[Eyes Wide Shut è un film di Stanley Kubrick del 1999]

Un po’ come Mark Fisher e il suo “Realismo capitalista” esiste il ricatto delle persone adulte verso chi non vuole crescere o aprire gli occhi e pensano che il mondo si muova davvero solamente per un do ut des. Non che non sia vero, anzi è terribilmente vero essendo un pensiero così diffuso. Ma il problema non è tanto trovarsi in quella condizione ma piuttosto avallare che quella condizione sia un ideale o addirittura che sia il giusto (faccina che si mette le mani nei capelli).


Eyes Wide Shut è un film politicamente radicale ed estremista. Per analizzarlo con serietà, bisogna partire dal presupposto che Stanley Kubrick metterà tutto se stesso (la sua fama, regista stimato in tutto il mondo assieme alla lucidità che il film sarebbe stato il suo ultimo, vedi come la morte è continuamente presente nel film) per portare dei contenuti estremisti e radicali in un film totalmente hollywoodiano (con la coppia Cruise/Kidman come protagonisti). Se non si capisce questo non si capisce dov’è l’opera d’arte del film. Se si guarda il film per cercare l’arte si sottovaluta l’operazione, e anche di molto. Se si guarda come Kubrick ha creato tutta l’impalcatura emerge qualcosa di incredibile ed inaspettato. Kurbick esce dalla sfera solamente della messa in scena perché sa che nella società ipermediatizzata lui stesso e così anche i suoi attori in realtà sono essi stessi un’elite, fattore che non potrà mai sparire durante la visione del film e dunque ha assoluto bisogno di creare un contesto iper elitario ma poi di permettersi anche lui di attaccare una élite, svelandoci una prima verità, che esiste sempre una élite da percepire per ognuno di noi ed è proprio questo aspetto del sentirla che ci rende suoi schiavi. In realtà fa una confessione, parla di come l’elite sia un fenomeno che ognuno di noi subisce nel proprio quotidiano, ognuno nella sua sfera sociale e che il vero trauma è l’effetto di doverla raggiungere. Dunque non è un problema di classe sociale ma di modalità della gestione del potere del desiderio (Bill e Alice, Cruise/Kidman, sono iper benestanti, basti pensare che vivono a Manhattan con una figlia, lui è un affermato dottore, ha sempre i soldi in tasca per affrontare le emergenze, sembra non mancargli nulla finché non scoprono che gli manca il desiderio, che spesso si manifesta tramite l’istinto sessuale, quel desiderio a cui accede chi sta meglio di loro, il personaggio di Victor Ziegler, interpretato dal regista Sidney Pollack, che sarà l’uomo che spiegherà a Bill che alcuni limiti non sono oltrepassabili, rispedendolo dalla sua mogliettina).


Kubrick fa dire alla coppia status symbol di Hollywood che il capitalismo è un sistema che avalla la cattiveria dell’ “animale-uomo”: definisce i recinti, le condizioni con cui l’uomo deve stare al mondo, appunto in una serie di stereotipate allusioni alla “vita vera”, al “mondo degli adulti”, ad un “incensato disincanto”. Il tutto a ribadire che la legge del più forte va salvaguardata come una iniezione di maturità nell’uomo. A tal punto che la festa dell’orgia (condita da quel “sesso macchinico” a ribadire la mercificazione dei corpi e dei valori) è il momento dell’ “apri gli occhi” di Bill (Tom Cruise). Ma poi proprio quando sembra prenderci gusto (perché il giudizio etico in realtà è sospeso nella freddezza macchinica, del corpo senza organi, direbbero Deleuze e Guattari) gli viene detto che lui non può partecipare. E dolcemente viene riaccompagnato al calore dell’alcova del proprio focolare domestico (la famiglia, come l’unico dispositivo concesso in modo “più democratico” dove compensare le costrizioni sociali imposte, sesso matrimoniale come frustrazione sociale).


E difatti Kubrick sa bene, nel concludere, che non esiste lieto fine. In una salda connessione con il pensiero nietzschiano la tragedia della vita sta proprio nell’aprire gli occhi alla brutalità umana che è anche la fonte per qualsivoglia “oltreuomismo” possibile l’uomo riesca a compiere. Quando Bill nel momento in cui, dopo tutte le salutari e sofferenti confessioni, dice ad Alice che ci saranno l’uno per l’altro “per sempre”, Alice, colei che aveva rotto gli argini alla scoperta dei loro desideri dell’inconscio inesplorati, gli risponde “mm.. no non usiamo quella parola, Bill, mi spaventa”. prima della celebre cosa da fare il prima possibile “fuck”. L’unica battuta possibile che può portare Kubrick a tirarsi fuori dagli impicci e per dare vita ad una conclusione, non avendo l’opportunità di fare un film a loop continuo. 

Errori e Mistero

La analitica decostruzione del film da parte di critici e appassionati ha portato alla luce tanti incidenti, errori che hanno alimentato il mistero della giusta chiave di interpretazione del film. Sono errori non eclatanti, giusti per un film hollywoodiano. Purtroppo per Kubrick (chissà come sarebbe stato) lui appartiene alla vecchia generazione per cui era impensabile ipotizzare il cinema indie che proprio negli anni 90 aveva ormai spopolato nell’industria cinematografica statunitense. Kubrick quindi gioca con gli errori ma all’interno di un film major (della Warner Bros). Così come dice delle cose eretiche “anticapitaliste” mischiandole all’interno di un thriller/erotico, sperimenta il giocattolo filmico sporcando di imperfezione il suo film così da aprire a letture/interpretazioni molteplici. Da una parte abbiamo una lettura lineare del film che tratta dei problemi di una bella e agiata coppia di Manhattan, dall’altra abbiamo delle allegorie della società tra bene e male.

Ma di cosa parliamo:

l’aspetto centrale del mistero gira intorno alla donna misteriosa (così compare identificata nei titoli di coda) che “riscatta” Bill alla festa dell’orgia. Nell’incontro di Bill con Victor Ziegler nella sala da biliardo, scena che sembra avere il ruolo di spiegazione del film al protagonista e al contempo anche a noi spettatori, Viktor conferma la supposizione di Bill che la donna era la ragazza Mandy che aveva avuto un’overdose in bagno alla sua festa dell’inizio film e dove era intervenuto Bill. Ma in realtà se si analizza la scena, Viktor inizialmente sostiene che la donna fosse una puttana, senza troppo dare peso all’identità “era questo che era” in un modo truce ma sincero (Bill è sempre l’anima candida del film, lo è anche con Alice). Viktor sembra avere un ruolo quasi “paterno” nei confronti di Bill (un po’ ti proteggo un po’ per levarselo di torno). All’insistenza di Bill, che non ha voluto ascoltarlo quando paternamente gli dice “fai conto che fosse tutta una sciarada, una messa in scena per spaventarti così tu non rivelassi quello che hai visto”, Viktor conferma che la donna che lo ha salvato era Mandy, trovata poi morta per overdose e che Bill era andato a trovare all’obitorio, perché in fondo anche Viktor fa parte della “cricca” che vuole spaventarlo. Ma la donna non è lei: a prescindere dalla maschera che non permette una chiara identificazione della ragazza, giocando con i fermo immagine del film è chiaro che i seni così come i peli pubici della donna non sono gli stessi di quando l’abbiamo vista nel bagno alla festa da Viktor. E a ulteriore conferma, i titoli di testa ci introducono a due personaggi diversi interpretati da due attrici diverse (Mandy da Julienne Davis mentre la donna misteriosa da Abigail Good). E a mischiare ancor più le carte Kubrick in mezzo alla scena della festa Kubrick utilizza girati in cui una donna con maschera non è più la stessa al cambio di inquadratura. Qui ci si chiede se sia davvero un errore di montaggio, ricordiamoci che Kubrick muore mentre il film si stava montando, ma forse è un errore accettato (del resto impercettibile) che ribadisce l’aleatorietà dei personaggi di quella festa, punto centrale della trama (per cui forse è tutto nella testa di Bill, un suo sogno, tutto il film è un sogno e in quella festa tutto diviene spersonalizzato?).

Kubrick ci ha buggerati, ha giocato con i suoi spettatori in uno dei momenti chiave del film, così da poter sconfessare qualsiasi teoria interpretativa che voglia puntare su chissà quale coerenza o perfezione analitica. E, se Kubrick si diverte a scherzare, fa fare anche a Viktor la stessa cosa, mentire a Bill, non si sa neanche bene il perché, forse per il gusto di mentirgli, di lasciarlo nella confusione dei suoi pensieri che lo aiutano a mischiare le carte nel quale c’è di mezzo anche lui ma anche a ribadire una certa liceità nel dire quel che vuole senza dover sottostare ad una certa morale presunta, che conferma come si mostra lo stesso personaggio, per quanto benevolo con il nostro protagonista, in tutto il film. Kubrick che è un grande maestro e quindi sembra appartenere ancora alla stagione della modernità del cinema in realtà gioca anche lui a postmodernizzarsi. Gioca con gli spettatori con i suoi fan e costruisce un film che ha certamente in serbo letture altre. Lo aveva già sperimentato con Shining e lo fa di nuovo qui. “Sogno o son desto” sembra dire continuamente Bill, come dice anche il titolo “occhi apertamente chiusi”. L’ambiguità della comprensione della novella è strettamente connessa con la reticenza di Kubrick a voler chiudere il suo testo che ambisce ad essere metatesto.

E quindi Kubrick utilizza i personaggi come dei burattini per giocare con il pubblico, interagendo con lui: la confusione di Bill porta a scambiare le donne una con l’altra portandoci su una possibile trama (quella di Bill), il menefreghismo di Viktor sembra voler rivelarci la trama senza troppi fronzoli (altra possibile trama) e invece ci sta proprio mentendo. La verità sfugge o anzi si moltiplica. Tentativi di trasferimento della vita sociale vera su grande schermo.