell’EUR

[aggiornamento Novembre 2019]

Questa esplorazione di un dato fenomenologico diffuso nell’immaginario popolare fa leggere le dinamiche e le tensioni urbane con approcci diversi e interpretazioni alternative a quelle usuali, aprendoci a ipotesi e conclusioni non previste, inaspettate.

A questo proposito continuando le indagini sulla base dei dati prodotti da #mapperoma (LINK) di cui quest’anno è uscita la pubblicazione “Le mappe della disuguaglianza. Una geografia sociale metropolitana” a cura di K.Lelo, S.Monni, F.Tomassi, Donzelli editore, Roma, 2019, qui di seguito sono elaborate due mappe-dicotomiche che a loro volta provano a ridefinire i perimetri in relazione alle diversità di indici sociali come il livello d’istruzione e quello del reddito.

[aggiornamento Aprile 2020]

L’interesse per una simbiosi dell’uomo con la natura fa parte di nuove (per quanto sempre esistite) pratiche filosofico-esistenzialiste in cui l’uomo tende a voler o meno riconoscersi.

Dagli influssi orientali a nuove teorie salutiste si assiste a un diffondersi di pratiche di vario tipo (come yoga, meditazione, arte terapia, scuole alternative steiner-waldorf, pratiche eco-sostenibili etc. etc.). E’ difficile da dimostrare ma sono convinto che tali nuove pratiche siano molto più diffuse nel territorio “settentrionale” che in quello “meridionale”. Di nuovo una conferma che il nord permette una maggiore astrazione dalla vita terrena di quanta ne sia possibile al sud, fattore che sicuramente poggia su una sostanziale maggiore ricchezza e quindi possibilità di non essere strettamente legati al contingente e alla concretezza.

così questa riflessione sulle culture alternative come riflesso di nuclei sociali più benestanti, mi porta a pensare a Calcata, piccolo comune a nord di Roma, nel territorio provinciale di Viterbo, che si trova arroccato su una montagna di tufo ed è costituito da un piccolo borgo. Nei primi del novecento il borgo venne pian piano disabitato poiché considerato pericolante per il cedimento del tufo. Ma poi pian piano venne rioccupato da persone che se ne innamorarono e oggi nel borgo vivono circa 70 persone, italiani e stranieri, tra cui vi è un nutrito gruppo di artisti che negli anni ’60 decise di scegliere il borgo come residenza di vita e di lavoro. Tra di loro un abitante noto del comune è sicuramente Paolo Portoghesi, professore ed architetto romano che ormai da tempo risiede e lavora lì.

Una scelta che appare in diretto rapporto con una filosofia di maggiore empatia con la natura, di un rapporto diretto con un sentimento di affinità spirituale all’ambiente inteso come sistema primario dell’habitat dell’uomo.

Che poi mi riporta alla mente alcune tensioni inizio XX secolo in piena esplosione delle conquiste della società industrializzata che vedeva in contrapposizione alcune tensioni culturali molto ben espresse ad esempio nel mondo dell’architettura (contro le società iper-urbanizzate come la Ville Radieuse di Le Corbusier o la Grossstadtarchitektur di Ludwig Hilberseimer al quale si contrapponevano posizioni che immaginavano l’architettura come un organismo più integrato nel paesaggio naturale, ad esempio Bruno Taut supportato dalla teorie di Paul Scheerbart della Glassarchitektur o anche della Broadacre City immaginata da Frank Lloyd Wright, si pensi anche alla sacralità della montagna nello Zarathustra di Nietzsche e all’influsso ancor prima della pittura romantica).

Tornando a Paolo Portoghesi segnalo un lavoro interessante volto proprio a indirizzare alcune scelte formali architettoniche con il paesaggio naturale, in particolar modo riferito al territorio geologico di Roma Nord e delle sue forre. Questo lavoro è stato presentato all’interno della mostra “Roma Interrotta” a cura di Giulio Carlo Argan e Christian Norberg-Schulz nel 1978.

photocollage “concorso di progettazione per opere di pedonalizzazione e riqualificazione nel II municipio di roma”

Campagna visual per il concorso di progettazione “Riqualificazione e pedonalizzazione di due spazi pubblici nel II municipio di Roma” che è il primo concorso organizzato dal nuovo Ufficio Concorsi dell’Ordine degli Architetti di Roma >> LINK

bandito da Municipio Roma II con la collaborazione del Consiglio Nazionale degli Architetti, l’Ordine degli Architetti di Roma e Provincia e l’InArch Lazio (LINK)

december post

Un nuovo aggiornamento sulle recenti attività professionali in cui mi trovo coinvolto:

-l’Ordine degli Architetti di Roma festeggia con un evento il primo anno di insediamento del nuovo consiglio, il 5 Dicembre presso la Casa dell’Architettura dalle 16:00 (LINK); proprio circa un anno fa ho accettato con entusiasmo di prendere parte a questo nuovo corso con il primo atto formale ovvero la delega del Presidente per formare la nuova Area Concorsi, l’evento sarà l’occasione per fare il punto, su cui riferirà il consigliere Andrea Iacovelli, sul lavoro di questo primo anno che sta maturando e portando i primi risultati (LINK)

-Relativamente alla mia attività di responsabile dell’Area Concorsi dell’OAR, segnalo che dopo la firma con il 2° Municipio (LINK) con cui stiamo lavorando per uscire tra poco per dei concorsi per delle pedonalizzazioni e riqualificazione di spazi pubblici, il 7 Novembre è stato firmato al Campidoglio il protocollo d’intesa tra Roma Capitale, OAR e CNAPPC per promuovere dei nuovi concorsi di progettazione (LINK)

-Proseguono anche gli incontri della nuova vita di InArch Lazio: dopo la presentazione dei due giovani studi Orizzontale e Parasite 2.0, un bel confronto tra un gruppo di “artigiani” e uno di “sofisti” accomunati da un nuovo modo di ragionare e praticare un’architettura sempre più effimera, a cura di Matteo Costanzo ed Emilia Giorgi, qui trovate il VIDEO della serata, si è svolto lo scorso 26 Novembre l’evento di consegna del Premio alla Carriera (premi RomArchitettura, sesta edizione) a Massimiliano Fuksas, una bella serata che ha avuto l’onore di essere ospitata da Palazzo Taverna, oggi sede della University of Arkansas, già sede storica e gloriosa di InArch negli anni di Bruno Zevi: QUI trovate una serie di immagini della serata

-Prosegue l’intenso e super stimolante lavoro allo IED per le nuove tesi (a.a. 2018-19) assieme a Daniele Mancini per un nuovo Museo della Comunicazione nel “Poste Italiane District” dell’EUR, se siete curiosi e avete voglia di impicciarvi vi segnalo che esiste un gruppo FB dove potete iscrivervi e interagire con noi, PROPRIO QUI

RI.USO progetto di ricerca per il riuso politico dello spazio pubblico, 2018

RI.USO progetto di ricerca per il riuso politico dello spazio pubblico, il “caso progetto” del progetto della connessione tra i quartieri Esquilino e San Lorenzo a Roma
Competition organization: CNAPPC
Year: 2018
Project: Mattia Darò
Collaborator: Giulia Buchler

OBIETTIVI
Viviamo in uno stato di forte crisi del senso dello spazio pubblico
Si propone un suo riuso che fonda sul suo senso primario, uno spazio che sia di tutti e non di qualcuno in particolare. Oggi siamo invasi da questioni che uccidono questo concetto fondativo di ogni tessuto urbano. Temi come la sicurezza, l’efficienza, la concretezza hanno ucciso la possibilità di lasciar vivere gli spazi in uno stato più indeterminato. Perché il concetto di spazio pubblico, di tutti e non di qualcuno in particolare, rende la sua utilizzabilità non determinabile, non prevedibile, non circoscrivibile. Tutti aspetti che oggi sono considerati come non più praticabili. E quindi dovremmo arrenderci alla scomparsa di una delle acquisizioni più importanti nella storia dell’umanità ovvero la costruzione di uno spazio pubblico?
La ricerca propone una riflessione finalizzata a un’idea progettuale mediata da casi storici emblematici che riportano lo spazio pubblico nella sua veste da protagonista (con un fine univoco dettato dalla sua intrinseca destinazione ma anche dalla molteplice ed eclettica funzionalità).

tavola 2

AZIONI
1 riappropriazione dello spazio pubblico non come mera distinzione proprietaria ma come rivoluzionaria idea dell’uso dello spazio.
2 eliminazione barriere, ostacolo sempre più forte alla creazione di una rete sistemica dello spazio pubblico che possa espandersi anziché richiudersi
3 attraversamenti, tentando di andare nella direzione di favorirli anziché ostacolarli
4 connessioni, ridefinire le possibilità di connettere diversi luoghi della città, di mettere a sistema poli urbani diversi
5 rizoma, la modalità rizomatica definisce le qualità di uno spazio pubblico che possa ramificarsi, anche imprevedibilmente, tra edifici, spazi aperti, passaggi e/o sottopassaggi, strade e portici etc.
6 attacco a terra, rimarcare l’importanza della quota a livello terra come nevralgica per un riuso dello spazio pubblico che riemerga lì dove è nato, ovvero il vuoto che si costituisce tra l’edificato.
7 riuso edificato esistente, nel riconfigurare le gerarchie spaziali l’approccio progettuale nel riutilizzare i manufatti esistenti deve tenere conto di questa ambizione dello spazio pubblico a riconquistare un ruolo da protagonista nella città

tavola 3

CASI STUDIO

la città del Nolli

Oltre ad essere una pianta di Roma molto dettagliata e molto ben fatta, la straordinarietà di questa mappa è stata di aver osato dare una lettura dello spazio pubblico inconsueta:

lo spazio pubblico infatti si insinua (attraverso la tecnica di disegno del poché) anche all’interno degli edifici, nelle corti e i giardini o negli interni delle chiese). Lo spazio pubblico diventa un sistema che oltrepassa i confini definiti.

Gli enclosure acts

Con il termine enclosures ci si riferisce alla recinzione dei terreni comuni (terre demaniali) a favore dei proprietari terrieri della borghesia mercantile avvenuta in Inghilterra tra il XVII ed il XIX secolo. Gli enclosure acts danneggiarono principalmente i contadini, che non potevano più usufruire dei benefici ricavati da quei terreni, a favore dei grandi proprietari: per le recinzioni era necessario sostenere spese di tipo privato ma anche legali, che scoraggiavano i piccoli proprietari. Alla fine del XVIII secolo, tale sistema aveva portato alla concentrazione della proprietà terriera nelle mani dell’aristocrazia inglese e, inoltre, aveva creato una massa di lavoratori disoccupati, la manodopera a basso costo che sarà quindi impiegata nel nuovo ciclo produttivo industriale. Tale sistema però fu reso necessario dal continuo aumento della domanda di beni agricoli alla quale il vecchio sistema agricolo non poteva far fronte in quanto i terreni erano coltivati da contadini che si occupavano dello stesso campo solo per un anno, e che quindi non erano motivati a migliorare le condizioni del terreno. Con le enclosures i grandi latifondisti affittarono i terreni a coltivatori diretti che se ne occupavano, pagando però affitti molto alti, per diversi anni, apportando miglioramenti quali-quantitativi all’agricoltura inglese. In pratica sono delle recinzioni delle terre comuni (common lands, common wastes) e dei fondi indivisi (open fields). [da Wikipedia]

L’ingresso gratuito nei musei nazionali inglesi

Sono passati più di 17 anni da quando il Regno Unito ha approvato la legge che ha reso gratuito l’accesso ai musei nazionali. I dati ci dicono che ciò ha comportato un aumento dei visitatori del +51 per cento. I luoghi della cultura aperti hanno attirato numerosi utenti in più, ma soprattutto nuove categorie di visitatori: la cultura a costo zero ha fatto in modo che la classe media e i cittadini meno abbienti, spesso estranei alla didattica museale e alle manifestazioni intellettuali, perché impossibilitati a poter pagare un costo oneroso per l’accesso in questi edifici, abbiano la possibilità vivere e riscoprire la cultura in modo indipendente. Anche in questo caso, così come le chiese romane evidenziate dalla pianta del Nolli, lo spazio pubblico invade degli interni di edifici pubblici, costruendo una fascinosa continuità tra esterno e interno basata sul concetto dello spazio pubblico.

La basilica Santa Maria Maggiore, navata passante dell’asse sistino

Nella rete di interventi urbanistici di Sisto V la Basilica di Santa Maria Maggiore rappresentava il nodo centrale degli assi sistini, a metà strada dell’asse San Giovanni – Trinità dei Monti così detto Strada Felice a controbilanciare l’asse della Via Papalis, tra Colosseo e San Pietro. Si immagina dunque la basilica come un “luogo di passaggio”, la navata come una galleria del culto e dei pellegrini.

Il concorso Berlin Haupstadt: la proposta Smithson

Una piattaforma/città pedonale distaccata dalla città delle auto.

Nel loro approccio progettuale ideologico, gli Smithson in una chiara prima messa in crisi del sistema della città moderna incentrata sulla macchina, propongono di portare su un nuovo livello la città pedonale, permettendo così di riconquistare la città a dimensione pedone.

Opera Garnier

Il progetto emblematico di una sezione di uno spazio pubblico che da esterno diventa interno.

L’opera come il teatro rappresentano il simbolo architettonico della belle epoque, un periodo di pace e benessere di cui Parigi è la capitale indiscussa. E come tale, l’atrio di questi edifici rappresentava il salotto della nuova società, un salotto della città come nel caso dell’Opera Garnier.

I passages

L’invenzione dei passages o delle gallerie afferma l’idea di avere uno spazio pubblico o ad uso pubblio all’interno degli edifici, anche per fini puramente commerciali, l’embrione dello shopping e del centro commerciale.

Nella visione degli “architetti rivoluzionari” questi luoghi dovevano rappresentare gli “spazi democratici” perché potenzialmente accessibili a tutti.

lo spirito di Simmel

L’opera di Georg Simmel, sociologo, ci pone di fronte alla realtà della città moderna e della sempre crescente perdita dei criteri fondativi della idea classica della città intesa come spazio generato per aggregare, mentre la cultura moderna ci vuole invece portare verso una cultura dell’individualismo più sfrenato e pauroso dell’altro.

“Il tipo metropolitano si crea un organo di difesa contro lo sradicamento di cui lo minacciano i flussi e le discrepanze del suo ambiente esteriore.”

La valutazione nel progetto di architettura, 29-30 Ott 2018

Nel mio ruolo di Coordinatore dell’Area Concorsi dell’Ordine degli Architetti di Roma ho partecipato con grande interesse al convegno “La valutazione nel Progetto di Architettura” tenutosi presso la Casa dell’Architettura lo scorso 29 e 30 Ottobre, promosso dall’Ordine degli Architetti di Roma e Provincia, la Casa dell’Architettura con il patrocinio di ENEA, SIEV, Facoltà di Architettura La Sapienza Roma.

E’ stato un momento importante per fare il punto sulle politiche ordinistiche e sulle azioni in atto in merito ai concorsi di progettazione e per confrontarsi con studiosi ed esperti per delineare strategie e coalizioni per essere sempre più incisivi.

Condivido qui l’abstract del mio intervento “Il comma 4, articolo 154 del Codice dei Contratti Pubblici

 

MORE, expo on line, VII biennale d’architettura di venezia, 2000

Partecipazione all’expo on line, VII biennale di architettura di venezia, 2000 (progetto Azzer0)

hanno partecipato a Progetto Azzer0:

Silvia Bertolini, Annalisa Curreri, Mattia Darò, Diego De Conca, Susanna Mirza, Stefano Pieretti, Valentina Serafini

original website

More è la città dell’abbondanza. Il di più è l’immaginario che Progetto AzzerO intravede nell’attualità e nel futuro della città. Più immagini, più percezioni, più consumi, più emozioni, più luoghi, più vuoti, più estetica e più etica. La città è un tutto avvolgente che non ha più confini né porte né centri. La moltitudine è l’unico discorso politico sostenibile, una moltitudine intesa come progetto democratico e allo stesso tempo anarchico. Natura e artificiale ormai convivono nel rispetto di un contrasto che crea paesaggio. E’ la velocità che sostiene la percezione. Le immagini si susseguono e si fermano solo sulle retine dei nostri occhi. Gli sguardi sono tanti e tante sono le possibili letture. Le immagini diventano l’immediato riferimento, l’istantanea citazione dell’attualità. La città non insegue più desideri di ordine razionale, ma si fa plagiare dagli avvenimenti. La quantità è esaltazione dell’individuo che si sente libero solo se capace di scegliere tra l’abbondanza. Prevale Roma per la quantità di archeologia, prevale Città del Messico per l’abbondanza umana, prevale Shangai per l’estetica eccessiva, prevale Mosca per l’assoluta emergenza, prevale sempre ciò che travalica lo stato di quiete. La città prevarica su tutto e dove la natura prevarica sulla città, questa diviene città. La civiltà comunica solo in tempo reale e aspira ad essere un unico organismo onnivoro, ovvero un’enorme concentrazione di forze sempre al limite della sua esplosione. La città/civiltà è ormai l’embrione di se stessa nell’attesa di partorire. Il prodotto, inteso come bene di massa, è l’unico ordine che regola le fruizioni sociali tra gli individui. Ognuno di noi diviene prodotto o anche più prodotti per avvantaggiarsi del concetto di abbondanza. Non c’è poi differenza tra abbondanza negativa o abbondanza positiva, il giudizio ormai scompare, diventa realmente soggettivo ed è in ogni caso ribaltabile. More rappresenta la città di tutte le immagini, di tutte le identità, di tutti i segni. Nessuno conosce More, ma tutti ne conoscono una parte. Costruiamo tante identità More; realizziamo l’estetica dell’abbondanza e l’etica della moltitudine. Il mondo è già tutto codificato e oggi l’unico intervento possibile è quello del suo cambiamento attraverso il suo stesso codice. La città non è solo diffusa, ma transitoria, in movimento. Tutto sta nelle percezioni possibili, nella sua attualità, intesa come presente immediato. Evviva le città, quindi, evviva l’abbondanza nella sua potenzialità creativa. Se l’immagine è realmente andata al potere, oggi è la città che libera l’immagine della sua autorità. More esiste e si nutre di noi. Tutti e in qualsiasi modo, si nutrano di More.