PostCovid City

Scenari, considerazioni, speculazioni su come cambierà la città a seguito degli effetti della pandemia del Covid ma che può essere anche visto come un manifesto per la campagna elettorale che precede le elezioni amministrative italiane del prossimo autunno. Sulla scia di una theory-fiction che diventi progetto.

Alcuni strani fatti da valutare attentamente:

nella disperazione dell’ “alienazione da lockdown” in realtà a molti di noi è piaciuto tanto riscoprire la nostra città deserta, spettrale, in particolar modo quella del centro storico, senza turismo di massa, senza trasformazione in un mall per lo shopping, senza movida senza controllo.

fontana di trevi, roma, 2019|2020

Eppure tutto questo si è verificato a discapito di tante economie (servizi per il turismo, attività commerciali, ristorazione, attività per il tempo libero): solo relativamente al turismo si parla di un calo del 74% di visitatori nel 2020 con una conseguente stima del WTTC di una perdita di 62 milioni di posti di lavoro. Ed è chiaro che a distanza di un anno oggi appare chiaro che esiste un problema molto serio riguardo alcuni settori che sembrano non riuscire a riprendersi e su cui l’interrogativo sembra essere: ma siamo sicuri che il problema sia solamente il Covid? Siamo sicuri che alcuni modelli sociali che non sembravano più essere così vitali siano stati sì danneggiati dalla pandemia ma in realtà, fatto ancor più importante, è un certo tipo di modello di città ad essere, da tempo, in discussione?

In realtà abbiamo scoperto molte cose (di cui un po’ ne sapevamo ma non pensavamo che potevamo farne così tanto uso): ci possono consegnare tutto a casa, anche da mangiare, anche le prelibatezze del ristorante, abbiamo molta più offerta di intrattenimento tramite i device che nei luoghi deputati della città (la multisala è decisamente inadeguata rispetto a qualsiasi piattaforma di streaming così come un luna park rispetto ad una console di videogiochi), abbiamo poi scoperto anche che lavorare a casa è un’operazione molto fattibile, insomma oggi come oggi è più facile che sia la città a venire a casa tua che tu ad andare nella città.

Se la congestione metropolitana ancora inseguiva fisicamente nuove ambizioni esistenziali oggi i luoghi non possono più competere con l’infinito spazio del web, la costruzione del luogo/simbolo si sposta nella nostra testa e a noi non rimane che riscoprire i luoghi per quello che sono o per quello che sono rimasti, tra modernità disillusa e natura ferita.

Sia chiaro che questa “scoperta” (che forse non avremmo mai voluto scoprire) sta invertendo i valori in modo fortissimo. Non significa che non ci piacciono più i luoghi. Anzi, forse ci piacciono molto di più. Ma non ci piacciono più come prima. Ci piacciono i luoghi veri, dove sia piacevole lo stare e non i simulacri dei luoghi, i luoghi travestiti da loro stessi che però assolvono ad altre necessità (consumare, divertirsi, intrattenersi).

Spinti dall’emergenza sociale della pandemia ma anche da un riflusso per una eccessiva e forse inutile massificazione dell’occupare i luoghi, spesso gli stessi senza mai differenziare, oggi sembriamo più attenti e più onesti nel rapportarci con il concetto stesso di luoghi cosicché sia possibile riottenere una certa armonia, serenità, e allo stesso tempo ridefinire il giusto valore del luogo stesso.

Oggi, nel dibattito politico, il problema che più desta preoccupazioni è senz’altro quello economico. Come spesso accade, dopo una grande depressione, è difficile ripensare il presente-futuro, rimetterlo in marcia. La domanda però cruciale che mi faccio è questa: nel rilancio del consumo, inteso in senso lato, siamo sicuri che tornare al prima sia la soluzione? Faccio fatica a pensarlo. Sono abituato che proprio il consumo sia la causa principale della necessità di rinnovarsi e di reinventarsi a seguito delle sue cicliche fasi critiche. Fare finta di niente può diventare il più clamoroso degli autogol. Mettiamo che il Covid sia finito, pensiamo che questo fatto epocale non si porterà dietro degli strascichi psicologici sulle persone? E che le persone quindi alimenteranno lo stesso desiderio della “vita precedente” (dei weekend in giro per il mondo o dei sabato negli shopping mall, della festa/evento continuo)?

Mi chiedo invece, anziché rimpiangere, se non sia più necessario re-immaginare e reinventare il desiderio post covid che già cova dentro di noi. Cogliere l’occasione indesiderata per domandarsi nel profondo come vorremmo che cambiassero alcune cose in un’ottica diversa che non sia un’invecchiata idea di futuro, che ci ha accompagnato negli scorsi anni, ma sia piuttosto un’idea di vita diversa da quella che è stata prima di questa sciagura globale.

camere di sorveglianza in spiaggia

La visione/incubo (ipotesi 1): l’idea di fare a meno del luogo fisico del resto viene da lontano. E tanta letteratura cyborg ne ha già trattato ampiamente. Cosa potrebbe succedere? Potremmo istituire le “zone” (gialle, arancioni e rosse) come un nuovo approccio urbanistico: prenotare l’aperitivo a Piazza Navona (i luoghi della città non possono più sopportare masse incontrollate, per ragioni sanitarie, etiche ed estetiche) i luoghi devono mantenere un grado di vivibilità e piacevolezza dettata anche dal numero di persone che il luogo può ospitare, anche questa sarà la nuova frontiera della società del controllo digitale (la naturale evoluzione delle ZTL e delle pedonalizzazioni, la realizzazione di una città elitaria e non populista). I centri storici (potremmo chiamarle Zone Speciali) sono luoghi che trascendono qualsiasi appartenenza, deve avvenire infine la totale de-residenzializzazione (modello Venezia) così da lasciare che i luoghi siano delle vere e proprie scenografie svuotate, in fondo è il riadattamento della downtown in chiave “città europea/storica”. Un grande distretto produttivo (in realtà dirigenzial/rappresentativo), per lo più automatizzato, che permetta visite limitate e fortemente controllate. Lo spazio pubblico non è più disponibile come l’abbiamo sempre immaginato ma solo sotto sorveglianza e per tempo limitato. I luoghi “zona” sono controllati e regolamentati. Il mondo digitale prevede una personalizzazione delle attività iperspecifica così da poter assemblare e prevedere le necessità di ogni individuo/cittadino. Nulla può essere più lasciato al caso, la georeferenziazione diviene il nostro mantra quotidiano indicandoci le nostre mete e dettando i nostri spostamenti anzi suggerendoli direttamente magari in correlazione con il nostro sentimento. E nella zona avviene infine una disumanizzazione facendo nascere la città automatizzata. Droni, robot, macchine distributrici di beni, veicoli elettrici per spostarsi, l’umano è un estraneo all’interno di dispositivi automatici che curano e mantengono la città scenografica.

Ponte di Einstein-Rosen o cunicolo spazio-temporale, detto anche wormhole

La visione/l’aiuto alieno (ipotesi 2): Forse solo un intervento alieno ci permette di trovare una soluzione possibile al prossimo futuro. La possibilità di attivare dei wormhole con altre dimensioni che non siano assimilabili all’interiorità umana ma piuttosto alle dimensioni scientifiche sconosciute.

(Oggi è sicuramente più credibile immaginare gli alieni piuttosto che le intrinseche meraviglie della propria anima).

Nel film del 2014 di Christoher Nolan Interstellar, ad esempio, si ipotizza che qualcuno (presumibilmente degli alieni o meglio gli stessi uomini del futuro che riescono a viaggiare nel tempo) abbia fatto comparire un wormhole dalle parti di Saturno per permettere agli esseri umani di trovare un passaggio intergalattico che li porti in salvo dalla invivibilità del pianeta terra. Essendo le storie di fantascienza le metafore perfette della vita del presente, in realtà una delle interpretazioni possibili è proprio il fatto che l’invivibilità nel nostro pianeta (tempeste di sabbia o pandemie globali che siano) ci spinge a trovare delle possibili via di fuga. Spesso l’uomo ha cercato all’interno di se stessi, rinchiudendosi in percorsi di “fede” o di “introspezione psicologica”, la “soluzione aliena” rimane invece una soluzione altamente pratica e paradossalmente la più scientifica, fatta salva la possibilità concreta di praticare la soluzione stessa, potremmo dire di superare le zone oscure (ignote) che in realtà non ci permettono davvero, ad esempio, di navigare in un wormhole.

Oggi potremmo addirittura ambire come soluzione, in pieno spirito retromania, ad un passaggio interspaziale e intertemporale che ci porti indietro nel tempo, acquisire tempo rallentando l’accelerazione verso la fine che incombe sulle nostre coscienze (riscaldamento globale, insostenibilità del pianeta terra); così come un film di fantascienza che parla del nostro presente, il vero problema potrebbe essere accorgersi della veridicità della profezia di William Gibson “il futuro è già qui, solo che non è equamente distribuito”.

Sarebbe dunque interessante che anche noi ci accorgessimo che viviamo già in un mondo in cui qualche presenza dal futuro è già tra noi che tenta di aiutarci continuamente a prendere coscienza (senza andare dallo psicanalista) a prendere decisioni migliori, non direi neanche quelle più giuste.

Piccolo passo indietro alle premesse:

Ribadisco la domanda, dato che il capitalismo insegue sempre un desiderio di massa (l’Anti Edipo di Deleuze e Guattari insegna) mi chiedo se in realtà il prossimo desiderio “capitalista” di massa sarà semplicemente tornare allo stato di prima e quindi sarà sufficiente ricominciare a viaggiare ad uscire e a fare baldoria.

Ho dei dubbi, penso invece che cercheremo qualcosa di nuovo. Il desiderio si colma e si esaurisce, il suo fascino è che si muove in modo imprevedibile in relazione ai tanti fattori che lo plasmano. Non esisterebbe desiderio se fosse facile individuarlo. Per questa ragione ha sempre e costantemente bisogno di essere alimentato e rigenerato.

Credo addirittura che anche le calamità (ma soprattutto la modalità di reagire ad esse) siano paradossalmente il frutto di un “desiderio” di spostamenti in atto della società e anche il capitalismo e le masse si adatteranno a qualcos’altro, come spesso accade, la crisi come metodologia per rilanciare.

E quindi mi domanderei che cosa cominciamo a desiderare di nuovo? In realtà siamo di fronte ad un concretizzarsi di un processo involutivo. Forse tutto il XX secolo ha dato vita ad un processo involutivo (relatività, distruzioni di massa, aberrazione della ragione, diffondersi dell’empirismo)? La scoperta dell’energia oscura, dell’antimateria come ipotesi esistenziale alternativa che nulla deve avere a che vedere con l’ostinazione raziocinante dell’inseguimento di un segno positivo.

Post Covid Selfie, collage digitale

La visione/incubo (ipotesi 1b): La crisi del flaneur. Il flaneur baudelairiano è il pioniere del successo dello shopping. Oggi che lo shopping migliore e più pratico si fa surfando online il flaneur non serve più (il binomio “passeggiata e compere” vacilla). Questo non può che comportare dei cambiamenti importanti nella città post-Covid. Gli elementi che caratterizzeranno la prossima città saranno sempre più:

Controllori di ingressi (a metà strada tra varchi ztl, checkpoint d’ingresso che ricordano Berlino, sistemi veloci di chiusura delle strade, monitoraggio continuo).

Negozi front office (finti, con funzione più di showroom che di retail, praticamente inaccessibili, al più ingressi filtrati come le gioiellerie o le banche che rimandano ad acquisti online o via app).

La massificazione, come detto, non sarà più permessa mentre sarà permessa la “città esclusiva”, pensata per pochi a dimensione umana. Basti pensare alle nuove strategie già in atto: isole Covid free, concerti/eventi tutti tamponati, passaporti sanitari…

Un darwinismo della “selezione innaturale”, ovvero essendo la terra non adatta all’uomo sopravvive solo chi può permettersi di snaturarsi (adattandosi all’invivibilità).

SCIATTCHIC

Bum in “Mulholland Drive” (David Lynch, 2001)

C’erano una volta i “Radical chic”.

Con la loro capacità di mischiare alto e basso ma a patto di avere posizioni politiche radicali, erano i paladini di un pensiero davvero libero e capace di spaziare in ogni direzione, facendo scalpore e catturando le critiche più disparate.

Ma ora basta! Il radicalismo ha abdicato nel momento che il conflitto politico si è infine spostato tra Alternative vs. Mainstream. Oggi fa sorridere chi ancora usa l’appellativo “radical chic” come forma di offesa. Perché in fondo lo siamo tutti, radical chic, almeno nel contesto occidentale, tutti privilegiati che si considerano vittime della società. Radicale è chi pretende che il pensiero sia “cristallino” non confuso, dunque inevitabilmente mainstream (un neomodernismo post postmodernismo). E quindi nella ricerca spasmodica di elementi di contrasto ma leganti tra consumo libero di ricchezza messo a contrasto con un approccio etico-primitivo della vita emerge, nella sua estremizzazione, la figura dello “SciattChic”: una figura libera che si inserisce nella società mediatica contemporanea per assumere le vesti di dissociato, dropout,  così da interpretare lui stesso (non più il suo pensiero) l’oggetto di riflessione per il suo stesso ambiente: ad esempio si pensi ai personaggi del film “The Square”, una sorta di commedia surreale che guarda caso ruota intorno al mondo dell’arte, dove ogni personaggio appare come un disadattato in una società (la nostra) dove non riesce ad esserci mai un vero conflitto (o meglio i conflitti sono ridotti ad un uso tutto mediatico che va dalla scena del furto combinato per strada, alla lezione dei due comunicatori sull’importanza del conflitto per catturare l’attenzione dei giornali, alla performance aggressiva dell’artista/gorilla) ma tutto scorre in un’apparente fluidità che fa ancor più paura per la sua assenza di realtà e una gran presenza di azioni inutili.

L’informale è oggi talmente dentro la società che ha anche una sua veste formale (mangiamo muffe, vestiamo alghe).

Quando la ruggine si insinua su una lama di rasoio, quando un muro inizia a ammuffire, quando il muschio cresce in un angolo di una stanza, arrotondando i suoi angoli geometrici, dovremmo essere contenti perché, insieme ai microbi e ai funghi, la vita si sta muovendo nella casa e attraverso questo processo possiamo diventare più consapevolmente testimoni di cambiamenti architettonici da cui abbiamo molto da imparare.” “Solo gli ingegneri e gli scienziati che sono in grado di vivere nella muffa e produrre muffa in modo creativo saranno i maestri di domani.” [Manifesto della muffa contro il razionalismo in architettura, Friedensreich Hundertwasser]

Potremmo dire che la società si differenzia tra chi persegue l’informale formalmente e chi lo persegue sostanzialmente. Ed è in questo binomio che sta lo sciattchic che contempla le estremizzazioni informali di una ostentazione estetica (il dropout) alla rivalsa sociale nel consumo/abuso del lusso (pratica da rapper).

Gucci Mane, rapper

Entrambe le due estremizzazioni sono dei messaggi sociali, rappresentano il dissidio più o meno armonico tra stati di fatto che proprio non si conciliano tra loro.

OMA, Galleria Department Store, Gwanggyo, South Korea, 2020

L’antierotismo del mainstream mediatico, che coltiva post-umanesimo ormai spintosi fino al non-umanesimo, spiana la strada all’alternative come unica pratica per riscoprirsi umani, troppo umani. Così perdenti e fallimentari ma così umani. Se appunto l’antierotismo appare come inglobato nel sistema che, nella sua assolutezza radicale, l’ha ormai assimilato (il successo del minimalismo, del monochrome, del vuoto), a contrastare il sistema sembra essere molto più adatto un erotismo malato, vero e proprio frutto del malessere del sistema, capace di evidenziare i suoi problemi dietro la sua facciata di perfetta efficienza.

Kohei Yoshiyuki, The Park

Ma un’immaginario omnicomprensivo non può che alimentarsi all’interno del contrasto tra mainstream e alternative costruendo un efficace contrasto estetico e sostanziale tra mondi inconciliabili, atteggiamento utile a coltivare un virtuoso dissidio della natura umana (una contraddizione esistenziale tra atteggiamenti elitari e atteggiamenti popolari, tenendo assieme nel proprio io le differenze inconciliabili che ogni situazione presenta).

Mac Mars (dal gruppo FB Boring Dystopia II)

Spazio Politico

Le particelle rosse usano lo spazio in modo similare, al contrario di quelle bianche

Riflessioni a seguito dell’ottava puntata di Wild Radio (LINK), che è stata dedicata allo “Spazio Politico”, partendo dallo spunto della riflessione sempre utile intorno allo spazio pubblico, inteso come spazio demaniale ovvero di proprietà pubblica: abbiamo citato la pianta del Nolli del 1748 e la sua visione di una città dallo spazio pubblico espanso anche a spazi privati e chiusi, gli enclosure acts inglesi, i provvedimenti che portarono a recintare i terreni agricoli dei privati a sfavore dell’uso che ne facevano allevatori e coltivatori, o anche la grande spinta ottocentesca a costruire spazi collettivi etc.

In realtà ci troviamo in un momento storico particolarmente complicato da questo punto di vista. Forse va constatato amaramente che l’idea del bene pubblico ha perso la sua spinta propositiva efficace (quella ottocentesca fino agli ultimi tentativi di inizio novecento per l’appunto) avendo perso terreno davanti alla efficacia del privato per quel che riguarda in particolar modo la sua capacità gestionale decisionale. Il privato può permettersi di essere spietato, decisionista e questo ne agevola i compiti. Il pubblico non può permetterselo. Deve essere sempre inclusivo, democratico e partecipativo a vantaggio degli ultimi a svantaggio dei migliori e dei prestanti. E a questo riguardo, mi piace aggiungere che dobbiamo salvaguardare l’inerzia dello spazio pubblico. Tutelare il pubblico come spazio lento non competitivo e non prestante e respingere la litania di chi opera nel privato e vorrebbe assimilare la dimensione privata a quella pubblica. Sono due cose che non coincidono proprio ma anzi divergono.

E l’esemplificazione perfetta è quanto accade attraverso il web: non solo lo spazio virtuale che noi siamo soliti frequentare è sempre e comunque privato (i social) ma anche le attività interattive messe in moto dalle piattaforme social rivelano di portare gli spazi privati a fungere come spazi pubblici ma in altra forma (tutta l’attività delle case-vacanze o anche quella dello scambio di servizi tra cittadini).

E quindi se accettiamo di diventare ognuno di noi pubblici non possiamo sottrarci a dover occupare uno SPAZIO POLITICO e ad esporre una nostra ETICA PRIVATA in forma PUBBLICA.

Tutto non può essere ricondotto alla proprietà legale dello spazio ma a come questo stesso venga utilizzato!

La proprietà può essere un concetto superabile? O almeno relativizzabile? E soprattutto personalizzabile?

Perché non interessarsi di quello che avviene all’interno degli spazi?

Ad esempio le regole d’ingaggio di un social network non identificano esse stesse un approccio politico? Così come le regole d’ingaggio dell’affitto di un alloggio temporaneo non fanno altrettanto?

Ma non solo! Aggiungo che anche il nostro operare all’interno degli stessi è un atto politico. Ad esempio ci preoccupiamo della collettività o coltiviamo solo meri interessi personali attraverso la nostra comunicazione? Quante volte ci pensiamo quando facciamo un post?

O nell’uso del proprio consenso? Una volta che abbiamo accettato tutti di avere un profilo pubblico non è più possibile nasconderci dall’uso che ne vogliamo fare (addirittura anche se ne facciamo un solo uso passivo)? Abbiamo attivato proprio quello che definiamo uno spazio politico?

Come interagite con le piattaforme? Prendete una vostra posizione, personalizzate la vostra policy, o fate esattamente quello che vi viene detto di fare?

Ecco bisognerebbe partire da qui per avere un uso più consapevole di qualunque spazio si abbia occasione di utilizzare (nulla è scontato). 

E l’influenza dell’uso spasmodico dei social (pensiamo poi all’esplosione dello spazio virtuale durante la pandemia) non può non ripercuotersi nella società e nelle questioni degli spazi fisici e dei loro usi.

TRASH-ENDERE

Il trash ha sostituito l’epifania!

L’epifania era già abbastanza trash nel suo comparire ma poi è diventata super trash nell’essere tramandata. Cosa c’è di più trash del presepe?

Ma cosa intendiamo per trash? Edulcorazione di cultura popolare? Estremizzazione sottoculturale? Forse l’ipotesi più accurata è il trascendere.. Il famoso trascendere.

Quell’esigenza tanto umana quanto inspiegabile, irragionevole. L’esigenza di andare oltre quello che si è. Di credere. Dei, miti, legende, identità parallele. L’esigenza di un surplus di valore.

E però se per lungo tempo a colmare questa esigenza era stato sufficiente inventare una di storia: Gesù, Giuseppe e la Madonna, oggi, nella costruzione di valori atei/materialisti, abbiamo sostituito alla necessità del trascendere ideologie (più o meno politiche) che poi abbiamo sconfitto anche perché il costrutto ideologico in realtà aveva ben poco di epifanico (rimaneva un approccio tutto mentale) per arrivare alla condizione post ideologica per cui la costruzione del proprio trascendere in modo direi customizzato (ognuno si fa il suo personale credo).

Il problema è che nella cultura contemporanea ancora facciamo resistenza al nostro trascendere così come al nostro trash. Tentiamo di sopprimerlo. O costruiamo delle narrazioni elitarie per cui certi comportamenti sociali siano “magicamente” esenti dal “trashendere”.

Scopare è trash? Mangiare è trash? Il conflitto è trash?

Il ricatto elitario porta a questo. Una sorta di restaurazione conservatrice alimentata dalla paura di soffrire e quindi accettare tutto. Anziché imparare a soffrire.

Oggi i social ci insegnano che si perde più tempo a costruire la fama di quello che si è fatto piuttosto che a fare quello che si sta facendo.

Il valore oggettuale, materialista è pari a zero mentre il plusvalore è tutto.

La profezia di Andy Warhol “nel futuro ognuno sarà famoso al mondo per 15 minuti” è ormai una frase datata. Oggi il tema è come essere famosi per più di 30 secondi (il tempo del refresh di una pagina social). Quello che è vero è che il problema vero del coltivare la notorietà non è più l’accedervi ma il mantenerla.

E se la fama sembra sempre più nascere nella maggiore capacità di sincerità nel porsi in mostra questo stesso aspetto pregiudica sempre più la costruzione di una competenza.

Mi spiego meglio:

oggi esistono i personaggi dello spettacolo e gli attori e sono due categorie diverse. I primi sono persone che accettano che la loro vita diventi pubblica, quella è la loro missione e diventa la loro professione (la dimensione del reality show) e poi c’è la dimensione dell’interprete (la visione classica dell’attore), colui che studia per assumere le sembianze di un altro personaggio per metterlo in scena nelle forme convenzionali della rappresentazione.

Forse non è una novità, ovvero la autocelebrazione esistenziale è un fatto da sempre esistito ma elitario (si pensi al successo della figura di Gesù e dei miti dei culti o alla costruzione narrativa delle famiglie reali) ma di sicuro la sua “democratizzazione” ad appannaggio di tutti è un fenomeno che si è fortemente sviluppato negli anni recenti con il diffondersi della comunicazione per tutti.

La cosa buffa è che tale scelta autocelebrativa conduce fortemente verso una cultura trash: ovvero metto in scena me stesso (che è essa stessa un’azione trascendente) come unica e sola mia chance sociale (un tributo pubblico) e l’inevitabile messa in scena di me mi porta ad essere un materiale trash.

Il social quindi ha decisamente enfatizzato la cultura trash, addirittura rendendola parte integrante della nostra vita sociale (a prescindere da un mero fattore stilistico, è lo stesso rendere pubblico il mio contenuto privato/intimo che è operazione fortemente trash).

L’idea che ci sia una buona creanza nel linguaggio social è un grande inganno che si racconta chi a tutti costi non vuole apparire trash, ma la verità è che come pubblichi (posti contenuti) immetti subito materiale trash nel vortice onnivoro della comunicazione.

Quindi, trashendete consapevolmente e buon TRASH a tutti!

Imparare a stare nel TRASH-MODERNO

Garmonbozia
Sostanza immaginaria che appare nel film Fuoco Cammina con Me (1992) di David Lynch.
Una sorta di crema di mais, nutrimento (droga) degli spiriti che abitano la loggia nera.

Istruzioni per sopravvivere all’era del Trash-Moderno si sovrappongono alla voglia di perdersi senza paracaduti di protezione. Il Trash-Moderno ha tre fattori scardinanti:

1- il meme “copia e incolla” diffuso

ricordate Picasso del “i buoni artisti copiano, i grandi artisti rubano”

BULLSHITS (stronzate)

è arrivato il web che ha confermato l’intuizione della teoria dei meme, come apparse nel “Gene egoista” di Richard Dawkins (1976) poi confermate da Susan Blackmore (1999).

La diffusione dei pensieri e delle idee avviene solamente tramite copia, non esiste nessun furto possibile. Il furto presupporrebbe che un’idea sia unica e sola mentre questo non succede mai. Un’idea se esiste significa che già esisteva da qualche parte.

Per questa ragione l’idea stessa è trash perché, perso il valore dell’originalità, l’idea si presenta sempre come un resto, un qualcosa di abbandonato, di scartato che viene recuperato, ripreso e rilanciato e ricollocato in un nuovo circuito. Non ha valore di per se stessa ma ne assume a seconda dei valori esterni a lei e al più potremo assistere ad idee che si copiano più facilmente e tendono a somigliarsi l’un l’altra o ad idee che hanno matrici identitarie maggiormente forti e si fa maggiore fatica a copiare. Ma è l’idea stessa dell’originalità che lascia il tempo che trova.

2- il relativismo accelerato

Viviamo in uno stato diffuso di relativismo oggi riscontrabile in moltissime attività umane (dalla politica all’arte, dalla scienza all’economia).
Viviamo dunque davvero in continue aperture di “gate” che permettono dei passaggi intertemporali che oggi sembrano smentire quella tensione usuale e univoca a guardare al futuro, come baluardo di un ottimismo dell’ignoto, ma invece permettono di viaggiare in modo più libero (wild) tra passato, presente e futuro (“vivere senza tempo” dicevano i situazionisti) tramite percorsi paralleli e sconnessi tra loro come le traiettorie tracciate nello spazio-tempo curvo della teoria della relatività generale.

Questo approccio relativista ci impone la faticosa attività del porsi delle gabbie di certezze per poi smantellarle e poi ricostituirle.

Relativismo = vivere in uno stato di perenne crisi.

La crisi alimenta il trash. Come il maiale all’alentejana, piatto della regione portoghese che gli da il nome, che accosta carne di maiale alle vongole, oggi sono le posizioni univoche, senza contrasti, ad essere fuori luogo.

3- il disturbo schizoide o bipolare sociale

L’accessibilità della follia e la sua legittimazione sociale (vedi Foucault, Storia della follia o Sorvegliare e punire o anche gli effetti della società post Van Gogh) come unico modo per un reale processo di reinserimento/integrazione.

La schizofrenia è dunque un metodo, oramai diffuso e non di pochi, per tollerare e gestire il relativismo. In realtà oggi è la società stessa ad essere duplice (dai due volti).

Logiche surrealiste e pratiche o derive situazioniste racchiudono il potenziale per far emergere il subconscio, la materia preferita del trash. La “società dello spettacolo” di debordiana memoria o la vita in diretta (da grande fratello) che ormai è fondatamente insediata nella società contemporanea non può più nascondere l’inconscio trash che plasma quindi l’immaginario sociale.

Sulla Rappresentazione

30/12/2020

CONTRO I RENDER

I render in architettura sono le immagini della dittatura del mercato. Non significa che non siano belli, significa che è sbagliato il loro modo di intendere il bello. Appiattire la scelta di un progetto attraverso un render, inseguendo la simulazione del reale, mortifica chi quel progetto lo ha fatto, lasciandogli tra l’altro intendere che in quel modo il progetto è come se lo avesse realizzato, desolazione del momento sacro della progettazione. Un progetto è un atto di pensiero e le immagini hanno modi più sofisticati e intelligenti di rappresentare i pensieri e le intenzioni. Ma invece ancora ci assestiamo a pensare che i render siano il modo di verificare un progetto, che tristezza. E’ evidente che un progetto architettonico non potrà mai essere esaurito nella sua illustrazione visiva, ed è per questo che il giudizio di un progetto passa inevitabilmente per una sua narrazione e però la narrazione nasce come processo letterario e non come dimostrazione del reale. Un render sempre un’immaginina sarà, nulla di più. E allora smettiamola di far finta di sapere quando non si sa, ma coltiviamo l’ambizione di giudicare immagini che abbiano valori semantici con gli strumenti più vari e con la capacità creativa di sapersi mettere in gioco per davvero (collage, schizzi, graficismi) e leggiamo i testi! Basta con i render, non credete ai render.

Qui il post, apparso su FB, per vedere anche i commenti.

04/01/2020

APOLOGIA DEL MEME (NUOVO STRUMENTO DI PROGETTO)

Il meme (realizzato tramite collage o immagine + scritta o testo come immagine etc.) è l’anti render: ildisegno che, per esprimere, non prevede virtuosismo tecnico ma solo virtuosismo poetico. Il meme infatti denuncia la superficialità dell’immagine ma allo stesso tempo alimenta la potenza della narrazione. E’ dunque l’immagine stessa che genera il progetto e non l’immagine che restituisce il progetto. A seguire la genesi del meme bisogna vedere quante opportunità ha lo stesso di propagarsi per imitazione. L’immagine e la sua composizione lavorano come un linguaggio in uno stretto contatto con il cervello, in una sorta di recettore elettronico degli impulsi, senza filtri raziocinanti. L’utilizzo delle immagini, oggi pratica diffusa nel progetto di architettura così come nella società tutta, ambisce a sostituire i disegni espressivi, pratica ampiamente diffusa, ma porta i progettisti a dimenticare la plusvalenza artistica che il disegno permette nella rappresentazione di un progetto, a discapito di un finta rappresentazione del reale e di un’ “obiettività tecnica” sopra le parti. Per adeguare invece l’aspetto unico e artistico nell’uso delle immagini, pratica insosituibile nella contemporaneità, il lavoro non può che nascere direttamente operando su di esse in una sorta di collage creativi e/o meme di progetto. Il meme, come nella definizione data da Dawkins (Il gene egoista, 1976), è “un’unità auto-propagantesi” di evoluzione culturale, analoga a ciò che il gene è per la genetica.

Qui il post, apparso su FB, per vedere anche i commenti.

SCONFIGGERE IL NEO MODERNO GLOBALISTA (da IKEA alla WEB identity alla casa AIRBNB)

Me lo ricordo perché ero all’inizio del mio percorso universitario (primi anni ’90). La crisi del linguaggio postmoderno per quello decostruttivista (la mostra al MOMA di Johnson e Wigley “Deconstructivist Architecture” è del 1988) era in atto.

deconstructivist architecture, 1988

Imparai che in architettura possono esserci battaglie feroci in nome del linguaggio. La battaglia ebbe sicuramente un vincitore, il decostruttivismo prevalse ma poi scoprimmo (come ci dissero gli osservatori più attenti) che era solo un altro modo (meno gentile e pacifico) di essere postmoderni. Anziché timpani, colonne e architravi ci piacevano i pilastri storti, gli angoli obliqui, i muri sbilenchi.

Se l’ironia colta del “postmoderno storico” (Venturi) aveva preso in giro e spazzato via il linguaggio modernista, l’ironia feroce del “postmoderno pulp o grunge” (Koolhaas) (tendenza da considerarsi sorella delle tendenze culturali legate alla musica, il cinema e la letteratura) spazzò via il linguaggio postmoderno.

Si creò però questo cortocircuito curioso per cui, per quanto come approccio semiotico si era tutti postmoderni (ovvero si scimmiottava qualcos’altro), mentre il “postmoderno gentile” guardava a una dimensione lontana nel tempo (la storia sedimentata) con il duplice effetto di essere alle volte troppo colto e alle volte troppo kitsch, il “postmoderno cattivo” guardava più da vicino, all’alba del secolo (ovvero alle avanguardie).

Questo aspetto, che quindi conferma una metodologia ma ne diverge per un piccolo particolare, come sappiamo, ha prodotto un’incredibile rivoluzione linguistica.

E così siamo al topic del mio intervento: è successo poi che, superati gli eccessi del decostruttivismo, quello che infine rimase e diventò un obiettivo, che pare ancora a galla, era recuperare il linguaggio delle avanguardie, e quindi IKEA era la soluzione linguistica che metteva tutti d’accordo: innovativa (nel guardare alla modernità come pratica low cost di accedere ad un linguaggio accettato da tutti).

ikea store

La sfida era dunque convincere tutti che i “ghiri gori” fossero di per sé un difetto, totalmente inutili. Paradossalmente quando Portoghesi, animatore della stagione “postmoderna gentile” diceva “l’architttura postmoderna propone la fine del proibisionismo, l’opposizione al funzionalismo, la riconsiderazione dell’architettura quale processo estetico, non esclusivamente utilitario; il ritorno all’ornamento, l’affermarsi di un diffuso edonismo” non poteva aspettarsi che questo processo avrebbe portato nuovamente ad affermarsi la “caccia alla decorazione” ma in chiave postmoderna, ovvero tramite una dittatura del linguaggio essenzial-minimale (neo moderno per l’appunto). Processo che trovò il beneficio dell’appoggio totale di tutto il mercato globale, nel modo di esprimersi, in particolar modo potremmo soffermarci su tutta la produzione di loghi, brand, corporate identity, etc etc, dove sarebbe facile ripercorrere una sempre più consolidata uniformità del linguaggio visivo verso alcuni stilemi più propri delle avanguardie.

brand logos

E’ successo quindi che si affermasse come “linguaggio indiscutibile” il linguaggio IKEA globalizzato, o anche l’idea della spersonalizzazione del linguaggio (che in realtà non è mai vera ma è pur sempre una scelta).

In architettura è interessante constatare come, dal decostruttivismo, che era forse il massimo della personalizzazione con le sue sgrammaticature, si sia arrivati in poco tempo a inseguire questa ricerca indefessa della spersonalizzazione, come dire rimanete sì “avanguardisti” ma solo per imporre un linguaggio totale e totalizzante, togliete invece tutto ciò che ha a che vedere con provocazioni, ironia, occorre perseguire il dogma del “neo modernista doc” (ricordo che il linguaggio moderno si impose allo stesso modo dalle istanze delle avanguardie).

E così ci troviamo in una sorta di stallo in cui temiamo di personalizzare il nostro linguaggio (così come chi ambisce ad una unica lingua e all’estinzione dei dialetti). I designer dei segni (quando si parla di linguaggio è difficile distinguere tra grafici, architetti, illustratori, artisti) hanno accettato di astenersi dalle loro sbornie, dalle loro fissazioni, dai loro traumi formativi, dagli innamoramenti visivi. Hanno accettato che il linguaggio non fosse materia loro ma materia data, dalla collettività totalizzata (un unico grande cliente dittatoriale).

Forse una situazione del genere non era mai successa: un consenso così piatto per un unico linguaggio.

airbnb & ikea

Per avere un parametro evidente di quanto sto sostenendo, credo che non ci sia nulla di più emblematico della navigazione sul sito/piattaforma di AIRBNB: è indiscutibile che oggi esista un preciso format di casa AIRBNB. Che spesso sia realizzata proprio in cooperazione con gran parte di quello che offre IKEA e che trovi nella foto da pubblicare in internet la principale bussola da seguire (esattamente come l’etica INSTAGRAM per i giovani): pulizia, luminosità/chiarezza, evocazione del lusso (apparente), un senso di modernità che allude a un sempre nuovo; quello che va evitato invece è il polveroso, l’oscuro, il consumato/usato e uno stile che sembra povero o antico (che ormai non fanno differenza ma sono assimilabili). Fa resistenza solo per un pubblico tendenzialmente circoscritto ai paesi dell’Est (Russia in primis) uno stile postmodernista di lusso, tra Versailles e un new decò che non fa differenza, e che quindi, in una sorta di legittimazione dell’ignoranza per il linguaggio, si mette sullo stesso piano del linguaggio asettico.

Si sono abbattute le sottigliezze e le differenze; il confronto è ormai dilaniato tra asettico e decorativo, che sembrerebbe voler creare una dicotomia tra vita e artificio. Come si accennava prima, discernere tra antico e povero non è così importante, se è decorato è da buttare. Oggi siamo di nuovo come alla stagione del proibizionismo di cui parlava Portoghesi.

Si pensi ad esempio al “delitto delle librerie”. Oggi assistiamo alla celebrazione della libreria senza libri. Come se il libro, a prescindere se poi lo si legga o meno (non è questo il tema dibattuto) non abbia una sua forza estetica o figurativa (polveroso, antico, consumato).

libreria di design mikado

L’idea estetica che ci siamo fatti della casa AIRBNB è che debba essere spersonalizzata così da disturbare il meno possibile, perché ci fa paura l’idea che ci sia stata una presenza, un’ombra, una storia in quella casa, dobbiamo avere a tutti i costi l’impressione che quella casa sia stata fatta per noi e solo per noi (figuriamoci ora in pieno post Covid).

Di nuovo la dittatura del neo moderno ci ha fatto suoi. 😱

[…]

In architettura l’abito fa il monaco

Perché la sfida tra gli architetti è tra chi ancora gioca ad interpretare il ruolo dell’architetto e chi invece gioca a fare altro, ma entrambi giocano

Johannes Itten, durante il periodo di insegnamento nel Bauhaus, nell’abito da lavoro mazdeista da lui disegnato, 1921

Oggi se si guardano i disegni degli architetti si scoprono tante cose, forse di più che se si guardano i progetti. C’era una volta quando gli architetti si confrontavano sui progetti (che tempi!). E le posizioni tra chi ancora credeva, in nome della ragione, all’architettura e chi, in nome del cuore, era contro l’architettura si potevano distinguere osservando la realizzazione dell’opera (i disegni erano per lo più un supporto). Oggi l’architettura non si realizza più, o almeno è un’eccezione, in fondo la disciplina stessa ha emancipato il problema della realizzazione stessa facendo assumere al progetto sembianze molto diverse (letteratura, disegno, saggio critico, visione..), per capire come evolve il pensiero della cultura dell’architettura bisogna sforzarsi di guardare molto altro; l’unica differenza, se vogliamo, è che è più difficile farsi pagare per un progetto che non si realizzi piuttosto che il contrario (ma anche qui non è neanche detto).

architetti newyorkesi famosi vestiti come i loro grattacieli in occasione del ballo annuale presso la società di belle arti nel 1931

Ecco oggi solo guardando i disegni di architettura (concorsi, mostre, vetrine on-line etc.) possiamo fin da subito farci un’idea di questo. Nell’ultimo ventennio tra l’altro sono accorse le “rivoluzioni grafiche” dettate dall’utilizzo dei software che hanno permesso ancor più una differenziazione di modalità di rappresentazioni notevole, per l’architettura davvero una novità storica (a scuola l’insegnamento di come si fa una sezione è sempre stato un caposaldo delle prime nozioni da imparare: tratto spesso per le cose sezionate o in primo piano, tratto leggero per le cose in proiezione e più lontane). In realtà l’utilizzo e/o l’abuso dei grafismi ha fatto sì che tante regole basilari del disegno architettonico siano state in fondo tradite a favore di diagrammi, schemi, tabelle, slogan contro planivolumetrici, sezioni e dettagli costruttivi. E dietro a questioni che apparentemente sembrano di “lana caprina” in realtà, per chi si occupa di estetica, sono sostanziali. Cito nuovamente il mondo rovesciato di Nietzsche “Si è artisti al prezzo di considerare e sentire come contenuto, come la “cosa stessa”, ciò che tutti i non artisti chiamano “forma”. Certo: così si appartiene a un mondo rovesciato, perché il contenuto diventa una mera formalità – compresa la nostra vita.”

E proprio come nel mondo rovesciato nietzschiano l’architetto contemporaneo non si esime mai dal farsi condizionare dalla veste estetica che crea da subito il primo sentimento per esprimere una propria visione del mondo. Nel dibattito architettonico è molto usuale il confronto tra chi sostiene che la rappresentazione dell’architettura debba far intendere la sua materialità mentre dall’altra parte si tende a voler sostenere l’immaterialità del progetto per riportarlo a una sua dimensione più ideale. Entrambe le posizioni però in realtà parlano di vacuità, filosofeggiano, appunto in realtà parlano di disegni.. Ci riportano alle discussioni letterarie o artistiche tra realisti e surrealisti.

Italo Cremona – Ritratto di Carlo Mollino attraverso il piano in cristallo della mensola d’ingresso in Casa Miller, Torino, 1936 c. (Politecnico di Torino, sezione Archivi biblioteca Roberto Gabetti, Fondo Carlo Mollino)

Dunque la morale di questa riflessione sarebbe proprio “diffidare degli architetti” perché nel loro mondo rovesciato in qualsiasi modo avrete modo di confrontarvi con loro, sia che lo facciano in modo criptico sia che lo facciano in modo diretto, la realtà non fa per loro.

Ricordiamoci che il momento della stagione cosiddetta dell’ “architettura disegnata” fu un momento esplosivo nella ricerca dell’identità poetica dei progettisti che abbandonarono pretese di assolutismi disciplinari per dilaniarsi nelle loro capacità immaginifiche e visionarie per imporsi come architetti nella società globale: Aldo Rossi che assassinava l’architettura nel 1974, Madelon Vriesendorp nel 1975 che ritraeva il Rockfeller Center che scopriva a letto a scopare (preservativo Goodyear) l’Empire State e il Crysler Bulding (Flagrant Délit – Caught in the Act), la serie “Micromega” di disegni di geometria e tecnica architettonica esplosa di Daniel Libeskind nel 1979, la tesi di laurea di Zaha Hadid Malevich’s Tektonik 1976/77.

E non c’era ancora il virtuale..

La dimensione di una vita virtuale doveva ancora cominciare, così come l’invenzione di internet, della realtà parallela (solo tracciata ed intuita da alcuni futurologi come Philip K. Dick o dalla filosofia della fenomenologia come Merleau Ponty). E allo stesso tempo il rifugio nel virtuale doveva intervenire anche nell’architettura dove pian piano quelle che per un tempo sembravano solamente distanze di linguaggi differenti (ricordo ad esempio formalisti contro razionalisti) cominciarono a divenire distanze ontologiche (ancor una volta è la forma che influenza il contenuto).

E così alla soglia del nuovo millennio, l’impossibilità di volare alto da una parte sembrava un sacrificio necessario per la categoria degli architetti, per recitare una parte costruens nella società, sposando una sorta di compromesso verso un tecnicismo edulcorato (buon professionismo), mentre chi non accettava che l’architettura rinunciasse a rivendicare la sua capacità di essere ambiziosamente demiurga, trovava rifugio in universi paralleli, creando una nuova tuttologia racchiusa in deboli contenitori (politica, scuole, cultura fino ai social network).

michigan theatre parking lot, in detroit (dal 2011)

Il problema in questa differenziazione di macro categorie, a mio avviso, succede quando la categoria del professionismo anziché fare i professionisti voglia ambire all’accademia: l’accademia del professionismo, appunto il professionismo edulcorato.

A questo punto meglio il professionismo becero ma genuino. Schiavo del mercato magari di cattivo gusto, che passa dal kitsch al trash. Quello che potremo rivalutare dopo un po’ di anni, quando il tempo avrà calmierato il disturbo estetico che producono le opere assoggettate dal più becero mercato. Quella che potremmo definire una “accelerazione del processo” come sostenevano Deleuze e Guattari (L’Anti-Edipo, 1972), citando Nietzsche, o, per tornare a paradigmi architettonici, il caso Las Vegas proposto da Venturi (Learning from Las Vegas, 1972). Il peggio che assurge al meglio. O ancora, per arrivare alla contemporaneità una foto della condizione alienata tra turismo di massa e supermodernità di Martin Parr.

sulla (de)formazione

già sulla formazione (cambiato e corretto il 6 Maggio 2020)

prime riflessioni per avviare un confronto sulle esperienze anadidattiche aperte

Siamo troppo spesso abituati a considerare il tragitto formativo come univoco dall’alto verso il basso. Per tanti motivi che per ora tralascio, non sono d’accordo. L’insegnamento è orizzontale. Spazia da chi insegna a chi apprende con continue e vicendevoli scambi dei ruoli. A mio avviso, non è ammissibile mai, in nessuna circostanza, abbandonare questo principio perché si perde la natura più importante della pratica formativa che non è circostanziabile anagraficamente ma rimane invece una pratica in cui bisogna accettare di essere disponibili a praticare (a prescindere dal momento in cui si vuole fare), per alcuni è una pratica che non si abbandona mai. E’ vero che poi nel “gioco della scuola” esistono anche i ruoli perché aiutano a darsi i compiti ma non sono mai da considerare come univoci nel processo ma sempre ribaltabili. Sarebbe infatti utile, come già si sta avviando, che i giudizi siano sempre interscambiabili, ma non solo ad esempio in quello praticato in cui anche gli studenti giudicano il professore ma anche che si giudichino gli studenti tra loro, così come si attribuisca dei compiti anche il professore (cos’altro è una lezione ad esempio se non un compito?). Tutto questo relativizzerebbe molto di più il giudizio che in fondo è una parte minima dell’esperienza di un corso e che troppo spesso è visto come l’obiettivo univoco di un’esperienza molto più ampia, posto e visto alla fine come obiettivo unico, ma che invece non è detto poi che l’esito positivo, anziché negativo, si riveli poi davvero un momento formativo importante.

Purtroppo va detto con onestà che le scuole sono ancora oggi uno dei luoghi più autoritari che esistano “dispositivo educativo” direbbe Foucault.

Aggiungo che una formazione aperta e orizzontale e non soggetta al premiare solo i migliori permette un grado di coinvolgimento di tutti gli attori che compongono una classe infinitamente più alta di un normale corso lineare.

Mi riallaccio ad alcune esperienze recenti (all’incirca 3 anni fa quando ho intrapreso il corso di Storia dell’Architettura Contemporanea presso lo IED e il Laboratorio di Progettazione Urbana presso la Facoltà di Architettura di Roma Tre) in cui ho potuto sperimentare questo approccio didattico:

  1. L’approccio teorico >> Storia dell’Architettura Contemporanea presso lo IED a.a.2017/18 [LINK]; a.a. 2018/19 [LINK]; a.a. 2019/20[LINK]; Design 4 presso lo IED a.a.2018/19 [LINK]; a.a.2019/20 [LINK]: in questo primo esperimento mentre ragionavo su come preparare questo corso mi rendevo conto come fosse impossibile in un corso di 30 ore poter affrontare in modo interessante tutto l’arco temporale (che solitamente si intende da metà del XVIII secolo fino ad oggi) ma dall’altra parte mi interessava poter sfruttare un repertorio di opere ampissimo. Questa riflessione fa scaturire una domanda: “è più importante l’obiettivo di impartire nozioni più precise possibili o di proporre una metodologia per guardare le cose con uno sguardo personale?” ho scelto la seconda strada. Questa scelta si porta avanti che sia impossibile un percorso lineare e coerente nell’interpretazione temporale ma si asseconda un percorso che possa “viaggiare nel tempo” in modo totalmente libero tramite associazioni tematiche.
  2. L’approccio progettuale >> Laboratorio di Progettazione Architettonica e Urbana presso Roma Tre a.a.2017/18 [LINK]; Atelier Design IV presso il PDTA La Sapienza a.a. 2018/19 [LINK1 ; LINK2]: essendo un corso progettuale inizialmente avevo difficoltà nel capire come strutturare l’esperienza didattica in modo realmente aperto (un progetto tende la maggior parte delle volte a volersi chiudere). Partendo da questo spunto ho capito che sarebbe stato utile, anziché immaginare molteplici progetti, immaginarne uno solo o meglio tendere verso uno solo, così che si riducessero il più possibile le variabili. Questo approccio inevitabilmente fa scaturire uno sforzo contrario inevitabile nell’esercitare la capacità di trovare spazi personali da parte dei singoli studenti/progettisti all’interno delle maglie molto precise del programma di progetto.

“..l’istituzionalizzazione dei valori conduce inevitabilmente all’inquinamento fisico, alla polarizzazione sociale e all’impotenza psicologica: tre dimensioni di un processo di degradazione globale e di aggiornata miseria. Spiegherò come questo processo di degradazione si acceleri quando bisogni non materiali si trasformano in richieste di prodotti, quando la salute, l’istruzione, la mobilità personale, il benessere o l’equilibrio psicologico sono visti soltanto come risultati di servizi o di “trattamenti”… ho scelto come paradigma la scuola, e non mi occupo quindi se non indirettamente degli altri organismi burocratici del coroporate state: la famiglia consumistica, il partito, l’esercito, la chiesa, i media. Ma dall’analisi del programma occulto della scuola dovrebbe risultare con chiarezza che, come l’istruzione pubblica trarrebbe giovamento dalla descolarizzazione della società, così alla vita familiare, alla politica, alla sicurezza collettiva, alla fede e alle comunicazioni gioverebbe un processo analogo.” (Ivan Illich)

Come non condividere il pensiero di Ivan Illich (Descolarizzare la scuola, una società senza scuola è possibile?, 1971)?

La scuola è il primo strumento di controllo e di potere della società (l’aveva già detto qualcuno ma non mi ricordo..) che ci porta a dire FUCK THE SCHOOL..

Si può essere disobbedienti? Ribelli? A scuola?

La poetica artistica non può essere oppressa dall’ “istituzione scuola” in nessun modo ma contiene in sé la necessità di essere contro anche se si svolge nelle sedi della formazione, per esplorare in modo pieno una ricerca indefessa del suo potenziale di unicità (vedi anche Infinite Text paragrafo “Il processo dell’arte come processo emancipatore”).

Questo obbligo/necessità dell’arte di essere contro è perfettamente sintetizzata dalla definizione di mondo rovesciato di Friedrich Nietzsche (La volontà di potenza) “Si è artisti al prezzo di considerare e sentire come contenuto, come la “cosa stessa”, ciò che tutti i non artisti chiamano “forma”. Certo: così si appartiene a un mondo rovesciato, perché il contenuto diventa una mera formalità – compresa la nostra vita.”

Apro una piccola parentesi relativa alla necessità dell’anti autoritarismo, dell’ anti potere, dell’anti stato, la sensazione che tutti noi possiamo provare in alcuni frangenti che spesso ci porta a preferire la benevolenza di un sistema privato rispetto a quello pubblico (dove il ruolo di spersonalizzazione dell’uomo in favore del suo ruolo ne fa assumere in modo prevalente solo il suo carattere formale ovvero quello relativo al potere acquisito): l’attesa di poter accedere ad uno sportello pubblico per parlare con un funzionario pubblico, l’attesa di essere visitati da un medico pubblico, l’attesa del momento del giudizio (nelle scuole così come nei tribunali).

Nella situazione di emergenza Covid-19 in cui ho iniziato a scrivere questo testo si sono susseguite alcune curiose provocazioni ai danni delle autorità impegnate più del normale ad eseguire controlli che hanno evidenziato l’insofferenza delle persone per una situazione repressiva, come l’esempio delle immagini che seguono:

L’unica vera possibilità rimane ed è la CONTROSCUOLA. Torno a questo passaggio espresso qualche riga più su “Aggiungo che una formazione aperta e orizzontale e non soggetta al premiare solo i migliori permette un grado di coinvolgimento di tutti gli attori che compongono una classe infinitamente più alta di un normale corso lineare.”. Ecco pensateci un attimo, la scuola (istituzionale) orienta tutta la sua programmazione sulla base di un 20% di alunni che sono quelli che meritano. Tutto passa dal giudizio di questi e ne conseguono i programmi, le direzioni politiche, le modalità didattiche. Come se poi nella società attiva ci trovassimo di fronte a solo meritevoli (e infatti è tipico dell’insegnante lamentarsi di quelli che dirigono le cose e di come lo fanno.. ma come tu non te ne sei occupato? ti sei occupato sempre e solo di quel 20%?).

Ecco immaginate invece una scuola dove si inverti questo perverso meccanismo: è l’80% a costituire il modello su cui conformare il programma, una modalità diciamo molto più aperta che contempla quindi un range molto maggiore di problematiche e di diversità da affrontare (il restante 20%, quello più capace, tra l’altro è quello che ce la fa da solo e che aggiungerà sicuramente qualcosa che non era stato previsto), un modello che sconfigge quell’orripilante visione formativa per cui bisogna occuparsi di chi eccelle, dei picchi, della meritocrazia (orrendo).

E ancor più spingendo in termini pratici in realtà dovremo arrivare a contraddire lo spirito iniziale dell’orizzontalità teoretica, o meglio prevedere l’asservimento della scuola (o controscuola) al mercato (confronto reale impuro). Seguire le tracce del “Manifesto Accelerazionista” di Alex Williams e Nick Srnicek, di cui cito il punto 03.13 e 03.14:

“13. E’ tempo di lasciarsi alle spalle la tendenza a privilegiare la democrazia come-processo. Il feticismo dell’apertura, dell’orizzontalità e dell’inclusione, tipico di gran parte dell’ “estrema” sinistra attuale, è una ricetta d’insuccesso. Anche la segretezza, il verticismo e l’esclusione meritano un posto (ovviamente non esclusivo) in una lotta politica efficace.

14. La democrazia non può essere definita solo attraverso i suoi strumenti: non è semplicemente voto, dibattito, assemblee. La democrazia reale è definita dal suo obiettivo: la padronanza di sé collettiva. E’ un progetto che deve allineare la politica al lascio dell’Illuminismo: è solo facendo leva sulla nostra capacità di comprendere sempre meglio noi stessi e il nostro mondo (sociale, tenico, economico, psicologico) che arriveremo all’autogoverno. Se non vogliamo ritrovarci schiavi di un tirannico centralismo totalitario o di un volubile ordine emergente che sfugga al nostro controllo, dobbiamo creare una legittima autorità verticale sotto controllo collettivo, in aggiunta a forme di socialità orizzontali e distribuite. La direzione del Piano deve coniugarsi all’ordine estemporaneo della Rete.”

Serve dunque aderire al sistema (il massimo del diseducativo) mettendo in gioco un vortice cinematico che porti al suo superamento. Trovo esperimenti molto interessanti quelli in cui sono coinvolto di tesi dove il tema e l’obiettivo sono plasmati direttamente tramite il coinvolgimento di un’azienda reale i sistema, dove è possibile replicare il “meccanismo perverso” del sistema permettendone un’effettiva possibile esplorazione di ambiti di “accelerazione” per aprire a nuove strade (davvero dunque mettendosi in gioco in tentativi di ricerca veri e non protetti) >> LINK

INFINITE TXT

INFINITE TXT

testi sparsi su tutto, aperti, incompleti

Un dannato trascinato dai demoni negli inferi nel Giudizio Universale di Michelangelo

Progettare come metodo per stare al mondo

L’attività progettuale si distingue, a mio avviso, in due linee guida principali, che apparentemente confliggono ma in realtà si intrecciano e si rafforzano tra loro anche nello stesso progetto, ponendosi entrambe come modalità che tentano ambiziosamente di contrastare il sistema imperante (una con l’ausilio della ragione e l’altra con l’invenzione di neo simulacri).

L’arte necessita di costruire un piano ideale fondato sulla concretezza dettata dal lume della ragione così come di innalzarsi al di sopra di valori terreni per ambire alla sua capacità di essere unica. Solo la tensione tra queste due componenti riesce ad esercitare il massimo grado del suo valore artistico.

Concretismo

L’approccio razionale in antitesi al sistema imperante e dunque contro la mercificazione dell’oggetto e dunque il traslamento del valore del progetto al suo tendere a principi alti, sociali e politici che appaiono fondanti solo se riferiti ad un profondo concretismo, sul porre come terreno comune il mondo conosciuto e il materialismo storico avulso da qualsiasi cedimento all’illusorio.

Trascendenza

Sebbene siamo tutti dei materialisti storici. Sebbene siamo tutti dei relativisti.

Ancora avvisiamo forte la necessità di trascendere. Ci piace credere ai miti, alle divinità, esercitare l’opportunità del sacro.

Una cultura post cattolica, fondata in particolar modo dall’opposizione alla civiltà giudaico-cristiana e dall’influenza del marxismo (vedi ad esempio Michel Onfray, Trattato di Ateologia), ci hanno messo in guardia contro la venerazione in qualsiasi forma essa si manifesti.

Eppure non possiamo negare che ancora oggi faccia parte dell’umanità un’attività così fisiologica, arcaica ed ancestrale dell’essere umano che è quella quella del venerare. Si venera il corpo così come un culto così come una reliquia.

Se è vero che la storia del nuovo mondo contemporaneo si divide in due con la la comparsa di Nietzsche (vedi la sua autoprofezia in Ecce Homo) la liberazione sana  dalla religione deve allo stesso modo portarci al di fuori dai processi sommari o da editti prescrittivi.

La necessità del trascendere è elemento connaturato all’esistenzialismo umano. Non esisterebbe esistenzialismo senza trascendenza.

Troppo facile essere definitivi, più complesso essere dilaniati.

La figura del “cazzaro”

Nella società contemporanea la libertà del pensiero non può più assestarsi, non deve mai assestarsi. Per questa necessità non si può più immaginare che il pensiero sia debole (si pensi a Vattimo) ma piuttosto che sia “cazzaro”. «Nurr Narr! Nur Dichter!» diceva sempre Nietzsche (“Solo giullare! Solo poeta!”). Ecco giullare, oggi come oggi, è quasi gentile, poeta ovviamente è addirittura nobile. Cazzaro rende meglio per quanto sia una brutta parola (ma oggi ne abusiamo di brutte parole).

E’ il perfetto antagonista al pragmatico, quello che non fa niente, parla e basta.. ma non è neanche accademico, che nel recente passato ha assolto in modo “serio” alla figura dell’anti pragmatico. Ma oggi non è più permissibile questo approccio serioso in una società che mira all’idealismo, all’astrattismo. È mai possibile che proprio all’interno delle scuole si cerchi la costruzione di un mondo punitivo? (vedi Sorvegliare e punire di Foucault). Qualcuno l’aveva detto che le scuole rappresentano il primo organismo del controllo della società (vedi Ivan Illich, Descolarizzare la società).

Cosmo

Prima foto di un buco nero, 2019

Il modo migliore per astrarsi dall’immanenza dei problemi terreni è senz’altro guardare il cielo e le stelle. L’astronomia rappresenta senz’altro la scienza (disciplina) più capace di parlare di concretezza (fisica) trascendendo. Il limbo tra astronomia e astrologia è come quello tra cultura di serie A e quella di serie B…

Solo chi sa

SE NON CI SI RENDE CONTO CHE IL MONDO PUO’ FINALMENTE SCONFIGGERE L’IDEA CHE CI SIA CHI SA FARE LE COSE E CHI NO, NON RIUSCIREMO A SCONFIGGERE LA TRAPPOLA SISTEMICA DELLA DISCRIMINAZIONE COME UNICA LEVA PER FARE. CHE TUTTI POSSANO FARE IL LORO.

Jerry Calà

Jerry Calà in un un fotogramma del finale del film Sapore di Mare

?
Perché la figura di Jerry Calà in Sapore di Mare (in particolare ci si riferisce alle espressioni nella scena finale del film al suo reincontro con Marina Suma) (il film è del 1983 diretto dai fratelli Vanzina, figli i Steno, forse i reali eredi della commedia all’italiana degli anni ’80, e dell’incontro e della coesistenza cinematografica delle maschere di Alberto Sordi e Totò) è l’emblema dell’incapacità di direzionare la propria vita, di sapere cosa farne, di uscire dalla coccolante superficialità del vivere e capace di esprimere questa condizione con grande dolcezza e nobiltà (un Bojack Horseman ante tempus).

Arte o Architettura

Sarebbe il caso di superare questa “classica diatriba” tutta interna agli architetti (in realtà approccio novecentesco che ha aiutato a liberare la cultura architettonica dai pesanti principi etico-moderni). E, per ribadire questo, sono convinto che la distinzione tra le due discipline (anzi dirò di più tra le discipline in generale) vada definitivamente abbandonata. Non ha alcun senso. Ad esempio noto che porta tra l’altro gli architetti a dire che l’arte non abbia nessuna utilità mentre l’architettura sì: che mi pare un’enorme sciocchezza (forse dovremmo dedicarci con un po’ più di attenzione al termine utilità?)… E’ sì un gioco dettato dai limiti delle definizioni ma appunto liberiamocene, così come sarebbe bene liberarsi dai titoli onorifici e ritrovare la capacità di valutare le azioni dell’uomo a prescindere dalla sua categorizzazione, che spesso perde la sua capacità di definire e finisce invece per mortificare.

L’iniziazione all’essere pop star

achille lauro nella sua messa in scena al festival di sanremo 2020

Tutti dovrebbero farsi un’esperienza da pop star nella vita: impossessarsi di uno stile, esprimerlo e diffonderlo, avere riscontro. Oggi fa parte di un rito di crescita e di un passaggio obbligato per raggiungere la maturità nella società contemporanea. E’ un po’ come il ballo delle debuttanti o il grand tour diffusi tra il XVII e il XVIII secolo e prosegue nella direzione della profezia di Andy Warhol “nel futuro tutti saranno famosi nel mondo per 15 minuti”. Oggi come oggi anziché un viaggio nei paesi culla della civiltà va fatto almeno un reality show.

QU3#18 Nuove Architetture Urbane

QU3 – I QUADERNI DI UrbanisticaTre / NUOVE ARCHITETTURE URBANE

QU3 #18

A cura di Mattia Darò, Flavio Graviglia, Milena Farina

Edizioni Quodlibet

U3#18

La città contemporanea, costruita nel corso degli ultimi decenni, appare oggi come una somma di edifici-eccezione, apparentemente autoreferenziali e incapaci di entrare in dialogo tra loro. Negli ultimi anni alcune rilevanti figure del panorama architettonico hanno proposto una visione alternativa dello spazio urbano, fondata su alcuni caratteri tipici della città europea: il ruolo centrale assegnato all’architettura nella costruzione dello spazio urbano, la funzione della facciata come elemento in grado di conferire carattere e forma alla città, l’equilibrio tra uniformità e variazione architettonica, sono gli aspetti qualificanti di un modello spaziale e figurativo radicato nel senso comune. La ricerca di una continuità con la città storica e la rielaborazione dei temi tradizionali della facciata urbana si traduce in architetture dal carattere rigoroso e seriale che sembrano porsi in alternativa alle architetture singolari caratteristiche del passaggio al nuovo millennio. Tuttavia queste Nuove Architetture Urbane, pur ricercando una continuità estetica e percettiva con la città storica, finiscono per emergere come singoli oggetti autoriali, configurandosi come una delle tante espressioni dell’articolato panorama della cultura postmoderna.

Sito dei Quaderni >> LINK

Sito di Quodlibet >> LINK

save the world (remake shot-for-shot di episode#1)

save the world (remake shot-for-shot* del primo paragrafo di save the world#1)

Ed infine eravamo a Novembre.

“Cazzo Novembre”. Disperazione. Mai che si potesse saltare questo mese.

E pure quest’anno sembrava così uguale all’anno scorso e anche a quello precedente..

Oramai eravamo abituati, così abituati, che sembrava che non si potesse più dire che su certe cose non ci si abitua mai. Noi “privilegiati abitanti” dei “tourist disctrict” vivevamo sott’acqua.

Venezia, Matera, Roma, Firenze..

Ogni anno, come sempre, si allagavano a causa delle intense precipitazioni meteoritiche e di una scarsa qualità delle infrastrutture idrauliche. Alcuni dicevano fosse stata una strategia diabolica per rendere fascinoso un periodo turistico dell’anno moscio.. ed in effetti le presenze erano aumentate, quello che potremmo definire il turismo dei cataclismi (come la tragedia di Costa Crociera all’Isola del Giglio che diede vita ai tristi pellegrinaggi di gruppi di curiosi/turisti )..

Si girava con le ormai immancabili “SailAmazon”, le mini barchette che si compravano su Amazon a un costo intorno ai mille euro. Anch’io ne avevo presa una in una super offerta di un black friday che era durato tutto un mese di novembre, per l’appunto, a soli 899€. Ed ero quasi contento quando la dovevo tirare fuori..

allagamenti, barchetta

Altri si arrangiavano come potevano..

donna nuda a venezia

[save the world, matdaro©]

Note:
*Shot-for-shot (it. Scena per scena) è un termine usato per descrivere l’arte visiva di realizzare un rifacimento cinematografico completamente, o in parte, identico all’originale, ma con interpreti differenti.