PostCovid City

Scenari, considerazioni, speculazioni su come cambierà la città a seguito degli effetti della pandemia del Covid ma che può essere anche visto come un manifesto per la campagna elettorale che precede le elezioni amministrative italiane del prossimo autunno. Sulla scia di una theory-fiction che diventi progetto.

Alcuni strani fatti da valutare attentamente:

nella disperazione dell’ “alienazione da lockdown” in realtà a molti di noi è piaciuto tanto riscoprire la nostra città deserta, spettrale, in particolar modo quella del centro storico, senza turismo di massa, senza trasformazione in un mall per lo shopping, senza movida senza controllo.

fontana di trevi, roma, 2019|2020

Eppure tutto questo si è verificato a discapito di tante economie (servizi per il turismo, attività commerciali, ristorazione, attività per il tempo libero): solo relativamente al turismo si parla di un calo del 74% di visitatori nel 2020 con una conseguente stima del WTTC di una perdita di 62 milioni di posti di lavoro. Ed è chiaro che a distanza di un anno oggi appare chiaro che esiste un problema molto serio riguardo alcuni settori che sembrano non riuscire a riprendersi e su cui l’interrogativo sembra essere: ma siamo sicuri che il problema sia solamente il Covid? Siamo sicuri che alcuni modelli sociali che non sembravano più essere così vitali siano stati sì danneggiati dalla pandemia ma in realtà, fatto ancor più importante, è un certo tipo di modello di città ad essere, da tempo, in discussione?

In realtà abbiamo scoperto molte cose (di cui un po’ ne sapevamo ma non pensavamo che potevamo farne così tanto uso): ci possono consegnare tutto a casa, anche da mangiare, anche le prelibatezze del ristorante, abbiamo molta più offerta di intrattenimento tramite i device che nei luoghi deputati della città (la multisala è decisamente inadeguata rispetto a qualsiasi piattaforma di streaming così come un luna park rispetto ad una console di videogiochi), abbiamo poi scoperto anche che lavorare a casa è un’operazione molto fattibile, insomma oggi come oggi è più facile che sia la città a venire a casa tua che tu ad andare nella città.

Se la congestione metropolitana ancora inseguiva fisicamente nuove ambizioni esistenziali oggi i luoghi non possono più competere con l’infinito spazio del web, la costruzione del luogo/simbolo si sposta nella nostra testa e a noi non rimane che riscoprire i luoghi per quello che sono o per quello che sono rimasti, tra modernità disillusa e natura ferita.

Sia chiaro che questa “scoperta” (che forse non avremmo mai voluto scoprire) sta invertendo i valori in modo fortissimo. Non significa che non ci piacciono più i luoghi. Anzi, forse ci piacciono molto di più. Ma non ci piacciono più come prima. Ci piacciono i luoghi veri, dove sia piacevole lo stare e non i simulacri dei luoghi, i luoghi travestiti da loro stessi che però assolvono ad altre necessità (consumare, divertirsi, intrattenersi).

Spinti dall’emergenza sociale della pandemia ma anche da un riflusso per una eccessiva e forse inutile massificazione dell’occupare i luoghi, spesso gli stessi senza mai differenziare, oggi sembriamo più attenti e più onesti nel rapportarci con il concetto stesso di luoghi cosicché sia possibile riottenere una certa armonia, serenità, e allo stesso tempo ridefinire il giusto valore del luogo stesso.

Oggi, nel dibattito politico, il problema che più desta preoccupazioni è senz’altro quello economico. Come spesso accade, dopo una grande depressione, è difficile ripensare il presente-futuro, rimetterlo in marcia. La domanda però cruciale che mi faccio è questa: nel rilancio del consumo, inteso in senso lato, siamo sicuri che tornare al prima sia la soluzione? Faccio fatica a pensarlo. Sono abituato che proprio il consumo sia la causa principale della necessità di rinnovarsi e di reinventarsi a seguito delle sue cicliche fasi critiche. Fare finta di niente può diventare il più clamoroso degli autogol. Mettiamo che il Covid sia finito, pensiamo che questo fatto epocale non si porterà dietro degli strascichi psicologici sulle persone? E che le persone quindi alimenteranno lo stesso desiderio della “vita precedente” (dei weekend in giro per il mondo o dei sabato negli shopping mall, della festa/evento continuo)?

Mi chiedo invece, anziché rimpiangere, se non sia più necessario re-immaginare e reinventare il desiderio post covid che già cova dentro di noi. Cogliere l’occasione indesiderata per domandarsi nel profondo come vorremmo che cambiassero alcune cose in un’ottica diversa che non sia un’invecchiata idea di futuro, che ci ha accompagnato negli scorsi anni, ma sia piuttosto un’idea di vita diversa da quella che è stata prima di questa sciagura globale.

camere di sorveglianza in spiaggia

La visione/incubo (ipotesi 1): l’idea di fare a meno del luogo fisico del resto viene da lontano. E tanta letteratura cyborg ne ha già trattato ampiamente. Cosa potrebbe succedere? Potremmo istituire le “zone” (gialle, arancioni e rosse) come un nuovo approccio urbanistico: prenotare l’aperitivo a Piazza Navona (i luoghi della città non possono più sopportare masse incontrollate, per ragioni sanitarie, etiche ed estetiche) i luoghi devono mantenere un grado di vivibilità e piacevolezza dettata anche dal numero di persone che il luogo può ospitare, anche questa sarà la nuova frontiera della società del controllo digitale (la naturale evoluzione delle ZTL e delle pedonalizzazioni, la realizzazione di una città elitaria e non populista). I centri storici (potremmo chiamarle Zone Speciali) sono luoghi che trascendono qualsiasi appartenenza, deve avvenire infine la totale de-residenzializzazione (modello Venezia) così da lasciare che i luoghi siano delle vere e proprie scenografie svuotate, in fondo è il riadattamento della downtown in chiave “città europea/storica”. Un grande distretto produttivo (in realtà dirigenzial/rappresentativo), per lo più automatizzato, che permetta visite limitate e fortemente controllate. Lo spazio pubblico non è più disponibile come l’abbiamo sempre immaginato ma solo sotto sorveglianza e per tempo limitato. I luoghi “zona” sono controllati e regolamentati. Il mondo digitale prevede una personalizzazione delle attività iperspecifica così da poter assemblare e prevedere le necessità di ogni individuo/cittadino. Nulla può essere più lasciato al caso, la georeferenziazione diviene il nostro mantra quotidiano indicandoci le nostre mete e dettando i nostri spostamenti anzi suggerendoli direttamente magari in correlazione con il nostro sentimento. E nella zona avviene infine una disumanizzazione facendo nascere la città automatizzata. Droni, robot, macchine distributrici di beni, veicoli elettrici per spostarsi, l’umano è un estraneo all’interno di dispositivi automatici che curano e mantengono la città scenografica.

Ponte di Einstein-Rosen o cunicolo spazio-temporale, detto anche wormhole

La visione/l’aiuto alieno (ipotesi 2): Forse solo un intervento alieno ci permette di trovare una soluzione possibile al prossimo futuro. La possibilità di attivare dei wormhole con altre dimensioni che non siano assimilabili all’interiorità umana ma piuttosto alle dimensioni scientifiche sconosciute.

(Oggi è sicuramente più credibile immaginare gli alieni piuttosto che le intrinseche meraviglie della propria anima).

Nel film del 2014 di Christoher Nolan Interstellar, ad esempio, si ipotizza che qualcuno (presumibilmente degli alieni o meglio gli stessi uomini del futuro che riescono a viaggiare nel tempo) abbia fatto comparire un wormhole dalle parti di Saturno per permettere agli esseri umani di trovare un passaggio intergalattico che li porti in salvo dalla invivibilità del pianeta terra. Essendo le storie di fantascienza le metafore perfette della vita del presente, in realtà una delle interpretazioni possibili è proprio il fatto che l’invivibilità nel nostro pianeta (tempeste di sabbia o pandemie globali che siano) ci spinge a trovare delle possibili via di fuga. Spesso l’uomo ha cercato all’interno di se stessi, rinchiudendosi in percorsi di “fede” o di “introspezione psicologica”, la “soluzione aliena” rimane invece una soluzione altamente pratica e paradossalmente la più scientifica, fatta salva la possibilità concreta di praticare la soluzione stessa, potremmo dire di superare le zone oscure (ignote) che in realtà non ci permettono davvero, ad esempio, di navigare in un wormhole.

Oggi potremmo addirittura ambire come soluzione, in pieno spirito retromania, ad un passaggio interspaziale e intertemporale che ci porti indietro nel tempo, acquisire tempo rallentando l’accelerazione verso la fine che incombe sulle nostre coscienze (riscaldamento globale, insostenibilità del pianeta terra); così come un film di fantascienza che parla del nostro presente, il vero problema potrebbe essere accorgersi della veridicità della profezia di William Gibson “il futuro è già qui, solo che non è equamente distribuito”.

Sarebbe dunque interessante che anche noi ci accorgessimo che viviamo già in un mondo in cui qualche presenza dal futuro è già tra noi che tenta di aiutarci continuamente a prendere coscienza (senza andare dallo psicanalista) a prendere decisioni migliori, non direi neanche quelle più giuste.

Piccolo passo indietro alle premesse:

Ribadisco la domanda, dato che il capitalismo insegue sempre un desiderio di massa (l’Anti Edipo di Deleuze e Guattari insegna) mi chiedo se in realtà il prossimo desiderio “capitalista” di massa sarà semplicemente tornare allo stato di prima e quindi sarà sufficiente ricominciare a viaggiare ad uscire e a fare baldoria.

Ho dei dubbi, penso invece che cercheremo qualcosa di nuovo. Il desiderio si colma e si esaurisce, il suo fascino è che si muove in modo imprevedibile in relazione ai tanti fattori che lo plasmano. Non esisterebbe desiderio se fosse facile individuarlo. Per questa ragione ha sempre e costantemente bisogno di essere alimentato e rigenerato.

Credo addirittura che anche le calamità (ma soprattutto la modalità di reagire ad esse) siano paradossalmente il frutto di un “desiderio” di spostamenti in atto della società e anche il capitalismo e le masse si adatteranno a qualcos’altro, come spesso accade, la crisi come metodologia per rilanciare.

E quindi mi domanderei che cosa cominciamo a desiderare di nuovo? In realtà siamo di fronte ad un concretizzarsi di un processo involutivo. Forse tutto il XX secolo ha dato vita ad un processo involutivo (relatività, distruzioni di massa, aberrazione della ragione, diffondersi dell’empirismo)? La scoperta dell’energia oscura, dell’antimateria come ipotesi esistenziale alternativa che nulla deve avere a che vedere con l’ostinazione raziocinante dell’inseguimento di un segno positivo.

Post Covid Selfie, collage digitale

La visione/incubo (ipotesi 1b): La crisi del flaneur. Il flaneur baudelairiano è il pioniere del successo dello shopping. Oggi che lo shopping migliore e più pratico si fa surfando online il flaneur non serve più (il binomio “passeggiata e compere” vacilla). Questo non può che comportare dei cambiamenti importanti nella città post-Covid. Gli elementi che caratterizzeranno la prossima città saranno sempre più:

Controllori di ingressi (a metà strada tra varchi ztl, checkpoint d’ingresso che ricordano Berlino, sistemi veloci di chiusura delle strade, monitoraggio continuo).

Negozi front office (finti, con funzione più di showroom che di retail, praticamente inaccessibili, al più ingressi filtrati come le gioiellerie o le banche che rimandano ad acquisti online o via app).

La massificazione, come detto, non sarà più permessa mentre sarà permessa la “città esclusiva”, pensata per pochi a dimensione umana. Basti pensare alle nuove strategie già in atto: isole Covid free, concerti/eventi tutti tamponati, passaporti sanitari…

Un darwinismo della “selezione innaturale”, ovvero essendo la terra non adatta all’uomo sopravvive solo chi può permettersi di snaturarsi (adattandosi all’invivibilità).

La casa ideale del 2020

2020: la pandemia Covid-19

Tra un lockdown e un altro abbiamo riscoperto la nostra dimensione domestica: ecco a seguire una serie di cartoline sul tema.

rome decadence

Lecture “ROME DECADENCE, the presence of the ruins”

at the IOWA STATE UNIVERSITY COLLEGE OF DESIGN

10th of July 2019

invited by Simone Bove and Alessandro Di Mario

LINK to the slideshow

A different look at Rome, seen with the glasses of decadence, as the unique thrust of a city always on the border between past and present.

save the world

SAVE THE WORLD #01

Ed infine eravamo a Novembre. In piena stagione delle MEGA-PIOGGE. Sono anni ormai che in questo periodo, in particolare in questo mese, la città è completamente allagata. Alcuni si muovono con piccole imbarcazioni (ormai acquistabili su Amazon per poco più di 1M€)…

SAVE THE WORLD #02

La cosa incredibile è che lo stavano guardando in tanti, tantissimi. Oltre alla platea, l’intervento era trasmesso su moltissime piattaforme televisive. Finalmente Hans Blü, dopo i tanti anni di attivismo, che parla nella sua veste di segretario generale dell’UE. Da una parte i tanti sostenitore, dall’altra la curiosità di molti, e in ultima istanza l’attenzione dei suoi detrattori, la diretta era seguita da moltissimi…

SAVE THE WORLD #03

Nella Zona Rischio Contagio c’era una vasta depressione ormai costantemente allagata che era diventata una sorta di lago. Lì si diceva che esisteva una pericolosa pratica consistente in gare di sci d’acqua con motoscafo dove i più temerari sfidavano un pilota dal viso mascherato e una donna con i vestiti ed i capelli neri, carnagione chiara, e che nessuno era riuscito mai a vincere…

SAVE THE WORLD #04

Sconvolgente! Sì d’accordo il mito della zona a rischio contagio, della sua fauna, dei suoi abitanti ma venire a scoprire che in realtà si trattava di una città nella città Travis non se lo sarebbe mai aspettato. A maggior ragione di una città contenuta in parte dai relitti degli edifici, capannoni, manufatti industriali e dall’altra parte nel sottosuolo con tunnel e spazi scavati in parte nelle alture presenti nell’area e in parte occupando e allargando fognature, grandi cavedi, cantine e magazzini interrati presenti…

SAVE THE WORLD #05

L’8 Dicembre fu una giornata davvero infelice. L’attacco provocato dalle forze dell’ordine contro i “nomadi pattuglianti” non fu una cosa normale: 12 morti (di cui 1 poliziotto e 11 antagonisti), 55 feriti, era un bilancio da guerriglia. L’operazione era stata ordinata per sgomberare un edificio occupato ma, si diceva, che in realtà la polizia sospettava che tra i “nomadi” si fossero nascosti alcuni membri della banda colpevole dell’omicidio di Hans Blü…

SAVE THE WORLD #06

Si trascinò con immensa stanchezza verso questa strana insegna che gli si poneva di fronte ad un ingresso in mezzo a dei baracconi industriali. “Disneyland”. Pioggia, dolori muscolari, la ferita aperta sulla gamba. Era davvero stremato per quanto Travis era tendenzialmente abituato a ridursi in questo stato. Pur non aspettandoselo ebbe la prontezza di rendersi conto di essersi ritrovato in un vero e proprio agguato…

SAVE THE WORLD #07

Travestiti da Santa Claus, con delle maschere da pagliaccio, entrarono in cinque all’interno del casino. Erano armati di fucili a canne mozze e non esitarono ad utilizzarli subito contro la sicurezza e in aria infondendo terrore nella sala. Poi si avvicinarono ai cassieri, ne presero un paio e li fecero sdraiare a terra schiacciandogli la canna dei fucili sulle nuche. Agli altri intimarono l’ordine di svuotare le casse e riempire i sacchi rossi con tutti i soldi. Uno dei cinque contava il tempo “45 secondi”, cadenzando il ritmo dell’azione…

SAVE THE WORLD #08

Travis, dopo aver dormito qualche ora e con ancora una piacevole sensazione di sbronza, seguì le indicazioni fornitegli da Marilyn Manson, e uscito da Disneyland con passo lento, poiché la gamba faceva male, si ritrovò nelle prime ore dell’alba in una sorta di piccolo villaggio, fatto di capanni di lamiere, autocostruzioni in legno, muri di mattoni tirati su in una notte. Doveva cercare la porta con il segno “bandersnatch”. Oggi tutti conoscevano quel simbolo, tutti ne parlavano, simbolo per alcuni di una nuova fede e per altri di profondo dileggio…

SAVE THE WORLD (remake shot-for-shot del primo paragrafo di episode#1)

Ed infine eravamo a Novembre.
“Cazzo Novembre”. Disperazione. Mai che si potesse saltare questo mese.
E pure quest’anno sembrava così uguale all’anno scorso e anche a quello prima..
Oramai eravamo abituati ma fortunatamente non ci si abitua mai. Noi “privilegiati abitanti” dei “tourist disctrict” vivevamo sott’acqua…

district italy, 2017

Questa sera (ore 21) inaugura la mostra “Outside: self initiated projects” in collaborazione con la Balkan Architecture Biennal presso la Galerija ŠTAB di Belgrado.

Ho il piacere di partecipare alla mostra con il progetto “District Italy“,  che è stato selezionato nella sezione spatial concepts, una serie di fotocollage distopici (e trovo interessante che ciò sia avvenuto grazie a una ricerca  dei curatori nata sul web che ha portato al mio blog).

08
ref: ponte di rialto su canal grande, venezia + F1 canadian grand prix, montreal

approfondimenti: DISTRICT ITALY

District Rome, 2015

DISTRICT ROME, 2015

Infrastrutture per gli abitanti di passaggio
Committente immaginario
passato; futuro; rigenerazione

Tra il passato fastoso dell’impero romano e il futuro effimero del turismo esiste un punto di mezzo che caratterizza il paesaggio della città di Roma dato dai “monumenti umbertini”, gli edifici di Roma capitale.
Questi grandi edifici, non particolarmente amati dalla critica dell’architettura perché fastosi ed eccessivi nella decorazione fine a se stessa, non così amati dai cittadini, perché rappresentazione del potere (ministeri, palazzi di giustizia, monumenti etc.), in alcuni casi hanno ottenuto un loro nuovo e inaspettato “successo turistico e mediatico” perché grandi, scenografici, bianchi e fotogenici.

Il progetto fa parte di una narrazione urbana ed architettonica distopica che immagina una desacralizzazione di alcuni di questi edifici riconvertiti come parte di una grande infrastruttura per il turismo e per la permanenza temporanea nella città, immaginando che all’interno degli edifici possano essere ospitati dei micro-alloggi, vere e proprie case-vacanze, dotati di spazi comuni con attrezzature destinate ai viaggiatori, un campus per villeggiare per periodi più lunghi o una stazione per il trasporto sostenibile della città che viaggia solo su rotaie etc.

Il progetto è stato selezionato nella call promossa dal gruppo di ricercatori del Dottorato in Paesaggi della Città Contemporanea, Politiche, tecniche e studi visuali del Dipartimento di Architettura dell’Università degli Studi di Roma Tre e inserito nella pubblicazione”Compresenze” a cura di Giovanni Caudo, Janet Hetman, Annalisa Metta edita da Roma TrE-press nel 2017 >> LINK “compresenze”

Compresenze “cover book”